Punt e Mes

punt_e_mes_carosello_Il sapore di questa campagna elettorale è, per me, come quello del Punt e Mes, il vermouth che piaceva a mio nonno. Da bambino ci appoggiavo le labbra e assaggiarlo adesso mi riporta al passato. Il passato dell'Italia proporzionale in cui ciascuno votava il proprio partito e poi aspettava che i leader delle singole formazioni decidessero quale governo dare all'Italia.

In questo 2018 stiamo andando alle urne un po' così. Voteremo il partito preferito, ascolteremo i risultati e, a meno di una clamorosa vittoria dello schieramento di centro destra e secondo tutti i sondaggi resi pubblici, dovremo aspettare che il presidente della Repubblica faccia le consultazioni, dia l'incarico eccetera eccetera. Con la probabilità che il risultato del voto porti a una "grande intesa" e alla spaccatura della coalizione che, stando sempre ai sondaggi, uscirà dalle urne come la più forte, il centro-destra. Mi riferisco all'ipotesi, per nulla remota, di un governo con Pd, e alleati, e Forza Italia. O anche ad alleanze più stravaganti.

Quello del Punt e Mes, come tutti i sapori che ciascuno di noi percepisce come antichi o legati alla propria infanzia, è un buon sapore. E quindi non necessariamente quello che avremo a primavera sarà un cattivo governo. E' però quasi sicuro che non sarà un governo scelto consapevolmente dagli italiani: contro ogni aspettativa e desiderio degli ultimi decenni, contro quel bisogno di stabilità e corretto rapporto elettori-eletti che andiamo inseguendo. Ed è questo il retrogusto amaro che, come lo ha il Punt e Mes, avrà l'epilogo di questa stagione elettorale.

Per questo c'è da augurarsi che la maggioranza che si formerà nel prossimo Parlamento metta nei primi punti del proprio programma la ricerca di un vasto consenso per varare una legge elettorale capace di dare queste garanzie. Altrimenti il Punt e Mes non lascerà mai il posto a qualcosa di più dolce e moderno.

L’appuntamento di Bruxelles

Il 24 gennaio l’appuntamento era all’Istituto di cultura italiano di Bruxelles. A Rue de Livourne il direttore Paolo Grossi aveva organizzato una presentazione di Non volevo morire così. Un’occasione per parlare, nella capitale dell’Unione europea, di quella fucina di idea di Ventotene da cui uscì, a guerra mondiale da poco iniziata, quel Manifesto che sarebbe stata una delle basi teorica della futura Europa.

A discuterne di fronte a un pubblico attento, insieme allo stesso Grossi e all’autore, c’era la parlamentare europea Silvia Costa, per due anni e mezzo presidente della Commissione cultura dell’Europarlamento. Si è parlato di Spinelli e del confino, di segregazione e detenzione. E si è parlato anche del futuro delle due isole. La Costa ha sottolineato l’importanza del progetto per il recupero del vecchio ergastolo che è in fase di avvio. “Sarebbe davvero importante che nella struttura che sarà”, ha detto tra l’altro, “si parli di Europa ma anche di carcere e detenzione. E che ci sia qualcosa che ricordi quello straordinario direttore dell’ergastolo che fu Eugenio Perucatti”.

Una bandiera di 10.000 anni fa

cheddar manQuesta testa è di un inglese di 10.000 anni fa. L'hanno ricostruita gli scienziati partendo dal Dna del cosiddetto Cheddar man, un fossile umano trovato un secolo fa nel Somerset, Inghilterra sud occidentale. Ha la pelle nera, i capelli ricci, gli occhi azzurri e una forma del volto del tutto peculiare. Da lui, dicono gli scienziati, discendono almeno il 10 per cento degli inglesi di oggi, con la pelle bianchissima.

Ma la pelle bianca di oggi? Da dove viene? Sarebbe arrivata dopo, molto dopo il Cheddar man. L'ipotesi più probabile è che la pelle si sia "scolorita" per assorbire meglio i raggi ultravioletti e quindi produrre la vitamina D. Quindi stesso albero genealogico ma colore della pelle diverso.

Facciamo allora di questo nostro antenato di 10.000 anni fa una sorta di bandiera.

Una bandiera da sventolare in faccia a chi divide l'umanità in razze e a chi utilizza il colore della pelle per seminare violenza e odio.

per approfondire:
UCL - London's Global University
National Geographic
The Guardian
Huffington Post Italia

Manconi, una cartina al tornasole

Cannabis: presentato Ddl per legalizzazione a fini terapeuticiAlla fine della "guerra delle candidature" del Pd i numeri sembrano abbastanza chiari: secondo calcoli e previsioni ai renziani dovrebbero andare più dei due terzi del pattuglione di deputati. Un risultato raggiunto "facendo fuori" persone che alla sinistra e al paese hanno dato non poco. E molto ancora potrebbero dare.

Un esempio per tutti: l'esclusione di Luigi Manconi.

Non c'è una sola ragione al mondo perché un partito come il Pd non abbia sentito il dovere civile e politico di ricandidare un uomo come lui.

Manconi, per chi non lo avesse chiaro, è impegnato da anni e anni in sacrosante battaglie di civiltà e di difesa dei diritti umani. Battaglie che dovrebbero essere il cuore di una sinistra proiettata verso il futuro.

È stato lui a dare il via all'iter parlamentare che ha portato all'approvazione della legge sulla tortura (un testo che ha però definito "un'occasione mancata"). È stato lui in prima fila nella battaglia persa per approvare lo Ius soli prima dello scioglimento del Parlamento. È stato lui tra i primi a battersi perché non venisse nascosta la verità sull'uccisione di Tullio Regeni... E potremmo continuare: l'elenco sarebbe lunghissimo ed emozionante.

Tenendo fuori Manconi dal prossimo Parlamento è come se il Pd volesse dire, al di là di ogni dichiarazione di intenti, che quelle dell'ormai ex senatore "non sono le nostre battaglie, non sono le nostre priorità...". Una scelta, quindi, che è anche una sorta di cartina al tornasole di quella che viene definita la "mutazione genetica" del Pd. Perché non è stata un'esclusione casuale, magari risultato di tristi giochi di corrente. È stata un'esclusione "politicamente" voluta e decisa. Anche davanti a un appello di decine e decine di persone che chiedevano, invece, la riconferma. Basta scorrere l'elenco dei primi firmatari per capire ancora meglio il peso specifico di questa decisione (qui il testo dell'appello).

 

 

Manconi, una cartina al tornasole

Cannabis: presentato Ddl per legalizzazione a fini terapeuticiAlla fine della "guerra delle candidature" del Pd i numeri sembrano abbastanza chiari: secondo calcoli e previsioni ai renziani dovrebbero andare più dei due terzi del pattuglione di deputati. Un risultato raggiunto "facendo fuori" persone che alla sinistra e al paese hanno dato non poco. E molto ancora potrebbero dare.

Un esempio per tutti: l'esclusione di Luigi Manconi.

Non c'è una sola ragione al mondo perché un partito come il Pd non abbia sentito il dovere civile e politico di ricandidare un uomo come lui.

Manconi, per chi non lo avesse chiaro, è impegnato da anni e anni in sacrosante battaglie di civiltà e di difesa dei diritti umani. Battaglie che dovrebbero essere il cuore di una sinistra proiettata verso il futuro.

È stato lui a dare il via all'iter parlamentare che ha portato all'approvazione della legge sulla tortura (un testo che ha però definito "un'occasione mancata"). È stato lui in prima fila nella battaglia persa per approvare lo Ius soli prima dello scioglimento del Parlamento. È stato lui tra i primi a battersi perché non venisse nascosta la verità sull'uccisione di Tullio Regeni... E potremmo continuare: l'elenco sarebbe lunghissimo ed emozionante.

Tenendo fuori Manconi dal prossimo Parlamento è come se il Pd volesse dire, al di là di ogni dichiarazione di intenti, che quelle dell'ormai ex senatore "non sono le nostre battaglie, non sono le nostre priorità...". Una scelta, quindi, che è anche una sorta di cartina al tornasole di quella che viene definita la "mutazione genetica" del Pd. Perché non è stata un'esclusione casuale, magari risultato di tristi giochi di corrente. È stata un'esclusione "politicamente" voluta e decisa. Anche davanti a un appello di decine e decine di persone che chiedevano, invece, la riconferma. Basta scorrere l'elenco dei primi firmatari per capire ancora meglio il peso specifico di questa decisione (qui il testo dell'appello).

 

 

Il ponte di Antonio

De Maria_AntonioIl presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 31 dicembre, aveva parlato dei ragazzi del 99, i giovani che nemmeno diciottenni vennero arruolati dopo la disfatta di Caporetto e schierati a difendere la linea del Piave. "In questi mesi di un secolo fa", ha detto Mattarella,  "i diciottenni di allora, i ragazzi del ’99, vennero mandati in guerra, nelle trincee. Molti vi morirono. Oggi i diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica”.

Sono andato a cercare quello che facevano e pensavano i ragazzi del 99 nel prezioso scrigno dell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano che conserva migliaia di diari, lettere, memoriali degli italiani. Ho trovato testimonianze forti e semplici di quegli anni terribili. E una voglio condividerla qui perché, anche se si svolge in una trincea lungo il Piave, non è una storia di morte ma di vita. Il protagonista è Antonio De Maria (nella foto), nato l'11 novembre 1899. Siamo in un giorno dell'aprile 1918, Antonio è di guardia, dall'altro lato del fiume c'è la trincea austriaca.

"Ad un tratto mi sembrò di sentire voci sommesse provenire dall'argine opposto... Adesso punto il fucile al centro dello squarcio del graticcio ed appena si staglia la sagoma di un altro soldato, sparo. Non c'è da sbagliare, lo colpirò senz'altro e lo stenderò morto sulla passerella. In fin dei conti alle ultime esercitazioni di tiro al bersaglio su sei colpi feci sei centri e la distanza era maggiore di questa. Sarà un bel risultato! Forse mi daranno una ricompensa, un encomio, oppure una medaglia, chissà.

Alzai il fucile e lo puntai attraverso la feritoia. Tolsi la sicura e mirai al centro dello squarcio, al punto giusto per colpire un uomo all'altezza del petto. Era quasi chiaro... Un riso fresco e giovane mi giunse all'orecchio. Questo riso è di un ragazzo come me. Perché ride con tanta disinvolta noncuranza a pochi passi dal nemico? Forse è il più spericolato, appunto perché più giovane, e ride di quella strana situazione in cui si trovano lui e i suoi compagni.

Ecco che passa un altro. Si ferma per un attimo al centro della passerella e fa un cenno a qualcuno che è rimasto di là. Lo vedo molto bene. È biondo, giovanissimo. È lui quello che rideva, sento ancora il suo riso sommesso, ma limpido, che ora proviene dall'altra parte del canale, dove è balzato.

Mi sorpresi a rimettere la sicura e a togliere il fucile dalla feritoia.

Perché non ho sparato?

Era giusto, è giusto che spari.

È la guerra, sono i nemici, devo ucciderli. Perché non l’ho fatto? Che cosa è successo?

Pietà per lui, per il suo riso gioioso, per la sua giovinezza, per il suo amore per la vita?

Perché ho abbassato il fucile?

Perché dunque ho voluto prendere parte a questo fatto assurdo e atroce che è la guerra?".

 

Ciascuno, da un piccolo episodio come questo, può trarre la morale che vuole. O anche non trarne nessuna.

A me è venuto di considerarlo una sorta di ponte tra due generazioni distanti un secolo. Un ponte fatto di solidarietà e di pace capace di non fermarsi al 2018 ma portare ancora più in là, molto più in là.

Il Quirinale e due eroi

9788864334349_0_0_300_75L'ultimo post del 2017 lo voglio dedicare a due uomini che non ci sono più, Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi. Due uomini giusti e coraggiosi, due partigiani che per salvare la vita a più di 200 ostaggi misero a serio rischio la propria. La loro storia è sintetizzata qui da Santino Gallorini, lo scrittore che l'ha ricostruita in un libro tutto da leggere, Vite in cambio. Non c'è bisogno di aggiungere altro per capire quel che successe in quel giugno del 1944. La determinazione e il coraggio di Mineo e Rosadi fermarono una strage che sarebbe stata tra le più sanguinose di quel terribile anno.

Voglio dedicare questo post a Mineo e Rosadi perché la loro storia è stata portata all'attenzione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dallo stesso Santino Gallorini che ha chiesto per i due uomini un riconoscimento, un atto dello Stato italiano che sottolineasse il loro eroismo. Il capo dello Stato ha letto, ha scritto di suo pugno a Gallorini, lo ha ringraziato di avergli fatto conoscere la figura del partigiano Mineo e gli ha garantito che si sarebbe occupato della cosa. Da quel biglietto spedito dal Quirinale sono passati due anni, alcuni passi sono stati fatti ma, finora, nulla è successo. Dice Gallorini: "L’incredibile burocrazia italiana non ha permesso al Presidente di mantenere una sua promessa. Tutto è arenato tra Ministero della Difesa e Presidenza del Consiglio". E precisa: "A me e ai familiari dei due partigiani non interessa ottenere una onorificenza al valor militare o al valor civile, l’importante è che la Repubblica Italiana dica ufficialmente 'grazie' a Gianni Mineo e a Giuseppe Rosadi".

Ecco, nel momento in cui sta per iniziare un anno in cui sarà dovere di tutti noi difendere ancora di più il valore della memoria per costruire un solido futuro, mi sembra giusto ricordare questa piccola grande storia. E chiedere al presidente della Repubblica di sottolineare, con il riconoscimento promesso, la sua importanza nel patrimonio di valori della nostra comunità.

Buon 2018.

 

1938

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Sta per iniziare il 2018. Ottanta anni fa lo Stato italiano approvava le leggi razziali. Rileggiamone alcuni passaggi

“Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione.

I cittadini italiani di razza ebraica non possono: prestare servizio militare in pace e in guerra… essere proprietari o gestori… di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione… essere proprietari di terreni… essere proprietari di fabbricati urbani …

“Gli appartenenti alla razza ebraica non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini italiani di razza ariana.

“Le Amministrazioni civili e militari dello Stato non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica”.

(dal Regio decreto 1728 del 17 novembre 1938).

Il tutto era firmato dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e tutto passò senza che gli italiani muovessero un dito avverso una legge contro natura.

Ricordiamocelo quell’anno, rimproveriamo a chi c’era, padri, madri, nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, di non aver fatto nulla per impedire che simili parole venissero scritte in una legge dello Stato per poi spianare la strada a deportazioni e uccisioni.

E diciamo a noi stessi che qualcosa del genere non potrà più accadere. Né in Italia né altrove.

Diciamocelo e facciamolo.

Nel 2018 poche celebrazioni e molti fatti, anche piccoli. Per non essere come allora. Per non assistere in silenzio alla ragione che si annebbia.

Ancora alla ex Sonnino di Besozzo

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Ancora alla ex Sonnino di Besozzo. Questa volta con il mio amico (e fotografo di lungo corso) Paolo Bonacina. Scelte insieme le inquadrature, scattato insieme. Insomma prove tecniche di collaborazione. Grazie Paolo

 

Foto del giorno per la Mogherini

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Foto del giorno per l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri dell'Unione europea Federica Mogherini.

Il primo ministro israeliano Benjamyn Netanyahu era in visita a Bruxelles pochi giorni dopo la decisione di Donald Trump di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e gli scontri avvenuti in Israele. "Gerusalemme capitale", ha detto Netanyahu, "è un passo verso la pace". E ha aggiunto che presto "la maggior parte dei Paesi europei sposterà le ambasciate a Gerusalemme".

Federica Mogherini ha risposto immediatamente: "Il premier Benyamin Netanyahu può tenere le sue aspettative per altri" perché i Paesi Ue non andranno con le ambasciate a Gerusalemme. Quanto alla pace in Palestina, ha detto la Mogherini, "l'unica soluzione realistica è basata su due Stati, con Gerusalemme capitale sia dello Stato di Israele sia dello Stato palestinese".

Una posizione chiara che condivido pienamente e che mi fa sentire ancora un po' più europeo di quanto già non sia. Ed è anche una presa di posizione che, a prescindere dalle conseguenze che potrà avere, dovrebbe far capire a tutti quanto sarebbe importante avere un Europa sempre più coesa e capace di esprimere una linea di politica estera unitaria.

Il database del passato

Lo storico Emilio Gentile, intervistato da Repubblica sulla vicenda dei naziskin a Como, sostiene che "questi fenomeni sono la spia della grave crisi che colpisce la democrazia, in Italia e in tutto l’Occidente", ma che le loro simbologie sono prive di senso, "non hanno niente a che vedere con la storia concreta dei regimi di Mussolini e Hitler". Ragionamento pienamente condivisibile anche quando arriva alla sua dura e amara conclusione: "Il dramma è che è venuta meno la passione per la democrazia come forma di convivenza".

Ma c'è una conseguenza di questa ineccepibile tesi che forse bisogna valutare con attenzione. Sostenendo che non c'è nessun legame tra questi comportamenti e i regimi che sconquassarono l'Europa e il mondo si rischia di attenuare l'allarme che dovrebbe scattare in tutti noi davanti a episodi come quelli di Como.

Per cui è sacrosanto sottolineare con forza la crisi che colpisce le democrazie occidentali. Ma è altrettanto sacrosanto non dimenticare che nazismo e fascismo si nutrirono proprio delle carni delle deboli democrazie post belliche.

Conoscere a fondo le conseguenze di quelle dittature può diventare così una potente arma per spingere ai margini chi vuole, adesso, tornare a nutrirsi di carni per certi versi simili a quelle di cui si nutrirono, negli anni Venti e Trenta, gli uomini di Hitler e di Mussolini.

E' per questo che il passato non va né riproposto in modo ossessivo e continuo né rimosso. Il passato è utile per quello che è: il più grande database dei comportamenti umani. E i database non vanno chiusi a chiave, vanno consultati quando serve. E adesso serve. Eccome se serve.

 

 

La due giorni lombarda

Trasferta a Milano e  Varese di Non volevo morire così. Venerdì 17 Pier Vittorio Buffa ha partecipato all’evento “Libri che liberano“, organizzato all’Università Statale nell’ambito di Book City. Un pomeriggio dedicato al carcere, al lavoro degli studenti a Opera e Bollate, ai racconti di Arnaldo Gesmundo, autore di Il ragazzo di via Padova, L’avventurosa vita di Jess il bandito, e alle storie dei protagonisti di Non volevo morire così.

Il giorno dopo, a Varese, dov’era in corso il festival di giornalismo Glocal, l’appuntamento era alle 9 alla Sala Montanari. L’evento, organizzato dal festival in collaborazione con la sezione di Varese dell’istituto Calogero Marrone, aveva un titolo significativo: “La storia incontra il giornalismo”. In sala moltissimi studenti. Al tavolo, insieme all’autore, il rappresentante dell’associazione Marrone e Robertino Ghiringhelli, docente di Storia delle dottrine politiche alla Cattolica di

Milano. L’attore Raffaele Musella, applauditissimo, ha letto alcune pagine di Non volevo morire così.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Due articoli pubblicati dalla Prealpina

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L’ignoranza

124211148-9c5ad0be-a599-4551-b3a5-5c5fbfc4dfc5Guardiamo bene la foto del giovane calciatore che esulta dopo un gol alzando la mano destra nel saluto fascista e mostrando una maglietta con le insegne della Repubblica di Salò.

Guardiamola bene perché non siamo in uno stadio qualunque, ma nello stadio di Marzabotto, nello stadio del paese dove quasi in ogni famiglia c'è stato qualcuno che ha visto e raccontato quello che i nazifascisti fecero in quella zona 74 anni fa. Uccisero quasi 800 donne, vecchi, e bambini che avevano la sola colpa di vivere tra quelle montagne.

Dopo aver visto quella foto e lasciato scorrere le immagini del filmato leggiamo cosa ha detto il calciatore: "Ho agito con leggerezza senza pensare alle conseguenze che da questo mio gesto sarebbe scaturito tanto a livello personale quanto comunitario. Ho lasciato passare un terribile messaggio di cui, ribadisco, sono totalmente pentito e dispiaciuto... la maglietta era normalissima".

Leggerezza, dispiaciuto, maglietta normalissima... A credergli sono parole di chi non sapeva. Non sapeva dei nazisti e dei fascisti, non sapeva quello che era successo in mezzo a quei boschi. Pensava di fare una goliardata, una cosa simpatica. E questo, a credergli, è ancora peggio che se avesse saputo, se avesse deciso, con un lucido disegno criminale, di fare quel gesto e di indossare quella maglietta. Così, a credergli, la colpa di quello che è successo va data alla peggiore malattia che possa affliggere una comunità: l'ignoranza.

Ignoranza delle proprie radici e del proprio passato, ignoranza del bene e del male che ne hanno caratterizzato l'esistenza. Una comunità ignorante rischia di non spezzare mai le terribili spirali della storia, di tornare sempre indietro, di riproporre a se stessa gli errori e le nefandezze del passato, di non saper guardare al futuro con gli occhi limpidi e densi di un saggio che ha vissuto a lungo.

La lezione che viene da quella maglietta e da quel braccio teso è quindi una sola. L'ignoranza è un nemico da combattere con tutte le nostre forze. Deve cominciare la scuola e deve continuare ciascuno di noi studiando, sapendo, ricordando, raccontando, trasmettendo. Con un obiettivo molto semplice: che nel prossimo futuro non ci possa più essere un venticinquenne che dica "Non sapevo".

L’ignoranza

124211148-9c5ad0be-a599-4551-b3a5-5c5fbfc4dfc5Guardiamo bene la foto del giovane calciatore che esulta dopo un gol alzando la mano destra nel saluto fascista e mostrando una maglietta con le insegne della Repubblica di Salò.

Guardiamola bene perché non siamo in uno stadio qualunque, ma nello stadio di Marzabotto, nello stadio del paese dove quasi in ogni famiglia c'è stato qualcuno che ha visto e raccontato quello che i nazifascisti fecero in quella zona 74 anni fa. Uccisero quasi 800 donne, vecchi, e bambini che avevano la sola colpa di vivere tra quelle montagne.

Dopo aver visto quella foto e lasciato scorrere le immagini del filmato leggiamo cosa ha detto il calciatore: "Ho agito con leggerezza senza pensare alle conseguenze che da questo mio gesto sarebbe scaturito tanto a livello personale quanto comunitario. Ho lasciato passare un terribile messaggio di cui, ribadisco, sono totalmente pentito e dispiaciuto... la maglietta era normalissima".

Leggerezza, dispiaciuto, maglietta normalissima... A credergli sono parole di chi non sapeva. Non sapeva dei nazisti e dei fascisti, non sapeva quello che era successo in mezzo a quei boschi. Pensava di fare una goliardata, una cosa simpatica. E questo, a credergli, è ancora peggio che se avesse saputo, se avesse deciso, con un lucido disegno criminale, di fare quel gesto e di indossare quella maglietta. Così, a credergli, la colpa di quello che è successo va data alla peggiore malattia che possa affliggere una comunità: l'ignoranza.

Ignoranza delle proprie radici e del proprio passato, ignoranza del bene e del male che ne hanno caratterizzato l'esistenza. Una comunità ignorante rischia di non spezzare mai le terribili spirali della storia, di tornare sempre indietro, di riproporre a se stessa gli errori e le nefandezze del passato, di non saper guardare al futuro con gli occhi limpidi e densi di un saggio che ha vissuto a lungo.

La lezione che viene da quella maglietta e da quel braccio teso è quindi una sola. L'ignoranza è un nemico da combattere con tutte le nostre forze. Deve cominciare la scuola e deve continuare ciascuno di noi studiando, sapendo, ricordando, raccontando, trasmettendo. Con un obiettivo molto semplice: che nel prossimo futuro non ci possa più essere un venticinquenne che dica "Non sapevo".

Dibattito alla Casa della Memoria

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Due ore di dibattito davanti a un pubblico attento. Il 25 ottobre l’appuntamento per discutere di Non volevo morire così era alla Casa della Memoria di Roma, in via San Francesco di Sales. L’evento era stato organizzato dalla Fiap (Federazione italiana associazioni partigiane) con tre relatori: la storica e scrittrice Antonella Braga, il garante per i detenuti della Toscana Franco Corleone, lo storico e presidente del Movimento federalista-Lazio Francesco Gui. A moderare è stato lo stesso presidente della Fiap Lazio Italo Pattarini.

La prima a prendere la parola è stata Antonella Braga. “Il libro di Buffa”, ha detto, “ridà voce e dignità umana a ombre calpestate dalla furia della storia”. Qui il testo integrale del suo intervento

Franco Corleone si è soffermato soprattutto sulle questioni legate al carcere e alla espiazione della pena sollevate dal libro partendo dalla citazione di un importante fascicolo del Ponte del 1949 dedicato a “Carceri: esperienze e documenti”.

Francesco Gui ha, tra l’altro, ricostruito la genesi stessa dell’idea di Europa e il percorso politico e intellettuale che ha portato alla redazione del Manifesto di Ventotene di Colorni, Rossi, Spinelli. Si è anche soffermato sulla figura dell’ultimo direttore del confino di Ventotene, Marcello Guida. “Nel giudicare la sua figura sarei forse più cauto, non bisogna dimenticare, per esempio, che Eugenio Colorni, quando a Roma venne ferito, chiese subito di avvertire il commissario Guida”.

Pier Vittorio Buffa ha raccontato come è nato il libro, gli spunti iniziale, il sistema di ricerca, la decisione di raccontare  sia l’ergastolo che il confino. Numerose alla fine le domande del pubblico.

GLI INTERVENTI

Antonella Braga:

 

Franco Corleone:

 

Francesco Gui:

 

Pier Vittorio Buffa:

 

Sei minuti di lezione

filmatoHo guardato due volte questo breve filmato girato da un ufficiale tedesco, probabilmente un medico, durante l'occupazione nazista dell'Italia, nel 1944. L'ho guardato due volte e lo ripropongo qui perché racconta a chi non c'era cosa è stata una guerra totale come quella combattuta lungo la penisola italiana in quegli anni. Lo racconta con l'immediatezza e la genuinità che solo immagini naturali e non costruite possono restituire.

In un primo momento queste immagini possono apparire come una parentesi di quella guerra totale durante la quale i nazifascisti massacrarono 23.300 donne, bambini, anziani. Ci sono ragazze che sembrano serene, tre bambini che sorridono. E soldati rilassati anche se si esercitano a sparare. Dove sono la violenza estrema, i villaggi incendiati, le fucilazioni di massa? A pochi chilometri, al massimo a un giorno di viaggio. Eppure sembrano lontani, lontanissimi

Ma sarebbe un errore considerare le piccole scene del filmato come quelle di una comunità fino a quel momento rimasta immune dalla guerra, che l'ha vista da lontano, che è riuscita a vivere decentemente mentre altrove si moriva.

Per capirlo è sufficiente soffermarsi qualche istante sulle immagini dei tre bambini. Sono tre bambini ripresi da un uomo che ha il controllo su di loro. E' un uomo che sta occupando la loro terra, che li sta privando della loro libertà. Loro non lo possono sapere, ma sottomissione a paura sono scritte nei loro occhi. Impresse da quello che vedono e sentono. E il vecchio filmato ce le trasmette intatte.

E' questa la lezione di questi sei minuti di pellicola Agfa. Quando la guerra è totale, quando attraversa in profondità il corpo di una comunità nessuno ne resta immune. A prescindere dall'età, da quello che gli accade intorno, da quello che vede con i propri occhi.

 

Presentazione al Book Pride di Genova

Il pomeriggio di venerdì 20 ottobre il giornalista Franco Manzitti e il drammaturgo e scrittore Carlo Repetti hanno presentato, durante il Book Pride di Genova, Non volevo morire così. All’evento ha dedicato un servizio il Secolo XIX.

Trentasei ergastolani senza storia. Parte da qui il libro dello scrittore e giornalista Pier Vittorio Buffa, “Non volevo morire così“, presentato sabato 20 ottobre a Palazzo Ducale in occasione del Book Pride, per Editore Nutrimenti.

«Sono partito dal cimitero di Santo Stefano e poi sono entrato in un archivio semi abbandonato – racconta Buffa – ho ricostruito così la storia di una trentina di persone che non hanno potuto vedere l’Italia repubblicana e il frutto del loro sacrificio»…. continua

L’ottimismo di Walter

Walter_Veltroni_1Walter Veltroni, primo segretario del Partito democratico, dice cose sagge e ascoltandolo si diventa, anche solo per un attimo, ottimisti sul futuro della sinistra italiana. Dice che "la sinistra deve ritrovare l'umiltà dell'unità", che "Il Pd dovrebbe recuperare il rapporto con Campo progressista e Mdp, solo questo ci permetterebbe di andare ben oltre l'attuale 26%", che un'alleanza tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi "sarebbe un errore, la forza del Pd è nella sua alternatività alla destra".

Ma sappiamo che le cose non andranno così. L'unità a sinistra è una chimera destinata, per quello che si può capire, a restare tale. E dopo le elezioni avremo una situazione politica molto diversa da quella auspicata da Veltroni. Gli ultimi sondaggi e le proiezioni su come potrebbe essere il Parlamento se venisse approvata la legge elettorale votata dalla Camera la scorsa settimana, dipingono scenari di grande instabilità: un Parlamento  diviso in tre, con nessuno dei tre schieramenti con i numeri sufficienti per governare. Si riaffacceranno ipotesi antiche (governi tecnici o del presidente) o vedremo gli schieramenti scomporsi per ricomporsi e formare maggioranze adeguate (e un'alleanza Pd-Forza Italia potrebbe raggiungere questo obiettivo).

Ma anche se sappiamo tutto questo teniamoci l'ottimismo ispirato dalle parole di Veltroni. Teniamocelo per un po' più di un attimo.

Un grande pollaio

Questa volta mi rifiuto di studiare la nuova proposta elettorale, quella chiamata Rosatellum bis. Ha tutto il sapore di un pacchetto di regole studiato solo per non scontentare i partiti che dovrebbero approvarlo: favorisce le coalizioni, prevede un fiorellino all'occhiello di "democrazia diretta" (i collegi uninominali), garantisce la nomina diretta della maggior parte dei parlamentari...

Se studiassi il Rosatellum bis accetterei ancora una volta le regole di un gioco che non mi piace. Quello che va avanti da anni, che è passato attraverso altre proposte di legge elettorale e  soprattutto attraverso la fallita riforma della Costituzione. E' il gioco imposto da chi vuole rifare le regole per rinsaldare il proprio potere senza guardare oltre lo spazio di una legislatura. C'ha provato Matteo Renzi, ci prova adesso un gruppo più vasto di forze politiche, ci proverebbero gli stessi Cinquestelle se trovassero il loro tornaconto diretto e immediato.

Servirebbe, in questo momento, una leadership politica di tutt'altro livello. Partendo dall'analisi degli attuali schieramenti bisognerebbe costruire delle norme elettorali capaci di garantire un'adeguata rappresentanza parlamentare dell'elettorato ma anche di spingere verso aggregazioni che diano stabilità di governo. E questo andrebbe fatto con grande abilità, trovando il giusto compromesso tra l'interesse delle forze attualmente presenti in parlamento e l'interesse del paese nei prossimi decenni.

La politica è questa. Altrimenti, se si cerca solo di vincere al prossimo giro, è come vivere in un grande pollaio.

Il vaccino antifascista

saluto-romano-675L'approvazione, da parte della Camera, di un nuovo articolo del codice penale che punisce la propaganda nazifascista soddisfa e sconcerta allo stesso tempo.

Soddisfa perché la sua approvazione (vedremo cosa accadrà adesso al Senato) fa tornare d'attualità una tematica che non dovrebbe mai essere abbandonata. Fa ricordare, per chi avesse memoria corta o poche letture alle spalle, cosa sono stati il nazismo e il fascismo. Non libere manifestazioni del pensiero, non semplici ideologie sconfitte dalla storia o considerate superate. Sono state il "male assoluto", la negazione stessa dell'idea di umanità e di convivenza civile. E non penso sia necessario argomentare queste affermazioni...

Sconcerta perché un paese in cui serve una legge per evitare che gruppi di persone facciano propaganda del fascismo o del nazismo è un paese che non conosce il proprio passato, che galleggia su una falsa idea di se stesso, che ritiene che tutto possa dimenticarsi e quindi tutto possa riproporsi. E' un paese che vorrebbe cancellare le ideologie, considerandole icone del passato, ma non vede che rinascono nelle proprie viscere, con nomi diversi, ma con slogan, gesti e finalità che vengono proprio da quel terribile passato.

E' per questo che a quella legge aggiungerei un comma che con il codice penale non c'entra nulla. L'obbligo di studiare, in tutti i tipi di scuole, il fascismo e il nazismo. Ma non parlando solo di guerre e di relazioni internazionali. Ma delle condanne a morte, delle libertà negate, dei lager, dei milioni di morti... Bene, a fondo, con letture che non si possono dimenticare. Con un obiettivo: fare in modo che tra un po' una legge come quella che adesso attende l'approvazione del Senato non serva più, che il nostro paese abbia finalmente metabolizzato il vaccino antifascista.