“Gli italiani all’estero. I diari raccontano”, la presentazione alla Farnesina

Lunedì 10 giugno Nicola Maranesi e io abbiamo presentato al ministero degli Esteri la nuova piattaforma che rende fruibile online lo straordinario patrimonio conservato all’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano: “Italiani all’estero. I diari raccontano“. Nella sala Aldo Moro della Farnesina ha moderato l’evento il direttore generale per gli italiani all’estero Luigi Maria Vignali ed è  intervenuto il segretario generale del ministero Elisabetta Belloni. La piattaforma è stata realizzata insieme al ministero degli Esteri che dal 10 giugno la pubblica sulla home del sito ufficiale della Farnesina

Qui la diretta dell’evento trasmessa in diretta Facebook

Qui l’articolo che ho scritto per Repubblica e pubblicato sul sito la mattina del 10

Qui l’articolo pubblicato online dai giornali locali del gruppo editoriale Gedi

Qui sotto la pagina pubblicata dal Tirreno e da altri giornali locali del gruppo Gedi

Il Tirreno 11 giugno 2019

E qui le due pagine dedicate ai Diari raccontano dal Messaggero Veneto

Messaggero Veneto 13 giugno 2019

Il 25 aprile a Sant’Anna di Stazzema

I racconti dei protagonisti di Io ho visto, interpretati da Pamela Villoresi, hanno concluso il Festival La prima cosa bella organizzato dal Parco Nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema per il 24-25 aprile. Nella sala (una tensostruttura allestita sul piazzale della chiesa) c’erano Enio Mancini ed Enrico Pieri a cui ha dato voce Pamela Villoresi ripercorrendo, con le loro parole, quelle terribili ore del 12 agosto 1944. E c’era Adele Pardini, sorella di Cesira, anche lei sopravvissuta e testimone oculare di quella strage. Ecco le pagine del Tirreno con le cronache della due giorni e alcune immagini gentilmente concesse da Claudio Bianchi.

Le cronache del Tirreno

[See image gallery at www.iohovisto.it]

La giustizia della memoria

Il Tirreno il giorno di Pasqua ha pubblicato un mio articolo in vista del 25 aprile e del Festival organizzato a sant’Anna di Stazzema e al quale partecipo con Pamela Villoresi. Ecco il testo e il link all’articolo del Tirreno.

Sono salito per la prima volta a Sant’Anna di Stazzema esattamente 15 anni fa, il 25 aprile 2004, insieme a Franco Giustolisi, per la presentazione del suo libro L’Armadio della vergogna. Il libro che ha dato il nome al mobile che ha nascosto per decenni la verità sulle stragi di civili compiute in Italia dai nazisti e dai fascisti, il libro che è diventato il simbolo della lotta per avere verità e giustizia su quegli anni bui e sanguinosi.

Ci sono tornato nel 2012 insieme a Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna che il 12 agosto 1944 perse tutta la famiglia. Era il 27 di giugno e stavo iniziando a preparare il mio libro Io ho visto. L’aria era tiepida. C’era silenzio e un verde accecante. Più Enrico mi indicava i luoghi del 12 agosto, più il silenzio e la pace nei quali ero immerso entravano dentro di me. Quando arrivammo sulla piazzetta della chiesa ed Enrico disse del mucchio di corpi e del fuoco ricordo che girai su me stesso come a voler abbracciare tutta Sant’Anna con un unico sguardo.

Com’è possibile arrivare fin lassù armati come se si dovesse combattere contro nemici agguerriti e invece uccidere cento, duecento, trecento, quattrocento, cinquecento civili inermi, uomini, donne, bambini, vecchi? Com’è possibile non aver rispetto di quella pace e di quel silenzio? Com’è possibile coltivare dentro di sé un simile disprezzo della vita umana?

E com’è possibile che un paese abbia nascosto tali ignominie senza sentire il bisogno urgente e assoluto di dare giustizia a chi era morto in modo così brutale?

Sono domande che non avranno mai risposte capaci di placare la rabbia che suscitano. Me ne sono convinto ogni giorno di più durante il viaggio, che ha avuto proprio Sant’Anna come prima tappa, che mi ha poi portato sui luoghi delle stragi nazifasciste. Da Castiglione in Sicilia a Borgo Ticino, da Marzabotto a Pietransieri, da Vinca a Pedescala… Per parlare con chi “aveva visto”, per creare un’ulteriore traccia materiale di quegli ordini criminali che portarono all’uccisione di più di 20.000 civili, per dare un piccolo contributo a quella che si potrebbe definire una “giustizia della memoria”.

Sono sicuro di non essere riuscito del tutto a trasformare in parole scritte tutto il dolore che ho letto negli occhi delle persone che mi hanno raccontato. Dolori profondi e incancellabili. Dolori tenuti dentro di sé per la paura di non essere creduti tanto era terribile quello che si era visto. Dolori vissuti spesso in solitudine assoluta.

Un paio di mesi dopo l’uscita di Io ho visto una protagonista del libro mi disse: “Ho letto tutto quello che hai scritto, con grande fatica, giorno dopo giorno. Pensavo di non riuscire ad arrivare in fondo, invece ci sono arrivata e mi ha fatto bene perché ho capito che non ero stata solo io a soffrire così. E mi è stato di sollievo”.

Le parole dei trentatré protagonisti di Io ho visto sono diventate teatro grazie alla passione e alla sensibilità di una donna straordinaria, l’attrice Pamela Villoresi. Teatro costruito “per non dimenticare” e indirizzato soprattutto ai più giovani. Una volta, a Varese, un migliaio di studenti ha seguito in totale silenzio la performance. Alla fine, uno di loro si è alzato in piedi e ha fatto all’attrice la domanda più ovvia ma anche più difficile: “Ma perché ricordare tutto questo? A cosa serve ricordare cose di più di settant’anni fa?”. Pamela rispose senza pensarci su tanto. “Vedi, se anche uno solo di voi uscisse da questa sala dicendo a sé stesso che nella sua vita farà di tutto perché non accadano più cose simili, vorrebbe dire che quest’ora passata insieme non è stata inutile”.

Il dovere di un ministro

Il 25 aprile sarò a Sant’Anna di Stazzema insieme a Pamela Villoresi. Sulla piazzetta della Chiesa l’attrice interpreterà i racconti dei sopravvissuti alle stragi di civili italiani compiute tra il 1943 e il 1945; dai nazisti e dai fascisti. Racconti tratti dal mio libro Io ho visto.

Su quella piazzetta vennero accumulati e bruciati i cadaveri di decine e decine di persone uccise a raffiche di mitragliatrice. Nel breve filmato un ex soldato tedesco interrogato dai giudici italiani nel 2004 racconta quello che successe su quella piazzetta.

Il 25 aprile non c’è il derby fascisti comunisti di cui parla l’attuale ministro dell’Interno della Repubblica italiana. Non ci sono i fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi con cui, sempre lo stesso ministro, dice di non voler sfilare.

Il 25 aprile ci sono quei 25.000 morti innocenti massacrati dai nazifascisti. Ci sono le migliaia e migliaia di coraggiosi italiani che hanno imbracciato le armi per combattere a fianco degli Alleati e sconfiggere il fascismo e il nazismo.

E c’è da ribadire che questa in cui viviamo è una Repubblica libera e democratica che ha tratto e trae la sua linfa vitale da quella guerra contro i totalitarismi, dai principi e dagli ideali che la animarono.

Certo. Fa bene il ministro dell’Interno ad andare a Corleone. Ma ogni anno ha 364 giorni per farlo. Il trecentosessantacinquesimo, cioè il 25 aprile, “deve” (non “dovrebbe”) ricordare anche lui da dove viene la sua stessa libertà. Non è un’opzione politica. E’ un dovere istituzionale al quale un ministro della Repubblica, per essere davvero tale, non può venir meno.

“Io ho visto” ad Aulla. La testimonianza di Lauretta in lunigianese


Domenica 24 febbraio, ad Aulla, 250 persone hanno partecipato alla “Passeggiata Antifascista” nata da una pagina Facebook che si chiama “LunigianaAntifascista”. Nel corso della manifestazione Gianni Ferdani ha recitato l’adattamento in dialetto lunigianese della testimoninanza di Lauretta Federici tratta da Io ho visto. Qui sotto la cronaca del Tirreno.
[MASSACARRARA - VIII]  ILTIRRENO/MASSACARRARA/CRONACHE/CARRARA/L

La sfida

E’ il 3 gennaio 1925. Il 16 agosto del 1924 il cadavere del deputato socialista Giacomo Matteotti era stato trovato in un bosco vicino Roma. Matteottti era stato rapito davanti casa il 10 giugno.

Benito Mussolini è presidente del Consiglio dei ministri e alla Camera, durante un discorso rimasto famoso e che segnò una svolta nella storia d’Italia, afferma:

L’articolo 47 dello Statuto dice: «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del Re, e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di giustizia ». Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si vuol valere dell’articolo 47. ( Vivissimi prolungati applausi — Moltissimi deputati sorgono in piedi — Grida di Viva Mussolini! Applausi anche dalle tribune)

Ebbene, dichiaro qui, al conspetto di questa Assemblea e al conspetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. ( Vivissimi e reiterati applausi — Molte voci: Tutti con voi ! Tutti con voi!) Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori -la corda; se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa ! (Applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere ! (Vivissimi e prolungati applausi — Molte voci: Tutti con voi !) [dal resoconto della Camera dei deputati che si può leggere qui a partire da pagina 2028] 

Queste frasi di Mussolini mi sono tornate in mente subito dopo aver ascoltato quello che ha detto uno dei due vice presidenti del Consiglio della Repubblica italiana, Matteo Salvini, dopo essere stato mandato a processo dal tribunale dei ministri.

Sono passati un bel po’ di anni. Non ci sono i fucili e le pistole degli anni Venti del secolo scorso, non ci sono gli ex combattenti. Ma allora un presidente del Consiglio sfidò il paese, le opposizioni politiche, i magistrati, la giustizia. E sappiamo com’è andata. Oggi leggiamo e ascoltiamo questo:

“Ho appena ricevuto gli atti del Tribunale di Catania. Torno a essere indagato per sequestro aggravato di persone e di minori. Io non cambio di un centimetro la mia posizione, se sono stato sequestratore una volta, ritenetemi sequestratore anche per i mesi a venire. Rischio dai 3 ai 15 anni di carcere, ma adesso la palla passa al Senato, saranno i senatori a decidere se sono colpevole o innocente”

Non traggo conclusioni. Dico solo che quando un uomo che governa il mio paese sfida la giustizia mi preoccupo. E molto.

Centodiciassette problemi in meno

Il ministro dell’Interno, vice presidente del consiglio dei ministri e capo della Lega Matteo Salvini ha snocciolato, fiero, le cifre sull’immigrazione: duemila sbarchi nei primi 19 giorni del 2018, cento sbarchi nei primi 19 giorni di quest’anno. E’ chiaro, ha commentato che così “ci sono meno problemi per chi parte e meno problemi per gli italiani”.

Venerdì, però, in mare sono morte 117 persone. Sono morte perché abbandonate in balia di loro stesse, su un barcone che faceva acqua. Quando la nave Sea Watch avverte Roma del naufragio rilevato dall’aereo di Pilotes Volontaires, Roma “rifiuta di dare info, comunica che la Libia è responsabile per il caso; tuttavia la comunicazione con gli ufficiali libici risulta impossibile in nessuna delle seguenti lingue: EN,FR,ITA, nè Arabo». A poco servono due zattere lanciate da un aereo della Marina militare e sono solo tre le persone che un elicottero della nave militare Caio Duilio può recuperare in mare. “Eravamo in 120, c’erano anche dieci donne e due bambini”, dice uno dei sopravvissuti portato a Lampedusa.

Come li conta gli altri 117 ministro Salvini?

Come le conta le 117 persone morte perché nessuno è andato a soccorrerle?

Centodiciassette problemi in meno per gli italiani?

Centodiciassette problemi in meno per chi vuole trovare un po’ di pace e di benessere?

Oppure sono 117 pesi sulla coscienza in più? Centodiciassette cadaveri di uomini, donne e bambini che cercavano solo di vivere dignitosamente e che il nostro paese non ha voluto salvare?

Vede ministro, io, essendo un cittadino italiano, mi sento invece come se sulla porta di casa mia, non a casa mia per carità, ma per la strada, in una zona Sar, per fare un parallelo con il mare, non di mia competenza, ma di competenza delle forze di polizia di cui lei è il responsabile politico, una persona stia per morire. Ha un infarto, rantola per terra. Io la vedo dalla finestra, ma tiro la tenda e mi rimetto a sedere in poltrona perché, mi dico, non è cosa che mi riguarda. E’ cosa dello Stato. Al massimo, ma proprio al massimo, posso fare una telefonata al 112 e pazienza se arrivano in ritardo, io ho avuto un problema in meno.

No. Non è così che ho insegnato a vivere ai miei figli. E non è così che voglio si comporti il mio paese.

La vita umana, e mi vergogno a scriverlo per quanto la cosa dovrebbe essere ovvia e naturale, viene prima di tutto.

Perché quei 117 non sono 117 problemi in meno per gli italiani, ma 117 uomini, donne e bambini che gli italiani hanno ucciso.

La giustizia ai giudici

Quando un latitante condannato in via definitiva viene rintracciato e arrestato è una buona notizia. Un successo della giustizia. Un successo degli organi dello Stato che hanno svolto con efficienza il loro compito.
Così è per l’arresto in Bolivia di Cesare Battisti.

Ma nel leggere le cronache e i commenti all’avvenimento c’è qualcosa che stona e molto. Non tanto le legittime esclamazioni di giubilo di membri del governo. Quanto affermazioni precise. Una del ministro dell’Interno e capo della Lega Matteo Salvini : “Dovrà marcire in galera fino all’ultimo dei suoi giorni”. L’altra del ministro della Giustizia e deputato Cinque Stelle Alfonso Bonafede: “Riteniamo che verrà a scontare l’ergastolo”.

Sono affermazioni che un membro dell’esecutivo non deve mai fare. Quanto e come debba stare in prigione un cittadino lo stabiliscono soltanto la legge e la magistratura con il suo libero convincimento. Quando questa linea di confine si supera, quando chi governa dice quanto e come un detenuto debba stare in prigione si mette a rischio uno dei pilastri di un sistema democratico, cioè la precisa e netta separazione tra i poteri dello Stato. Chi governa, chi fa le leggi, chi giudica.

Saranno i giudici a stabilire quanto e come dovrà stare in prigione il detenuto Cesare Battisti. Loro e nessun altro.

E sostenere questo non vuol dire essere filo-Battisti o poco rispettosi delle sue vittime. Vuole solo dire avere a cuore oltre ogni cosa la buona salute della nostra democrazia.

A me capitò, qualche anno fa, nel 1982, di raccogliere, da cronista dell’Espresso qual ero, la testimonianza di alcuni poliziotti che denunciavano l’uso della tortura in commissariato per far parlare i brigatisti arrestati dopo il sequestro Dozier. Al magistrato che mi chiese i loro nomi opposi il silenzio che mi imponeva la legge dell’Ordine dei giornalisti e fui arrestato. Denunciare quelle torture fu un’azione di fiancheggiamento delle Brigate Rosse? Passai una notte insonne prima di scrivere quella storia e alla fine mi convinsi che non era fiancheggiamento ma difesa dello Stato e della democrazia dove mai si deve abusare dei propri poteri e dove anche il peggior delinquente deve essere trattato con dignità.

A quei tempi lo Stato combatté duramente il terrorismo. Ma a mia memoria nessun membro di governo si permise mai di dire che un brigatista doveva marcire in galera. Eppure il terrorismo venne sconfitto e la democrazia resse. Oggi, su Repubblica Gianluca Di Feo ricorda una frase di Sandro Pertini, l’uomo che combatté contro i nazifascisti e che fu tra coloro che decisero la condanna a morte di Benito Mussolini. Disse Pertini: “L’Italia ha sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia”.

Lo spirito di tutto questo è nella dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Bene l’arresto, ora [Cesare Battisti] venga prontamente consegnato alla giustizia italiana, affinché sconti la pena per i gravi crimini di cui si è macchiato in Italia e che lo stesso avvenga per tutti i latitanti fuggiti all’estero”.

Questo deve dire un uomo di Stato. Niente di meno e niente di più.

A Formia con “Incontri e confronti” e il Pd

Due attori di Formia sono andati a Santo Stefano e lì, davanti, al vecchio ergastolo, hanno letto alcune pagine di Non volevo morire così. Così la loro performance è diventata il clou della presentazione organizzata, il 16 novembre, dall’associazione “Incontri e confronti”  nell’aula magna del liceo classico Vitruvio Pollione della cittadina da cui si salpa per andare a Ventotene e Santo Stefano.

Il presidente  di “Incontri e confronti”, Giancarlo De Filippo, dopo aver introdotto l’evento, ha dato la parola è stato al segretario del Circolo del Pd “Giuseppe Piancastelli – Giuseppe  Diana” di Formia, Francesco Carta. Carta ha spiegato la situazione dell’isolotto e delle strutture dell’ex ergastolo dell’isola di Santo Stefano e dell’ex ergastolo. Le foto che hanno accompagnato le sue parole mostrano l’abbandono e il degrado dell’intera struttura. E dimostrano quanto sia urgente intervenire per preservarla.

 

E’ stata poi la volta di studenti del liceo che, preparati dalla professoressa Nadia Fracaro, hanno letto alcuni passi del libro. Hanno scelto tra i distici che introducono le storie dei singoli personaggi protagonisti di Non volevo morire così.

E’ stata poi la volta dei filmati girati sull’isola di Santo Stefano. Paolo CrestaMaurizio Stammati leggono due interi capitoli, quelli che raccontano le storie di Pasquale De Pascalis e Rocco Mediati, tutti e due morti in carcere.

Ha infine preso la parola Pier Vittorio Buffa. Ha parlato del libro, di come è nato, di come ha raccolto notizie e informazioni, delle storie che vi sono raccontate. E si è soffermato, in particolare, sul valore che hanno oggi le vite degli uomini e delle donne che, più di 70 anni fa, hanno dato tutto se stessi per combattere il fascismo e lottare per un’Italia libera e democratica.

(video e foto gentilmente concessi dal Pd di Formia)

 

Vicenza, cancellata la parola nazisti

A Vicenza hanno cancellato un pezzo di storia del nostro paese. Nell’anniversario dell’Eccidio dei Martiri, dieci uomini fucilati dai nazisti per rappresaglia, la giunta comunale di centro destra ha deciso di non chiamarlo più “eccidio nazifascista” ma “eccidio compiuto dalle truppe di occupazione”. E dal manifesto per l’anniversario è spartita anche la parola “Resistenza”. Questo, dicono, in nome della memoria condivisa. “Abbiamo agito nel rispetto di quello che è accaduto, delle vittime che ci sono state da entrambe le parti”, ha detto il sindaco. Ma lì non c’erano vittime di “entrambe le parti”.
C’erano i soldati con la croce uncinata, SS e non SS, che uccidevano uomini, donne e bambini inermi. Per seminare terrore, per creare il vuoto intorno a sé. Accanto a loro i soldati della Repubblica sociale, che guidavano per le valli e uccidevano con la mascherina in volto per non farsi riconoscere dai compaesani.
Parlare di “entrambi le parti” per creare una memoria condivisa equivale a mettere sullo stesso piano le guardie di un campo di concentramento e i prigionieri che venivano sterminati nelle camere a gas.
La storia non si può adattare a proprio piacimento. E chiamare le cose con il proprio nome serve a non perdere la memoria, a ricordarsi che l’uomo è capace di commettere nefandezze, che la perdita della ragione è sempre dietro l’angolo.
A Vicenza non ci fu una battaglia tra truppe regolari con perdite da “entrambe le parti” ma una rappresaglia a freddo contro 10 detenuti dopo un attentato partigiano che non provocò morti (così L’Atlante delle stragi nazifasciste).
Grazie al Giornale di Vicenza per aver dato la notizia e a Gian Antonio Stella per averne parlato sul Corriere della sera.

Mai più morti in caserma

 “Fu un’azione combinata. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore. Spinsi Di Bernardo ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra…”. (Testimonianza del carabiniere Francesco Tedesco , presente al pestaggio che ha poi portato alla morte di Stefano Cucchi).

Dunque fatti del genere accadono davvero nelle caserme delle forze dell’ordine. Non sono frutto dell’invenzione di parenti straziati dal dolore o delle indagini di magistrati “perversi”. Per chi avesse ancora dei dubbi le parole del testimone diretto li spazzano via: Cucchi è stato picchiato a morte mentre era custodito da uomini in divisa. L’epilogo più drammatico di quello che in una democrazia sana non dovrebbe mai accadere, nemmeno nelle sue forme più lievi: chiunque deve potersi fidare ciecamente di chi ha giurato di servire il proprio paese rispettandone le leggi e per difendere i suoi cittadini. Deve poterlo seguire con serenità, non temere di entrare in caserma, sapere che, se è innocente, ne uscirà indenne e, se è colpevole, verrà trattato secondo le leggi.

E quando questo non succede perché un poliziotto o un carabiniere vengono meno ai propri doveri, non dovrebbe essere necessaria la straordinaria tenacia di una sorella perché la verità venga alla luce. Dovrebbero concorrere tutti, dai ministri ai comandanti, ai singoli colleghi dei sospettati, a tutte le forze politiche, ai sindacati di polizia a far sì che la verità emerga con forza e chiarezza.

E invece non è quasi mai così. Si cerca di nascondere, occultare, omettere, sviare, minimizzare. Basti pensare a quello che è successo dopo le violenze commesse durante il G8 di Genova. O al tempo che c’è voluto, trent’anni, perché un funzionario di polizia raccontasse della tortura programmata utilizzata in una particolare fase della lotta al terrorismo. Per non parlare del caso Aldrovandi e degli agghiaccianti applausi ai poliziotti condannati tributati dai membri di un sindacato di polizia.

Eppure la “lezione Cucchi” insegna cose molto semplici.

Di fronte alla denuncia di violenze durante un fermo o un arresto si dovrebbe procedere con la massima fermezza per capire davvero quello che è successo, individuare gli eventuali responsabili, isolarli, mandarli a processo.

Se questo non accade si diffonde, all’interno delle forze di polizia, un clima di supposta impunità che non può che favorire il ripetersi di episodi di violenza. E fuori, nel paese, una sfiducia diffusa che non corrisponde al reale valore di chi ogni giorno rischia la vita per garantire la nostra sicurezza.

Il tutto con una parola d’ordine che ciascuno di noi, a partire da chi ci governa, dovrebbe fare propria: “Mai più morti in caserma”.

Stipendi dimezzati ai parlamentari ovvero le promesse mancate di Di Maio

L’11 luglio scorso ho annunciato la chiusura, dopo 11 anni di vita, del blog “Istantanea” ospitato sui siti dei giornali del gruppo Gedi, già Espresso. Continuo qui, sul mio sito personale, a scrivere quello che mi suggeriscono l’attualità e le cose della vita. In questo sito sono stati anche importati i post di Istantanea degli ultimi anni. Nelle prossime settimane l’import sarà completo.

Ieri sera, dopo aver visto le immagini di Luigi Di Maio che esulta dal balconi di palazzo Chigi, mi è tornato in mente un video di qualche mese fa, esattamente del 2 marzo, il venerdì prima delle elezioni del 4. Di Maio chiude la campagna del Movimento Cinque Stelle strappando alla folla radunatasi in piazza del Popolo, a Roma, applausi e consensi. Eccolo qua quel video:

Il video mi è tornato in mente soprattutto per il primo punto del decreto promesso e mai varato: “Dimezzeremo lo stipendio ai parlamentari”. Una cosa semplice da fare, dice Di Maio prima delle elezioni, bastano pochi minuti.

Di minuti da allora ne sono passati migliaia e migliaia. Lo spread è salito, il debito italiano è più caro ma i parlamentari prendono sempre lo stesso stipendio.

Quanto ai vitalizi tutti sanno che erano già stati aboliti dal 2012 e che quello che è stato fatto per la Camera è solo il ricalcolo dei poco più di mille vitalizi pagati ad altrettanti ex parlamentari in base alle vecchie norme.

E i 30 miliardi di sprechi recuperati dove sono?

Insomma, le promesse, onorevole Di Maio, si dovrebbero mantenere. A comnciare da quelle che riguardano le proprie tasche.

L’ultimo post

Dopo più di undici anni, il primo post è del 28 marzo 2007, ho deciso di chiudere il blog Istantanea.

È stato per me uno strumento eccezionale che mi ha consentito di seguire lo sviluppo tumultuoso della rete, approfondire temi particolari, segnalare fatti o episodi che ritenevo sottovalutati, esprimere liberamente le mie opinioni, conoscere, attraverso i commenti, centinaia di persone.

Continuerò a restare in rete utilizzando i suoi straordinari strumenti per partecipare al dibattito pubblico, per dire come la penso. E terrò comunque aperto, come lo è da anni, il mio sito personale.

Quando una storia si chiude, anche se piccola come questa di Istantanea, e si è ricevuto qualcosa è giusto ringraziare.

Io devo ringraziare l’editore (il gruppo Espresso, oggi Gedi) per la totale libertà che mi ha concesso nel gestire questo spazio.

E devo ringraziare chi negli anni ha letto i miei post. Per i commenti, le critiche, e anche gli apprezzamenti, che sono stati per me veri arricchimenti.

Grazie

Crimine contro l’umanità

Una nave poteva salvare 120 vite umane, ma non l’ha fatto. Anzi, nottetempo si è allontanata dal punto in cui il gommone alla deriva era stato segnalato perché la Guardia Costiera italiana non le ha dato ordine di intervenire e il capitano non se l’è sentita di fare di testa sua. La mattina dopo, in quelle acque, del gommone non c'era traccia.

A raccontare questa storia è una giovane volontaria imbarcata sulla Seefuchs, Giulia Bertoni. La racconta alla giornalista di Repubblica Caterina Pasolini ed è una storia che in un paese civile dovrebbe far gridare all'orrore.

Orrore per l’ordine non dato dalla Guardia costiera italiana di fare quello che in mare si fa da che esiste il mare e i marinai, cioè salvare chi è in pericolo.

Orrore, se diamo pieno credito alla testimonianza della volontaria, per il comportamento del capitano che non ha obbedito all'unica legge che si dovrebbe davvero seguire in mare, quella, sempre la stessa, di salvare chiunque sia in pericolo.

Un orrore che dovrebbe farci scendere in piazza tutti insieme, andare sotto il palazzo del governo a gridare che queste cose, nel nostro paese, e in nessun paese del mondo, dovrebbero mai succedere.

Invece non accade nulla. Uno dei due vicepresidenti del consiglio italiano, Matteo Salvini, continua a diramare gli stessi ordini e a usare toni sempre più minacciosi fino a quel terribile: "Se Toninelli (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti da cui la Guardia costiera dipende funzionalmente, Ndr) chiederà alla Guardia costiera di non rispondere agli Sos avrà mio totale sostegno" . E  così accade che un’intervista come questa a Giulia Bertoni diventi quasi un’intervista di routine, il  racconto di qualcosa successo lontano da noi e, in fondo, non così tanto grave.

No, non dobbiamo permettere questo. Se qualcuno che parla anche a nome nostro, come fa un vicecapo del governo italiano, è complice di un simile crimine contro l’umanità, o, a voler essere indulgenti, di una strage, noi dovremmo fare di tutto perché ciò non accada mai più.
Unendoci, coalizzandoci, mettendo da parte tutto il resto e impegnandoci per creare un unico fronte capace di mandare a casa, o in prigione, chi commette, in nome nostro, simili crimini.

Ventotenesi a Torino

Il 17 maggio bella serata a Torino con Non volevo morire così.  Al “Centro commensale Binaria”, del gruppo Abele, il presidente di Acmos Diego Montemagno ha organizzato una particolare presentazione. Nella libreria del Centro, insieme a molti giovani, c’erano alcuni ventotenesi che da tempo vivono e lavorano a Torino. Si è così parlato, oltre che delle storie del libro, degli effetti che il periodo del confino politico ha avuto sulla vita dell’isola. Sia negli anni Quaranta che nel dopoguerra quando dove adesso è il campo sportivo sorgevano ancora i cameroni costruiti per i confinati e rimasti vuoti per anni prima della demolizione.

Lo striscione vietato

172220239-9ead9ecc-8989-4e48-bcdb-807f7c1f2a9eUn piccolo, ma gravissimo episodio che prima dell'insediamento del governo Salvini-Di Maio-Conte (l'ordine non è casuale) forse non si sarebbe verificato.

Siamo a  Ivrea. Parla Matteo Salvini, neo ministro dell'Interno, vice primo ministro e vero leader del governo presieduto da Giuseppe Conte. E' una manifestazione elettorale. A un certo punto appare uno striscione: "Prima gli italiani... Ma Giulio?". E' uno striscione che chiede la verità sull'omicidio, al Cairo, di Giulio Regeni. Un omicidio che il neo ministro aveva liquidato così: "Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. Come dire: il "problema Regeni" è una questione della famiglia, l'Italia ha altro a cui pensare.

Quello striscione giallo voleva solo attirare l'attenzione sull'irrisolto caso del ricercatore assassinato e criticare la linea assunta dal governo. Era una normale manifestazione del pensiero, un pacifico esercizio delle libertà sancite dalla Costituzione.

Ebbene, gli attivisti che lo hanno dispiegato sono stati fermati e identificati dai poliziotti presenti.

Sembra una cosa da niente.

Invece è un grave atto di intimidazione verso chi esprime una libera opinione e richiama il governo ai propri doveri. Una cosa che in uno Stato sinceramente e profondamente democratico non dovrebbe proprio accadere, mai. Prendiamone nota e non dimentichiamo.

 

 

Convegni a Ventotene e Latina

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 2018 si è parlato di Non volevo morire così durante due convegni.

Il primo, il 27, il 28 e il 29 aprile, si è svolto a Ventotene. Era il festival dell’Europa solidale e del Mediterraneo, animato da Abdullahai Ahmed, di origine somala, e al quale hanno partecipato numerosi giovani immigrati che hanno raccontato la loro storia durante l’evento organizzato nella piazza del Municipio. La mattina di sabato Pier Vittorio Buffa ha partecipato all’incontro “Europa guarda oltre!” insieme a Diego Montemagno, presidente di Acmos, Roberto Sommella, fondatore de La Nuova Europa, e Chiara Andena di Meridiano d’Europa. Le storie di Non volevo morire così sono servite per raccontare quello che accadde nelle due isole ponziane durante il confino e quando era in funzione l’ergastolo di Santo Stefano. Qui sotto il programma completo della tre giorni ventotenese.

Il secondo, dopo pochi giorni, a  Latina, organizzato dall’Associazione nazionale forense della città, presieduta dall’avvocato Pierluigi Torelli, e dedicato al delicato tema dell’ergastolo con un titolo esplicito: “L’ergastolo e la funzione rieducativa della pena”. Anche in questo caso le storie degli ergastolani di Santo Stefano, raccontate da Pier Vittorio Buffa, sono state un modo semplice e diretto per descrivere che cosa vuol dire un “fine pena mai” e com’era (e com’è) la vita degli ergastolani. Si è parlato a lungo anche della straordinaria esperienza di Eugenio Perucatti alla guida dell’ergastolo ponziano. Al convegno, introdotto dall’avvocato Torelli e moderato dall’avvocato Dino Lucchetti, hanno partecipato la presidente del tribunale Caterina Chiaravalloti, il presidente del secondo collegio penale di Latina e l’avvocato del Foro di Roma Nicola Madia. Il convegno si è svolto nell’aula della Corte d’Assise.

“I fogli te li cerco io”

Replica del presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il dibattito sulla fiducia alla Camera. Roberto Fico, che presiede la seduta, gli da la parola, ma Conte non trova gli appunti. Luigi Di Maio, che è alla sua destra, gli va in aiuto. "Dai va avanti, te li cerco io, hai il microfono acceso". Poi mentre il neo presidente del consiglio inizia il suo intervento parlando molto lentamente e dicendo cose generiche Di Maio scartabella tra i fogli per mettere in vista, sotto gli occhi di Conte, quelli giusti.

Una scenetta all'apparenza innocente, interpretabile come una normale  collaborazione tra membri dello stesso governo.

Ma se la si osserva considerando i reali rapporti di forza al vertice del neo governo Lega-Cinque Stelle sembra la scenetta del compagno di scuola bravo che aiuta il suo amico meno bravo a non fare brutta figura. O quella del capo che aiuta un suo collaboratore. O quella del suggeritore che deve dare la battuta all'attore subentrato all'ultimo momento al protagonista ammalato.

Insomma una scenetta che potrebbe essere la plastica sintesi della debolezza del presidente del Consiglio rispetto ai due azionisti del governo che dovrebbe guidare.

Ecco, c'è da augurarsi che non sia così, che questa sia davvero una scenetta innocente. Perché tra le cose peggiori che potrebbero succedere nei prossimi mesi e anni c'è anche quella di avere un presidente del consiglio dimezzato, palesemente agli ordini dei suoi due vice che sono anche i capi dei due partiti che sostengono il governo.

Sarebbe una grave ferita alle nostre istituzioni e alla nostra immagine nel mondo.

 

 

Le chiacchiere stanno a zero

gentiloni_veltroni_renzi_lapresse_2017_thumb660x453La campagna elettorale è già cominciata, anzi, non è mai finita.

Saranno mesi duri, in cui il tripolarismo al quale ci stavamo abituando sembra destinato a sgretolarsi per ricomporsi in un bipolarismo dai contorni ancora indefiniti. Lo impone la legge elettorale (anche e soprattutto se venisse cambiata in senso ulteriormente maggioritario) per cercare di arrivare a una maggioranza capace di governare da sola. Lo dice la posta politica in gioco, così alta da far diventare le prossime elezioni una sorta di referendum sul nostro rapporto con l'Europa e sulla nostra permanenza nell'euro.

Cinquestelle e Lega si presenteranno insieme? Forse. Il centro destra resterà compatto? Forse. E il Partito democratico?

Il Pd ha una sola strada, di cui si comincia a parlare ma che, per il momento, sembra più che altro un'utopia. Mettere da parte le tristi beghe interne e fare uno scatto in avanti. Di qualità e di contenuti. Di forza e chiarezza politica. Il Pd dovrebbe probabilmente mettere da parte se stesso per diventare il volano di una più ampia forza di centro sinistra che creda nel futuro dell'Europa, nell'euro, nell'equità fiscale...

Se fossimo in un bar, in questi casi, si potrebbe dire: "le chiacchiere stanno a zero". Che, tradotto, vuol dire non c'è più tempo per parole e distinguo, personalismi e vendette. Chi oggi "sta con Mattarella", chi ha letto preoccupato il contratto Lega-M5S, chi ha visto nella "tassa piatta" la più iniqua delle riforme fiscali, chi è convinto che l'uscita dall'euro metterebbe in ginocchio il nostro paese e i suoi abitanti dovrebbe avere un'unica forza politica di riferimento. Con un leader credibile ed efficace, un programma semplice e chiaro, una comunicazione aggressiva e convincente.

Ecco perché "le chiacchiere stanno a zero".  Per far diventare questa utopia una realtà bisognerebbe discutere poco e agire molto, da subito.

No grazie, avvocato

Ha detto il presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte: "Mi accingo ora a difendere gli interessi di tutti gli italiani, in tutte le sedi, europee e internazionali... mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano".

No grazie, avvocato. Non ho bisogno di essere difeso da lei in quanto italiano.

Mi piacerebbe essere difeso come cittadino europeo, come cittadino del mondo. Perché i miei diritti e le mie aspirazioni non sono diverse da quelle di un francese o di un tedesco, di uno statunitense o di un ghanese.

Se chi governa il mio paese sente il bisogno di difendere i diritti di 60 milioni di persone da attacchi esterni vuol dire che stiamo innestando la retromarcia, che stiamo rischiando di fare un passo indietro di decenni e di tornare, concettualmente, alle frontiere europee e ai muri.

Quelli che andrebbero difesi sono i diritti dei più deboli, di qualunque paese essi siano. E andrebbero difesi e promossi il rispetto, la giustizia sociale, la dignità...