Attoniti

diazCucchi: familiari Stefano arrivati a piazzale ClodioIl disegno di legge che inserisce nel nostro ordinamento il reato di tortura dovrebbe essere uno di quelli che superano speditamente l'esame parlamentare e diventano subito legge dello Stato.

Perché punire chi abusa del proprio potere per commettere violenze non dovrebbe essere di destra o di sinistra. Non dovrebbe dividere cittadini e politici tra chi sta con la polizia o contro la polizia. Punire chi abusa del proprio potere per torturare un essere umano va punito. Punto e basta. E' un imperativo al quale nessuna società civile può sottrarsi.

Per questo il rinvio a non si sa quando del disegno di legge in discussione al Senato lascia attoniti.

Lascia attoniti la posizione del ministro dell'Interno (cosa vorrebbe Alfano, che la polizia possa picchiare e torturare?).

Lascia attoniti la non compattezza e decisione del Partito democratico nel chiedere l'approvazione in tempi rapidi.

Lascia attoniti che dopo le torture del passato e del presente e dopo i giovani morti tra le mani di poliziotti ci sia ancora qualcuno che abbia dei dubbi.

Lascia, infine, attoniti che non si capisca come una legge del genere aiuti soprattutto gli uomini in divisa a stare dalla parte giusta.

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Nelle foto: un'aula della scuola Diaz di Genova dopo il "massacro del G8" e la sorella di Stefano Cucchi con una foto del fratello

PS. Per chi voglia capire cosa è successo negli ultimi decenni intorno a questo tema suggerisco di leggere "Il partito della polizia" , un serio e documentato lavoro di Marco Preve pubblicato da Chiarelettere.

 

 

 

Spacchettamento

Spacchettamento. E' la brutta, ma magica parola che in questi giorni sta girando sempre più freneticamente per le strade della Roma politica. Spacchettare il referendum sulla riforma costituzionale vuol dire chiamare gli elettori a votare non più su tutta la riforma, si o no, ma su diversi "pacchetti", su gruppi di articoli omogenei. Lo avevano proposto i costituzionalisti che, lo scorso aprile, si erano pronunciati contro la riforma e ne avevo parlato, condividendo l'idea, anche in questo blog.

Il percorso verso lo spacchettamento, oltre a porre complesse tematiche giuridiche, ha tempi stretti e tortuosi. Ma, malgrado questo, è un'ipotesi che piace sempre di più anche all'interno della maggioranza. 

Il motivo è semplice. Lo spacchettamento disinnescherebbe la bomba a orologeria accesa da Matteo Renzi giocando tutto sull'esito del referendum.  La disinnescherebbe sia nei tempi che nel merito.

Nei tempi perché la procedura complessa, secondo gli esperti, porterebbe a un quasi sicuro slittamento della consultazione alla primavera del 2017, sempre più vicino cioè alla scadenza naturale della legislatura (15 marzo 2018). E con maggior maggior tempo a disposizione per una eventuale, e auspicabile, revisione della legge elettorale.

Nel merito perché ampie parti della riforma riscuotono consensi anche unanimi. Basti pensare al bicameralismo o all'abolizione di province e Cnel. Molti "pacchetti" verrebbero così senz'altro approvati e l'eventuale vittoria del no su alcuni punti (primo fra tutti quello che riguarda il nuovo Senato) avrebbe un impatto politico decisamente minore.

 

 

Una pessima idea

Questa mattina, la mattina della Brexit, sono andato a rileggermi il "Manifesto di Ventotene". Lo scrissero tre confinati d'eccezione: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. Lo scrissero nell'agosto del 1941 quando gli Stati Uniti non erano ancora  entrati in guerra e la Germania stava invadendo l'Unione Sovietica. Oggi quelle loro parole sono considerate, come sappiamo, il primo passo verso l'Europa unita, una sorta di suo atto fondativo.

Ho pensato fosse una buona idea, la mattina in cui il disegno europeo fa il suo primo, gigantesco passo indietro, tornare su quelle pagine scritte 75 anni fa.

Invece è stata una pessima idea, una di quelle che mettono di cattivo umore. Rileggere quelle pagine fa capire quanto l'Europa di oggi sia lontana da quella visione. E mette paura, dà fondamenta alla preoccupazione che quello britannico sia solo un primo mattone che si stacca.

Rileggiamo insieme un passaggio cruciale: "Il punto sul quale essi (le forze conservatrici, Ndr) cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico (...) Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra".

La strada per evitare esiti così catastrofici è scritta più avanti, ed è lo spirito che anima tutto il manifesto. Mettere al centro della costruzione europea il cittadino, i suoi bisogni, il suo diritto all'uguaglianza. E' proprio quello che la nostra Europa ha fatto di meno. E che, invece, deve cominciare a fare di più. E da subito.

 

 

L’Alcatraz italiana

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L'ultima settimana ho passato qualche giorno sull'isola di Ventotene per seguire un convegno sul carcere di Santo Stefano, il vecchio ergastolo abbandonato, e per capire se davvero ha senso impiegare energie e risorse per sistemarlo e dargli un futuro. Il governo ha infatti stanziato 70 milioni per rimettere in piedi il carcere. L'interrogativo, quindi, è legittimo. Sono arrivato alla conclusione che, a certe condizioni, ha molto senso recuperare quel pezzo di storia d'Italia. In un articolo sull'Espresso cerco di spiegarlo. Lo si può leggere qui 

Il giovane vecchio

Matteo-RenziA Matteo Renzi è riuscita un'operazione eccezionale. In un paio d'anni da giovane che era è diventato vecchio, quasi da rottamare anche lui.

I giovani-giovani e le periferie delle grandi città hanno votato Cinque stelle.

Chi dà maggior credito al Pd, stando alle analisi di voto, sono gli anziani più agiati.

Il Pd non è più, o quasi non è più, il primo partito.

La risposta più forte di Renzi, a tutto questo, sembra, a tutt'oggi, quella di rinnegare l'alleanza con Denis Verdini. Altro che Prima Repubblica, come si dice in questi casi...

Un processo involutivo inarrestabile?

No, a patto che...

A patto che il Pd  torni a essere quello che non è da tempo. Un partito (o un movimento) capace di vivere dove vivono gli italiani. Non chiuso nei suoi palazzi.

A patto che il Pd non sia, e non dia più di sé, l'immagine di un partito di un uomo solo.

A patto che il Pd riesca a non togliere aria e forza a tutte le anime che cercano di convivere al suo interno.

 

 

 

Varese, Io ho visto alla Anna Frank

Duecento studenti delle terze medie della Anna Frank di Varese hanno seguito con attenzione una presentazione di Io ho visto avvenuta lunedì 30 maggio. Gli studenti avevano preparato dei cartelli che hanno esposto davanti all’aula magna in cui si è svolta la presentazione

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La mattinata è stata organizzata e condotta dal professor Riccardo Prando e a parlare agli studenti delle stragi nazifasciste Pier Vittorio Buffa e Paola Medri, che ha anche letto alcuni brani del libro. I racconti di Gino Ventura, Francesco Pirini e Maddalena Gazzetta sono stati letti in un’aula attenta e silenziosa. Alla fine la canzone Sussidiario di un vecchio bambino scandita dai ragazzi con il battito ritmato delle mani.

Le letture hanno proposto via via diversi temi che hanno suggerito diverse domande ai ragazzi. Su una, in particolare, ci si è soffermati più a lungo. “Avete notato un atteggiamento diverso tra i sopravvissuti che hanno perdonato e quelli che invece non riescono a farlo?”, è stato chiesto. “Si, forse in chi ha perdonato c’è una pace diversa, come una serenità, ma nessuno sa se sia davvero così, perché non si dimentica e non si dimentica il dolore”.

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Nei giorni successivi i ragazzi della III E hanno discusso e ragionato su quello che hanno ascoltato, hanno riflettuto. Il loro professore, Riccardo Prando, ha riassunto i loro pensieri. Molti diretti a Paola e Pier Vittorio, altri sulla guerra, su quello che hanno ascoltato. Eccoli

“Ammiro la forza e il coraggio che ha avuto nell’ascoltare quelle storie così terribili: mi piacerebbe molto leggere il suo libro perché quanto ho ascoltato mi ha davvero commosso”.

“Se oggi viviamo così bene è grazie a quelle persone che si sono sacrificate per noi”.

“Vorrei ringraziarla per avermi fatto pensare per la prima volta in modo serio alla guerra, che prima davo per scontata e che rischia di andare dimenticata fra noi giovani”.

“Lei e sua moglie mi avete fatto venire i brividi: lo sentito la crudeltà dei nazisti verso persone inermi”.

“Tra qualche anno nessuno forse si ricorderà più di cosa è stata la guerra e quindi il futuro dipenderà tutto da noi, che avremo il compito di raccontare la storia”.

“Le storie che ha letto sua moglie non sono favole, ma testimonianze vere che ci fanno rivivere ogni atto di quelle tragedie. Il suo libro a mio parere dovrebbe fare il giro del mondo”.

“Mi sembra giusto scusarmi con lei per i problemi al computer. Peccato, perchè penso che lei abbia interpretato al meglio le vicende che ha raccolto in giro per l’Italia: dimenticarle sarebbe un grosso errore. Per questo sono felice di averla conosciuta”.

“non so se tutte le persone avrebbero il coraggio di ascoltare, come ha fatto lei, quelle storie terribili. Mi chiedo come abbiano potuto accadere. Faccia i complimenti a sua moglie per come le ha lette!: ci siamo immedesimati nei protagonisti”.

“Grazie a lei e a sua moglie, il concetto di atrocità mi è diventato più chiaro e mi ha particolarmente coinvolto”.

“Voglio ringraziarla per la lezione di vita che ci ha lasciato. Detto sinceramente, ci sono rimasta male perchè ci avete dedicato del tempo e poi il computer non funzionava. Sono rimasta stupita dalla sua forza nel raccontare quelle storie”.

“E’ sempre molto interessante capire cosa è successo, così da non rifare gli stessi errori. Invece molte persone se ne fregano e pensano che tutto sia passato e non accadrà mai più”.

“L’incontro mi è servito per capire il vero senso di quel dolore. Tra non molti anni quelle storie verranno dimenticate, ma rimarrà sempre il suo libro a ricordarcele”.

“Grazie perchè il vostro intervento mi ha permesso di approfondire un argomento già affrontato in classe e che, però, voi avete reso vivo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti”.

Hotel Regina Coeli

_D8E6787Regina Coeli, San Vittore, Poggioreale. Il dibattito sul destino delle tre grandi carceri che vivono nel centro di tre grandi città (Roma, Milano, Napoli) è innestato. Il governo sta approntando un piano per vendere i grandi e obsoleti istituti ai privati e costruire carceri moderne alle periferie delle città. Nulla da eccepire sul piano penitenziario. Chi anche solo per un attimo si è affacciato al di là dei cancelli di Regina Coeli piuttosto che di San Vittore o di Poggioreale, sa quanto alla pena della privazione della libertà si aggiunga quella di vivere in strutture secolari e inadeguate.

Ma cosa fare di questi enormi complessi? La loro storia è strettamente intrecciata con quelle delle città. In quelle celle, in quei corridoi, in quei cortili generazioni e generazioni di italiani hanno sofferto. Poco importa che fossero colpevoli o innocenti. I luoghi di sofferenza vanno rispettati. Così come vanno rispettati i luoghi che hanno visto passare la storia del nostro paese. Negli anni dell'occupazione nazista e della Repubblica sociale nelle grandi carceri cittadine sono stati rinchiusi uomini della resistenza ed ebrei, dalle celle di Regina Coeli vennero prelevati i martiri delle Fosse Ardeatine... Per tutto questo l'idea, di cui già si parla, di sfruttare economicamente questi complessi (alberghi, centri commerciali...) mi ripugna.

Posti così dovrebbero diventare centri di aggregazione culturale, di memoria storica, di studio. Non posti dove divertirsi e dimenticare quello che sono stati.

Alla fine del mondo, a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, c'è il carcere intorno al quale nacque la città. Una volta dismesso è diventato un museo (nella foto) in cui si racconta, cella per cella, la storia di quella parte di mondo, Ci sono le storie dei prigionieri e dei velieri scomparsi, degli avventurieri e dei santi, della gente comune e dei generali.

E Alcatraz, in mezzo alla baia di San Francisco? Poteva diventare uno straordinario albergo a cinque stelle. Ma gli americani lo hanno preservato com'era. E adesso nelle celle e lungo i corridoi raccontano, alle decine di migliaia di turisti che lo visitano, la storia di banditi ed evasi. Molto all'americana, ma in modo efficace.

In Italia c'è un progetto simile appena abbozzato. Riguarda l'ex ergastolo dell'isola di Santo Stefano, a un miglio da Ventotene, nell'arcipelago pontino. Un sostanzioso stanziamento del governo vuol far diventare quell'enorme e ormai fatiscente struttura, in cui soffrirono e morirono migliaia di persone e dove venne rinchiuso anche Sandro Pertini, un centro di cultura europea.

Ecco, si faccia lo stesso con le grandi carceri cittadine. Diventino i gangli di un tessuto capace di costruire e tenere viva la memoria storica del nostro paese.

Gli alberghi no, per favore. Proprio no.

 

 

 

Il gigante e lo spinello

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Era il 1975, avevo 23 anni e il Secolo XIX, il giornale che mi aveva da poco assunto, mi mandò a via di Torre Argentina, la sede storica del partito radicale. Lì c’era Marco Pannella che ne aveva inventate una delle sue, tra le prime e più clamorose. Aveva deciso di fumare uno spinello davanti a un poliziotto e farsi così arrestare. Una forte azione contro la legge che, allora, ordinava la "cattura" di chiunque e comunque detenesse sostanze stupefacenti.

Pannella, in una stanza affollata e carica di tensione, accese lo spinello e il commissario di polizia presente, capo della narcotici, lo arrestò. Il poliziotto era Ennio Di Francesco, un uomo che sarebbe stato tra i sostenitori della riforma della polizia e che, dopo averlo fatto andare a Regina Coeli, gli mandò un telegramma riservato di solidarietà che Pannella rese quasi subito pubblico.

Io assistetti come inebetito a quell’evento. Pannella mi apparve un gigante che metteva in gioco la propria libertà personale in nome di un principio al quale credeva. Mi insegnò più quel gesto, che considerai estremo ma condotto con calma e serenità, che tanti libri e discorsi. E poco importa che poi, negli anni, mi sia trovato, come tanti, in disaccordo con molte sue posizioni. Per quel pomeriggio gli sono stato, gli sono e gli sarò sempre grato. Tantissimo.

Nella foto: quel pomeriggio a Torre Argentina. Pannella fuma lo spinello davanti al capo della narcotici Ennio Di Francesco, l'ultimo a destra

Iguazu

Qualche scatto per cercare di condividere le emozioni di un lungo viaggio tra ghiacci, montagne e cascate del Sud America. Qui sotto le cascate di Iguazu, sul confine tra Argentina e Brasile Qui la regione di Salta, in Argentina Qui scorci di Patagonia

Argentina, nella regione di Salta

Qualche scatto per cercare di condividere le emozioni di un lungo viaggio tra ghiacci, montagne e cascate del Sud America. Qui sotto il Nord Ovest dell’Argentina Qui scorci di Patagonia Qui le cascate di Iguazu, sul confine tra Argentina e Brasile

Patagonia

Qualche scatto per cercare di condividere le emozioni di un lungo viaggio tra ghiacci, montagne e cascate del Sud America. Qui sotto scorci di Patagonia Qui la regione di Salta, in Argentina Qui le cascate di Iguazu, sul confine tra Argentina e Brasile
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Il senso di una sfida

schwazer donatiNon volevo parlare di Alex Schwazer e della polemica sulla sua eventuale partecipazione alle Olimpiadi con la maglia azzurra.

Poi ho visto questa foto, lui che marcia con al fianco Sandro Donati.

Siamo di fronte a un uomo, Alex Schwazer, che aveva fatto dell'atletica la sua ragione di vita. Poi ha sbagliato, come un atleta non dovrebbe mai fare. Ha ammesso e riconosciuto il proprio errore. Ha scontato la pena giustamente inflittagli. E si è affidato a un uomo, a Sandro Donati, che ha una ragione di vita ben precisa e forte: la lotta al doping.

Schwazer si e' allenato, ha camminato, marciato. Ha fatto, senza doping, progressi straordinari. Donati accanto a lui in bicicletta è lì a dimostrarlo.

Ed è per questo che vorrei vedere Alex Schwazer a Rio de Janeiro.

Sarebbe una straordinaria bandiera contro il doping, contro chi si droga per guadagnare un secondo o un minuto. Sarebbe la prova, per tutti, che non serve doparsi per vincere.

Forza Alex. Forza Sandro.

Io ho visto a RaiNews24

Io ho visto è tornato sugli schermi televisivi la sera del 24 aprile 2016 a RaiNews24. In studio, insieme all’auotre, Emilio Martini uno dei protagonisti del libro. Si è parlato delle stragi nazifasciste, si è detto perché non bisogna dimenticare. Ecco il video.

Perché no

Riforme:Renzi,non so se lieto fine ma è buon inizio

Se la legge di modifica della Costituzione, da poco approvata dal Parlamento, verrà sottoposta a referendum confermativo voterò no.

  • No alla dichiarata volontà del presidente del Consiglio Matteo Renzi di far diventare questo voto un plebiscito pro o contro di lui. Una legge destinata a incidere per decenni sull'assetto istituzionale del paese la si costruisce condividendo il più possibile i principi su cui si fonda. Non a colpi di maggioranza o grazie a ultimatum politici.
  • No allo squilibrio istituzionale che creerebbe. Viene analizzato compiutamente dai cinquanta giuristi che hanno sottoscritto un documento "contro" la legge che condivido integralmente. Qui mi limito a sottolineare la più macroscopica distorsione. Questa legge, combinata con la legge elettorale approvata l'anno scorso (l'Italicum), rischia di dare a una sola parte politica, con una forza iniziale anche inferiore al 30 per cento dei voti validi, un enorme potere privo di adeguati bilanciamenti. Semplificando al massimo: un partito con il 25-30 per cento dei voti capace poi di vincere le elezioni al ballottaggio e quindi di ottenere la maggioranza assoluta della Camera (340 deputati) potrebbe, nel giro di qualche anno, controllare, oltre al governo, i posti chiave delle istituzioni, proprio quelli che garantiscono equilibrio e controllo dell'attività dell'esecutivo. Il presidente della Repubblica, visto lo squilibrio numerico tra Senato e Camera, potrà essere eletto dai deputati della maggioranza più un pugno altri parlamentari. E di conseguenza la stessa maggioranza potrebbe arrivare a controllare la Corte costituzionale con i tre giudici eletti dai deputati e i cinque nominati dal presidente della Repubblica.
  • No al falso risparmio. Uno degli obiettivi dichiarati della riforma è stato risparmiare sulle spese della politica. Il mezzo per raggiungerlo è stato, in sostanza, l'abolizione delle indennità dei senatori non più eletti direttamente. Ma i deputati sono sempre 630 e il Senato "a mezzo tempo" che è stato concepito non ha quei poteri di controllo e di indagine indispensabili in un sistema che dà così tanta forza a chi vince le elezioni. Non sarebbe stato meglio avere soltanto 500 parlamentari, tutti eletti direttamente dai cittadini? Quattrocento deputati e cento senatori, i primi che danno la fiducia al governo, i secondi capaci di esprimere davvero le esigenze del sistema regionale e di controllare (non ostacolare, non intralciare) l'azione del governo? Si sarebbe risparmiato molto di più e ne sarebbe nato un sistema decisamente più equilibrato.
  • No al "tutto o niente". Alcuni principi base della riforma (abolizione del bicameralismo perfetto, maggiore incisività dell'azione di governo...) sono sacrosanti. Ma vengono travolti dalle molte storture.

Ventiduemila morti in cerca di giustizia

cover-libro-stragi-697x1024Sta per diventare pubblico l'Atlante delle stragi naziste e fasciste. Un gran lavoro portato avanti da un gruppo di studiosi, firmato dall'Anpi e dall'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli) e finanziato dal "fondo italo-tedesco per il futuro". Si tratta del primo e completo database sui crimini commessi da nazisti e fascisti durante i 21 mesi della guerra in Italia, dal luglio del 1943 all'inizio del maggio 1945.

Il risultato e' scioccante perché va oltre ogni stima fatta finora. Gli studiosi, escludendo i morti durante i combattimenti, hanno contato 5.300 episodi che hanno provocato la morte di 22.000 persone. Tutte indicate con nome e cognome. E accanto al loro, dov'è stato possibile, c'è il nome dei carnefici identificati.

Ventiduemila persone: civili, donne, bambini, vecchi. La più grande tragedia che ha travolto la popolazione civile italiana, come non si stancava di ripetere Franco Giustolisi, l'autore dell'Armadio della vergogna.

Tragedia nascosta per decenni dall'oblio e, soprattutto, com'è ormai dimostrato, dall'opportunismo politico.

I processi celebrati negli ultimi 15 anni e che hanno portato a decine di condanne all'ergastolo hanno cercato di dare giustizia alle vittime di allora e ai sopravvissuti. Ma la mancata esecuzione delle condanne è suonata e suona come un'ulteriore beffa.

Questo Atlante si presenta come un altro, diverso tentativo di fare giustizia. Non con le carte processuali, ma con la ricerca storica, stabilendo fatti, protagonisti, correlazioni. Un tipo di giustizia che non si può considerare soddisfacente ma che ha la sua importanza. Potrebbe riuscire a togliere ogni singola vittima dal proprio isolamento. Potrebbe ricondurre la sorte di ciascuno a un comune e tragico destino.

E' però obbligatorio porsi una domanda.

I processi non sono stati fatti nel secolo scorso perché le carte erano state nascoste. Per un atlante come quello che sta per diventare pubblico non servivano fascicoli processuali. Perché si è aspettato tanto?

La guerra vista da lontano

Per la prima volta nella vita mi è capitata una cosa terribile ed eccezionale. Assistere a quello che è successo nel cuore dell'Europa a 13000 chilometri di distanza, dall'altra parte del mondo e senza efficienti strumenti di comunicazione.

Terribile perché la lontananza ti trasmette un senso di impotenza. Non perché se fossi stato a Roma avrei potuto fare qualcosa. Ma perché sembra di essere fuori dal tuo mondo. Senza possibilità di essere vicino a chi si trova direttamente coinvolto. Senza poter condividere un momento così cruciale con le persone con le quali, fino a oggi, hai condiviso tutto.

Eccezionale perché sapere di bombe e kamikaze mentre ti trovi immerso in una natura che vive solo per se stessa provi un senso di sgomento mai provato prima. Perché capisci, con la forza che il contrasto tra la morte e la vita che qui scorre placida ti da, che c'è una guerra in corso.

Così ti viene una gran voglia di restartene lontano. Voglia subito scacciata dalla consapevolezza che il tuo mondo è quello di Bruxelles, dell'Europa, e che è lì che devi vivere la tua vita, non ne puoi e non ne devi fuggire. Perché quando c'è una guerra che coinvolge il tuo mondo, il tuo paese non si fugge. E questa è proprio una guerra che riguarda ciascuno di noi.

Giustizia negata

Nelle ultime settimane ho dedicato del tempo a leggere le carte della commissione di indagine sulle stragi nazifasciste messe online dalla Camera dei deputati. Non si tratta dei fascicoli chiusi nell'Armadio della vergogna ma di tutto (o quasi tutto) quello che la commissione ha acquisito durante i suoi lavori iniziati nel 2003 e finiti nel 2006. Sono migliaia di carte con su stampigliato "Segreto", "Riservato", che confermano una verità che ancora si fa fatica a condividere. Una verità che la commissione stessa non riuscì a sottoscrivere (ci furono una relazione di maggioranza  e una di minoranza).

Una verità molto semplice e terribile. La giustizia alle vittime delle stragi venne negata in nome della ragion di stato, dell'opportunismo politico, della necessità di creare buoni rapporti politici ed economici con la neonata Repubblica federale tedesca.

Sono 22.000 i civili italiani uccisi tra il 1943 e il 1945 da nazisti e fascisti. E lo Stato, nel 1960, decise che non era il caso processare gli assassini, meglio vendere armi alla Germania...

Quello che ho trovato nelle carte l'ho scritto in un articolo pubblicato questa settimana dall'Espresso. Lo si può leggere qui.

Il monito dell’anforetta di Tobruch

IMG_3420Migliaia di uomini pronti a partire, la più grande spedizione militare italiana dal 1943. Incursori, marò, navi appoggio. Nelle cronache che annunciano come prossimo lo sbarco italiano in Libia c'è qualcosa di ineluttabile e quasi di trionfalistico. Un trionfalismo che in alcuni casi è davvero malcelato.

Così, dopo un anno, ho rimesso sulla mia scrivania l'anforetta di Tobruch che mio nonno, ufficiale di carriera, riportò dalla Libia occupata nel 1912 (e di cui parlai qui). L'ho messa sulla scrivania e l'ho guardata per un bel po' come feci un anno fa, quando si iniziò a parlare di una spedizione militare ormai prossima.

E' un'anforetta per me preziosa. Mi porta con sé in un viaggio nel tempo, mi fa riflettere. E lancia il suo monito che, anche questa volta, mi fa dire un paio di cose ovvie ma che spesso vengono dimenticate. Quando si parla di armi e di guerra bisognerebbe usare la massima cautela. E prima di premere il grilletto bisogna provarle tutte, davvero tutte.

Per questo ha fatto bene Matteo Renzi, come fece un anno fa, a moderare i toni e a chiedere equilibrio, prudenza e buon senso. E bene fanno personaggi come Romano Prodi a sottolineare i terribili rischi che una spedizione italiana in Libia porterebbe con sé. Meglio ascoltare parole come le sue che leggere di piani di battaglia.

 

 

Rifugiati, non basta un Nobel

Premio Nobel per la pace a Lampedusa e Lesbo, le due isole di frontiera. Le isole nelle cui acque sono morte e muoiono migliaia di persone. Le isole che, loro malgrado, sono diventate sinonimo di solidarietà e accoglienza. Lo ha proposto il regista Gianfranco Rosi, ha sottoscritto la proposta il premio Nobel Dario Fo.

Nulla da eccepire perché quella di Rosi è una di quelle idee che mettono tutti d'accordo e dalle quali è difficile dissentire. Ma sono proposte aderendo alle quali si ha la sensazione di mettere a posto la propria coscienza. "Ecco, sono talmente buono e sensibile, che sto appoggiando il Nobel alle due isole...".

No, non basta questo per mettere a posto la propria coscienza. Viviamo in un'Europa tesa e divisa, dove succedono cose come questa documentata nei due video qua sotto e descritte in questo articolo

Urla e insulti che poco hanno a che fare con regole di civile convivenza. Appoggiamo dunque la proposta di Rosi e Fo, ma non accontentiamoci, cerchiamo di combattere, ciascuno di noi nel proprio piccolo, una fobia dei propri simili che ha molto dell'animalesco e poco dell'umano. Combattiamola giorno per giorno, anche solo parlando, discutendo, convincendo. E usando le armi, come il voto, previste dalle nostre democrazie.

La banca degli evasori

espresso02Questa settimana L'Espresso dedica la copertina a una storia sconcertante, venuta alla luce dopo una lunga e meticolosa indagine della Guardia di Finanza e raccontata da Paolo Biondani. Più di 13.000 italiani avrebbero trasferito all'estero più di 14 miliardi di euro, attraverso società controllate dal gruppo Credit Suisse, un colosso bancario con 45.000 dipendenti. Il tutto in modo organizzato sin nei minimi dettagli dalla banca, tanto che il giornale titola il servizio "Manuale del perfetto evasore". I finanzieri hanno messo a nudo i meccanismi di questa maxi-evasione e trovato istruzioni dettagliate su come si devono comportare i funzionari della banca per eludere i controlli delle autorità italiane.

Ne esce il ritratto di un paese, l'Italia, terra di conquista di banchieri spregiudicati. I funzionari del Credit Suisse hanno istruzioni per muoversi nel nostro paese, alla ricerca di fondi da portare all'estero, come fossero in territorio nemico: cambiano albergo ogni tre giorni, non comunicano con la banca, usano mail criptate, non possono avere nel portafoglio nemmeno un biglietto da visita che faccia riferimento alla banca...

Insomma, se tutto questo verrà provato dall'inchiesta giudiziaria aperta dalla procura di Milano ci troveremmo di fronte a un piano criminoso architettato da una banca estera e messo in atto con la complicità di 13.000 nostri concittadini. C'è da augurarsi che, in caso di esito positivo dell'inchiesta, il tutto non venga liquidato come un normale caso di evasione fiscale ma che suggerisca provvedimenti eccezionali. Uno su tutti: impedire alla "banca in oggetto", che ha succursali a Roma, Firenze, Milano, Parma, Brescia e
Padova, di operare in Italia.