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#TwitterisblockedinTurkey

Bisogna soffermarsi anche solo un minuto a riflettere su quello che sta accadendo dopo la decisione di Erdogan  di “bloccare” twitter in Turchia.

Cliccate qua. Anche chi non ha un account twitter e non frequenta il social network può rendersi conto della marea di proteste che si stanno rovesciando da tutto il mondo sul governo turco. Ma oltre che di proteste la rete si è riempita di istruzioni tecniche su come aggirare il blocco. Il risultato è stato un significativo aumento del traffico di tweet dalla Turchia.

Può piacere o meno l’uso di twitter. Lo si può considerare un modo nevrotico di vivere la vita. Ma è diventato un linguaggio planetario, un alfabeto morse che tutti conoscono, al quale tutti possono accedere e che vaga per l’atmosfera senza che nessuno lo possa fermare. Se qualcuno spegnesse i server che tengono in vita il microblogging altri se ne accenderebbero. E così via in una sorta di moto perpetuo che risponde a un bisogno primario.

Quello di comunicare, di esprimere il proprio pensiero, di essere informati. E questo vince su tutto, è una forza inarrestabile, da sempre.

Quella frase di Erdogan, “Sradicheremo twitter” è molto più che patetica. E’ un drammatico sintomo di ignoranza.

 

Terremoto, i twitter-radioamatori

Chi si occupa di informazione e di gestione delle emergenze ricorderà questo terremoto come il terremoto di twitter.

Mai come oggi, 20 maggio 2012, il social network veloce ed efficiente è stato, in Emilia, il vero canale attraverso il quale si è diffusa l’informazione sulle scosse, sulle vittime, sui danni. Con brevi messaggi, foto, video. Prima di radio e televisione. In modo capillare. Grazie a semplici cittadini e a enti pubblici, come diversi Comuni, che si sono mossi in modo autonomo per informare e dare punti di riferimento.

Il tutto autogestito, spontaneo, non coordinato se non attraverso quell”hashtag #terremoto che ha tutto convogliato in un unico gigantesco canale.

Perché la Protezione civile, a tutti i livelli, non è attiva su un mezzo di comunicazione così efficiente? Perché non si organizza per raccogliere, come stanno facendo molti siti di informazione, notizie anche dalla rete? Perché non coordina il flusso di informazioni suggerendo hashtag, contattando cittadini attivi che si trovano in luoghi chiave, filtrando (cioè verificandone la veridicità) e smistando notizie?

Una volta erano i radioamatori a essere efficaci collaboratori nella gestione delle emergenze. Raccoglievano e distribuivano informazioni da posti altrimenti irraggiungibili in breve tempo. Erano pochi e non dappertutto.

I radioamatori di oggi sono decine di migliaia e sono ovunque. Invece delle grandi e costose radio usano il social network  con l’uccellino. Potrebbero essere una rete di supporto straordinaria, mille volte di più dei radioamatori di un tempo.

Ma vanno organizzati, e subito. Ci sono già esperienze all’estero a cui ispirarsi. Basta volerlo, iniziando con il creare un linguaggio comune e condiviso.