Andreotti e le Br

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Giulio Andreotti. In alto: Alberto Franceschini negli anni Settanta

Del progetto delle Brigate rosse di rapire Giulio Andreotti, morto ieri all’età di 94 anni, ne parlò per la prima volta, con me e Franco Giustolisi, il capo brigatista Alberto Franceschini, nel 1987. Ecco come ho ricostruito quel racconto in un articolo per questo giornale.

“Poi c’è la storia di Andreotti, di quando lo volevamo sequestrare”.

Primavera 1987, carcere romano di Rebibbia. L’ex capo delle Brigate rosse Alberto Franceschini inizia così a raccontare del sequestro mai avvenuto, del progetto brigatista che se fosse andato in porto avrebbe cambiato la storia d’Italia: il rapimento di Giulio Andreotti.

Con Franco Giustolisi stavamo raccogliendo i racconti di Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse, da cui sarebbe poi nato il volume “Mara, Renato e io”. Ricordo la nostra sorpresa nell’apprendere, per la prima volta, che le Br avevano avuto nel loro mirino il leader democristiano. Iniziammo con le domande, volevamo saperne il più possibile.

Piano piano il racconto si definisce nei dettagli. Prendono corpo date e luoghi. Si delinea l’immagine che i brigatisti avevano del capo dc.

Siamo nell’estate del 1974. A maggio si è conclusa, con il rilascio dell’ostaggio incolume, l’azione più clamorosa fino ad allora compiuta dalle Brigate rosse, il sequestro del magistrato genovese Mario Sossi.

È proprio Franceschini, che ha condotto l’azione Sossi, a puntare in alto, a ottenere il via libera dall’organizzazione per preparare la “cattura” di Giulio Andreotti. Argomenta Franceschini con noi: “Colpendo Andreotti avrei raggiunto un mio obiettivo di sempre, farla pagare alla Dc. E me lo sognavo fotografato con un rospo in bocca, di quelli preparati per le elezioni del 1948, da fare ingoiare ai democristiani”.

Franceschini arriva a Roma seguendo alla lettera le tecniche di mimetizzazione brigatiste. Alloggia nelle pensioni intorno alla stazione Termini. Arriva a mezzanotte, dà un documento falso, se ne va la mattina alle sei.

Poi i primi appostamenti e i primi pedinamenti.

Andreotti esce dalla sua casa di corso Vittorio Emanuele ogni mattina, molto presto, sempre alla stessa ora. Chi conosce quel pezzo di Roma può facilmente immaginarlo mentre cammina lungo il muro seguito dal giovane brigatista barbuto, forzatamente disinvolto, stupito, come ricorda lui stesso, di essere a Roma, nel cuore del potere. E stupito di essere a pochi passi da un uomo potente  come Andreotti che va a messa senza nessuno a proteggerlo. Il brigatista è diffidente, vuole verificare che non ci siano poliziotti o carabinieri nascosti. Va vicino ad Andreotti, lo sfiora, si volta per chiedergli scusa, lui lo guarda “con il suo sguardo ineffabile”. Nessuno interviene, il ministro della Difesa è proprio senza scorta.

È stato quello il momento in cui le Brigate rosse e Giulio Andreotti sono stati più vicini. Così vicini e in modo così semplice che Franceschini se ne torna al Nord convinto che il sequestro si possa fare. Parla con gli altri e ricorda: “Mi ascoltarono come se stessi raccontando una favola. Il potere era nelle nostre mani e tutto mi sembrava bello, facile, troppo facile”.

Arriva l’8 settembre 1974, il giorno in cui vengono arrestati lo stesso Franceschini e l’ideologo brigatista Renato Curcio. Il progetto di sequestrare Andreotti abortisce per trasformarsi dopo nemmeno quattro anni, e in tutto un altro contesto, nella strage di via Fani e nel sequestro e uccisione di Aldo Moro. Andreotti ne sarà, in un certo senso, ugualmente protagonista: il 16 marzo 1978, in una Roma silenziosa e attonita, presenta il suo quarto governo votato anche del partito comunista. Un’alleanza ritenuta, probabilmente a ragione, il vero obiettivo dell’”operazione Moro”.

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