Sergio Segio e l’intervista a Genova

Domenica 13 maggio 2012 da Lucia Annunziata, nella trasmissione “in 1/2 h” si parla di terrorismo, dei “nuovi terroristi”. Ci sono la figlia di Guido Rossa, la deputata del Pd Sabina, e l’ex leader di Prima Linea Sergio Segio (omicidi di Emilio Alessandrini e Guido Galli). Si analizza il ferimento di Roberto Adinolfi, si cerca di capire chi sono i terroristi del Fai.

Segio a un certo punto (minuto 22:30) fa un lungo inciso citando lungamente l’intervista di Salvatore Genova.  Un po’ ardito tornare a quelle vicende per parlare dell’oggi ed è difficile sintetizzare. Ma mi pare valga la pena ascoltarlo

 

Il falò degli anarchici

Ho letto e riletto il volantino con cui gli anarchici  del FAI-FRI hanno rivendicato il ferimento di Roberto Adinolfi. Vi cercavo punti di contatto con quelli che, tanti fa, che arrivavano puntuali dopo ogni attentato delle Brigate Rosse. Tutto diverso. Linguaggio, obiettivi apparenti, costruzione del ragionamento, argomentazioni. Stavo per concludere che nulla, se non un proiettile,  unisce oggi a ieri, quando mi è tornato in mente un racconto di Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle Brigate rosse.

Mi raccontava (era la fine degli anni Ottanta e lui era ancora in carcere a Rebibbia) delle navi bruciate alle spalle: un momento cruciale del suo diventare brigatista e, probabilmente, uno di quelli che ricordava con maggiore intensità. “Un rito”, ho sintetizzato nella sua biografia, Mara , Renato e io, “che nasceva dalla lettura delle opere di Guevara. Il Che raccontava l’ultima offensiva di Simon Bolivar contro i colonialisti: arrivò con le navi e diede ordine di bruciarle, rendendo così impossibile ogni ritirata. Il suo motto, dopo quell’ordine, divenne “O vittoria o morte”. E noli, senza dirci niente, lo facemmo nostro. Ogni nuovo compagno, per diventare un “regolare” doveva bruciare i propri documenti davanti agli altri, pubblicamente… in quel momento si bruciavano le navi alle proprie spalle, si chiudeva la via della ritirata… Quando bruciai la carta d’identità mi sentii un uomo libero… Con quel piccolo falò avevo preso in mano la mia vita”.

Ho letto nuovamente le parole degli anarchici e ho trovato uno spirito simile. Anche loro hanno bruciato le loro navi e anche loro provano quella sensazione di libertà improvvisa. L’attimo è quello che in cui sparano il primo proiettile contro Roberto Adinolfi. E’ il loro falò.

Scrivono: “Siamo dei folli amanti della libertà e mai rinunceremo alla rivoluzione… Vincere la paura è stato più semplice di quello che ci eravamo immaginati. Realizzare oggi quello che solo fino a ieri ci sembrava impossibile è l’unica soluzione… per abbattere il muro dell’oppressione quotidiana”. E prima, a sottolineare il valore simbolico del primo proiettile l’agghiacciante “impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato… il rischio di una scelta e … un confluire di sensazioni piacevoli… quella che adesso cerchiamo è complicità“.

All’inizio degli anni Settanta molti, troppi, sottovalutarono quei ragazzi che bruciavano macchine e rapivano dirigenti per poche ore. E quasi nessuno capì che erano destinati a raccogliere complici a decine e centinaia.

Chi ha sparato ad Adinolfi l’ha fatta più semplice, ha dichiarato esplicitamente di cercare complici. Quello che questa volta dovremmo capire per tempo è che, oggi come allora, non è solo un problema di polizia. E’ anche il sintomo di una malattia sociale che rischia di attecchire e che va guarita per tempo. Altrimenti i complici si moltiplicheranno e potremmo trovarci a vivere un’altra stagione di sangue.

Proiettili

ZCZC
ADN0168 7 CRO 0 ADN CRO NAZ
**FLASH -GENOVA: GAMBIZZATO AMMINISTRATORE DELEGATO DI ANSALDO NUCLEARE- FLASH** =(Sca/Opr/Adnkronos)
07-MAG-12 09:57

No, questo no. E’ un terribile salto indietro nel tempo: flash di agenzia così ne vedevamo quasi ogni mattina, tanti anni fa. Battaglie quotidiane di una lunga guerra che i terroristi hanno perso dopo tanto di quel sangue che si rischia di perderne la memoria.
Ma quella memoria non va persa, va coltivata. Perché anche se non si sa ancora nulla di questo colpo di pistola la sola ipotesi che si tratti di un “atto eversivo” è agghiacciante, da “non commentare”, come ha detto il ministro Fornero.
Una sola cosa bisogna fare, non lasciare spazio neanche per un attimo, e per nessuna ragione, a chi pensa che dei proiettili possano servire a cambiare in meglio il nostro paese. Una considerazione ovvia? Forse, ma talvolta le ovvietà è opportuno ripeterle.

Non solo azienda

Tre persone di grande competenza chiamate a fare quello che sanno fare meglio: Enrico Bondi, Francesco Giavazzi e Giuliano Amato. Come si fa nelle grandi aziende quando ci sono problemi specifici, ma di grande portata, da risolvere.

Una contraddizi0ne perché un governo di tecnici chiama dei tecnici al proprio fianco?

No. E’ il gesto saggio di chi deve risanare una grande azienda.

E uno Stato oggi è un po’ come una grande azienda.

Ma non soltanto e non soprattutto. Non dobbiamo dimenticarlo

#ijf12 palazzo Bonucci, Perugia

#perugia#ijf12 #italy #jj#instamood #iphonesia #popular #hipstamatic #bestoftheday #italia #Umbria palazzo Bonucci (Scattata con instagram)

#ijf12, sala Notari, Perugia

#perugia#ijf12 #italy #jj#instamood #iphonesia #popular #hipstamatic #bestoftheday #italia #Umbria sala Notari (Scattata con instagram)

Al Festival di Perugia

A Perugia per il festival del giornalismo. Modero un workshop su Cronaca dell’emergenza e giornalismo partecipativo

Ecco il programma

La libertà è di tutti

Basta con le polemiche su chi può o non può festeggiare il 25 aprile. Su di chi è o non è la festa che ricorda il giorno in cui l’Italia è tornata libera.
Il 25 aprile è di tutti gli italiani che lo vogliono. E dovrebbero volerlo tutti e tenerselo ben stretto.
Perché quel giorno finì l’occupazione nazista e l’Italia iniziò a diventare quella che è oggi: libera e repubblicana.
Il 25 aprile, in particolare, dovrebbero volerlo anche coloro che sono stati fascisti perché da lì è iniziata anche la loro libertà e quella dei loro padri.
E non gli andrebbe impedito di festeggiarlo. Proprio in nome della libertà conquistata quel giorno e a un solo patto: chi festeggia il 25 aprile dichiari di dire anche no, in modo irreversibile, a tutti i fascismi. Di ieri e di oggi.

Photo – E’ ufficiale, il 23 giugno si apre a Magliano in Toscana la mostra Maremma per terra. Venticinque immagini della Maremma: ventuno da guardare dall’alto in basso, quattro attaccate alle paretihttp://www.piervittoriobuffa.it/fotografie/386/

E' ufficiale, il 23 giugno si apre a Magliano in Toscana la mostra Maremma per terra. Venticinque immagini della Maremma: ventuno da guardare dall'alto in basso, quattro attaccate alle pareti http://www.piervittoriobuffa.it/fotografie/386/ Comments: 1

Maremma per terra a Magliano in Toscana



E’ fatta, Maremma per terra è pronta e si inaugura sabato 23 giugno alla galleria Arti in Corso di Magliano in Toscana. Ventuno scatti allestiti in orizzontale, da guardare dall’alto in basso. Quattro panorami alle pareti lunghi un metro e mezzo e alti mezzo metro

Carbonari

diaz
Ho visto il film “Diaz” con un mio amico poliziotto, anzi ex poliziotto. Uno di quelli che più di trent’anni fa aveva rischiato la galera per chiedere una polizia senza stellette e più vicina ai cittadini, per avere il sindacato. Tra loro si chiamavano e si chiamano tuttora “carbonari” perché agivano in segreto, per non essere scoperti, per non finire davanti a un tribunale militare.

Per quasi tutto il film mi ha stretto il braccio e quando siamo usciti è rimasto in silenzio fino al parcheggio. Soltanto in macchina, lasciatosi andare sul sedile, le braccia abbandonate sulle gambe, ha detto quello che aveva dentro.

“Potrei dirti che il film non descrive la rabbia accumulata dai poliziotti, lo stress di ore e ore di servizio, la violenza di chi aveva devastato la città. Ma non voglio dire questo perché per tutto il tempo la mia testa è stata altrove. Quello che è successo a Genova nel 2001 e che questo film racconta in modo così crudo è il fallimento della mia generazione o, almeno, di quella parte della mia generazione di poliziotti che voleva una polizia dei cittadini, capace di prevenire, rispettosa dei diritti dei singoli e della legge. Oggi sembrano parole retoriche, ma allora facevano parte dei nostri programmi, erano gli obiettivi che ci eravamo dati, i nostri sogni se vuoi. E la colpa è di tutti. Anche nostra perché non abbiamo portato la lotta alle estreme conseguenze. Ma soprattutto dei nostri sindacati che sono diventati, quasi da subito, corporativi. Dei nostri capi che non hanno mai creduto in una polizia diversa. Di chi ha governato questo paese, a cui una polizia come quella che sognavamo non interessa proprio. E adesso come facciamo a dire ai ragazzi, magari dopo che hanno visto questo film, che la polizia è dalla parte dei cittadini? Vorrei chiederlo non a chi ha fatto il film, ma a tutti quelli che in questi anni hanno coperto, tollerato, mentito, depistato”.

Il dibattito su twitter

Dopo trent’anni la verità sulle torture

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Trent’anni fa (a sinistra la copertina del 1982) lo avevo scritto per l’Espresso grazie alla testimonianza di due poliziotti coraggiosi. Il magistrato che mi interrogò più che sapere la verità voleva farci stare zitti e mi mise in prigione per due giorni. Poi i poliziotti che avevano parlato con me confermarono tutto al giudice, ma non servì a niente, l’inchiesta negò tutto, il governo disse che erano falsità giornalistiche, la polizia si chiuse a riccio emarginando i poliziotti che parlando con me con Luca Villoresi, di Repubblica, avevano denunciato il comportamento illegale dei loro colleghi.

Oggi ho incontrato uno dei poliziotti di allora, quello che per le torture fu arrestato. l’ex commissario Salvatore Genova. Ne è nato un lungo articolo per l’Espresso che dimostra una cosa molto semplice. Allora avevano ragione i poliziotti che avevano raccontato le torture ai giornalisti e aveva torto lo Stato che coprì se stesso e i suoi uomini, ordinò e poi avallò la tortura come strumento di interrogatorio di detenuti.

L’articolo per l’Espresso

La videointervista a Salvatore Genova

Rognoni in parlamento nega tutto

Gli articoli dell’Espresso del 1982

@riotta: Pier sul Manifesto ti difendemmo

RT @riotta: Pier sul Manifesto ti difendemmo. In democrazia contro il terrorismo ma contro la tortura..". Si, il manifesto lo ricordo bene

Comments: 0

Ho intervistato per l’Espresso l’ex commissario di polizia Salvatore Genova. Dopo trent’anni conferma quello che Villoresi e io scrivemmo allora: lo Stato ordinò di praticare la tortura. Descrive cosa successe, fa i nomi… agghiacciante

l’Espresso - 'Quegli interrogatori con botte e sevizie'

l’Espresso - Quegli interrogatori con botte e sevizie - Il commissario di polizia Salvatore Genova, nel 1982, partecipò alle indagini sul caso James Lee Dozier, il generale...

Likes: 2
Comments: 2

Dopo 30 anni la verità: lo Stato ordinò le #torture

PierVittBuffa: Dopo 30 anni la verità: lo Stato ordinò le #torture http://t.co/NsVygNrZ @ritabernardini @riotta

Ma dove sono finiti i 31225867 italiani che dissero no al #finanziamento dei partiti?

PierVittBuffa: Ma dove sono finiti i 31225867 italiani che dissero no al #finanziamento dei partiti? http://t.co/IY5gj78L @emmabonino

31225867

Il 19 aprile 1993, esattamente 19 anni fa, 31.225.867 italiani dissero no al finanziamento pubblico dei partiti e la legge venne cancellata. Poi arrivarono i rimborsi elettorali e lo Stato continuò a finanziare i partiti: più di di mezzo miliardo, nel solo 2008, a fronte di spese accertate appena superiori ai cento milioni…

Io, come altri 31.225.866 italiani, sono tra coloro che nel 1993 dissero sì. E sono colpevole, come loro, di aver tollerato che il nostro voto venisse di fatto ignorato. Senza indignarmi, senza scendere per strada, senza usare tutti i mezzi possibili perché ciò non accadesse.

Vogliamo tornare allo spirito di quei giorni? Vogliamo dirci e dire che non vogliamo che i partiti vivano con i soldi dello Stato?

Il governo sta pensando a nuove norme e al controllo della Corte dei Conti sui bilanci.

Ma non sarebbe più semplice che i partiti vadano a prendersi i soldi direttamente da chi li vota e li vuole? Per farci quello che ciascun partito decide insieme alla propria base? E con le certificazioni che ritiene opportune? Forse scomparirebbero gli Scilipoti e si vedrebbero più politici per le strade e nei quartieri, a parlare, cercare di capire, dare risposte…

E questi non sono sogni. Basta che lo si voglia in 31.225.867.

Un evviva per i mantovani

gervasoni2

A Mantova i tifosi della squadra cittadina, che ora milita in C2 ma ha una storia di grande prestigio e supporter appassionati, hanno preso una singolare iniziativa. Vogliono promuovere una class action contro i calciatori del Mantova (nella foto, a destra, Carlo Gervasoni, ex giocatore del Mantova, ritenuto uno dei perni dell’inchiesta) coinvolti nello scandalo delle scommesse.

Difficile prevedere se riusciranno nel loro intento ma immaginate cosa succederebbero se ci riuscissero e se altre tifoserie seguissero il loro esempio. Sarebbe una sana e pacifica rivolta contro i truffatori della domenica, un modo semplice e diretto per far sapere che non ci stiamo più, che non siamo disposti ad appassionarci per le gesta di uomini che tardiscono al nostra fiducia.

Ma non penso che succederà. In fondo gli scandali del calcio non  hanno mai trovato seguito nelle tifoserie. Come se non li riguardasse o, peggio, danneggiasse il giocattolo domenicale.

Quindi, per il momento, l’evviva che viene spontaneo indirizzare ai tifosi mantovani è destinato a restare isolato. Anche se mi piacerebbe davvero tanto essere smentito.


Elliott Erwitt in mostra a Venezia http://t.co/L6mQ1nbP @nuova_venezia

Elliott Erwitt in mostra a Venezia http://t.co/L6mQ1nbP @nuova_venezia

Comments: 0

Con il porcellum non voto più

Prometto a me stesso che, per la prima volta nella mia vita, non andrò a votare se non verrà cambiata la legge elettorale, il porcellum. E’ l’unica arma che mi resterà se i partiti non si decideranno a uccidere l’obbrobrio che hanno partorito nel 2005. Poca cosa davvero la mia astensione, ma se cominciassimo a prometterla in tanti potremmo, non dico mettere paura, ma far capire che non c’è più tempo per scherzare come si sta facendo in questi giorni.

Perché vien da pensare a uno scherzo quando si ascolta e si legge che forse non c’è più tempo per le riforme, che bisogna andare a votare così come siamo. O no?