Archivi Tag: Terrorismo

Terrorismo e memoria

genovaIeri, 16 gennaio, ero a Genova in una scuola, la Firpo-Buonarroti, a parlare di terrorismo, del terrorismo che ha attraversato il nostro paese negli anni Settanta e in parte degli anni Ottanta. Caterina Gallamini e Simona Cosso, docenti dell'istituto, mi avevano invitato come coautore di Mara, Renato e io, il libro che scrissi nel 1988 insieme a Franco Giustolisi per raccontare la storia di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse.

Un'aula magna silenziosa e attenta. Centocinquanta ragazzi che avevano letto e studiato. Soprattutto riflettuto. E, di conseguenza, le domande sono state appropriate e intelligenti. Hanno voluto sapere dettagli, conoscere sensazioni, approfondire scenari. Ma c'è una cosa che mi ha colpito e sorpreso e che, quindi, mi sembra giusto condividere: una questione che i ragazzi hanno posto più volte, in modo non necessariamente esplicito. Ma perché si parla così poco di quegli anni? Perché non si trovano con facilità libri esaurienti? Perché non c'è nei programmi di scuola?

Gli studenti hanno ragione. Riferendoci alla storia del secolo corso si parla più di Grande Guerra o di sbarco in Normandia che del terrorismo italiano. Eppure quegli anni, a ripensarli e a ricostruirli in pochi minuti davanti a 150 studenti, fanno venire i brividi. Hanno creato dolore e lacerazioni, lasciato dietro di sé una scia profonda. Così profonda che non accenna a sparire.

Chi ha davvero ucciso Moro? Ma c'era davvero un filo rosso che legava le Brigate rosse ai partigiani? E' stata davvero una guerra? Domande alle quali possiamo rispondere solo con opinioni più o meno argomentate.

Ecco, è questo il punto. Con il  terrorismo (come, in parte, con gli anni bui della guerra in Italia del 1943-1945), non abbiamo ancora fatto i conti fino in fondo. Non abbiamo trovato, come si dice, una memoria condivisa. E' come se il dolore, gli odi, le ambiguità di allora fossero ancora tra noi.

Quante generazioni dovranno ancora passare? Per quanto tempo ancora i diciottenni dovranno chiedersi e chiedere: ma perché non ci spiegate per bene cosa accadde?

Caporetto

istanbulCerto che  aprire gli occhi sul nuovo anno con le notizie che arrivano da Istanbul trasmette sensazioni molto forti. Disagio, precarietà, paura, impotenza, rabbia... Forse sono queste ultime due a prevalere, almeno per me.

L'impotenza è quella di percepire come questa guerra in corso si combatta ovunque e contro tutti. Ovvio, viene da osservare, lo si sa da anni. Ma quel babbo natale armato di mitra (nella foto) che semina morte invece che regali dà a questa sensazione, con la quale conviviamo da tempo, una forza inusitata. Come se il travestimento scelto dall'assassino simboleggiasse il ribaltamento di ruoli, l'abbattimento di qualunque punto di riferimento. E noi siamo nelle nostre case attoniti, senza poter far nulla di concreto.

La rabbia è diretta conseguenza dell'impotenza. Quando accadono cose del genere vedi rimpiccolirsi tutto quello che negli ultimi giorni è stato per te importante. Discussioni, problemi, animosità... Tutto sparisce, diventa minuscolo. Ma la rabbia,  se non le si da uno sbocco, consuma, corrode, alla lunga uccide. Bisogna trasformare la rabbia in forza positiva. E questo non lo vedo accadere.

L'ultimo anno che finiva con il 17, il 1917, è rimasto scolpito nella storia del nostro paese come l'anno di Caporetto, l'anno in cui austriaci e tedeschi travolsero gli italiani e in pochi giorni li ricacciarono dalla Slovenia al Piave. Non è bello fare paragoni con una guerra in cui morirono centinaia di migliaia di persone. E non mi piace parlare di vittorie e sconfitte belliche come si fosse a un tavolo da gioco. Ma lo faccio lo stesso, e chiedo scusa in anticipo, perché mi sembra che il parallelo con Caporetto faccia capire meglio di tanti giri di parole quello a cui sto pensando da quando ho letto la notizia di Istanbul.

Caporetto determinò  negli italiani la disperazione per la sconfitta e un senso diffuso di impotenza e rabbia. La rabbia, per tutta una serie di ragioni, riuscì a tramutarsi in una forza positiva  e dare energia alla riscossa degli italiani e alla vittoria finale.

Ecco, l'augurio per possiamo farci per questo 2017 iniziato così è che la rabbia di Istanbul si possa tramutare in una forza positiva. Non per seminare altra morte, come fu nel 1917, ma per fare un passo verso un  mondo più giusto e sereno. Se un augurio del genere, banale e utopico quanto si vuole ma che viene spontaneo, non ce lo facciamo un primo gennaio quando mai ce lo potremmo fare?

Auguri!

 

 

La giustizia secondo Torquato

Bologna Station Blast TrialOggi, 2 agosto 2016, 36 anni dopo la strage alla stazione di Bologna, voglio ricordare un uomo eccezionale che ho potuto conoscere e frequentare: Torquato Secci.

Quel giorno, alla stazione, morì suo figlio Sergio.

Da quel giorno Torquato ha speso tutte le sue energie per avere verità e giustizia. Fonda l'associazione tra i familiari delle vittime. Ne diventa presidente e animatore.

Dice sul piazzale della stazione il 2 agosto 1981: "Per loro (per le 85 vittime, Ndr) vi è solo silenzio poiché dopo un anno non gli è stata ancora resa giustizia".

Ripete dopo un anno: "Oggi rinnoviamo agli uomini di Governo, con maggiore fermezza, la richiesta di rimuovere gli ostacoli che ancora intralciano il cammino verso la verità che cerchiamo. A noi, sino a questo momento, è stata negata giustizia; la patria del diritto non può permettere che la legge non sia uguale per tutti".

E così, anniversario dopo anniversario, fino al 1995. L'anno dopo, in aprile, Torquato muore senza conoscere quella verità che aveva cercato con lucida e disperata energia.

Lucida perché mai una volta l'ho visto perdere il controllo di sé. Accusava con forza ma pacatamente. Con cognizione di causa ma usando con abilità le sue affilate armi verbali.

Disperata perché aveva forse capito che non  avrebbe mai saputo quel che era davvero successo il 2 agosto. Ma continuava a lottare giorno dopo giorno, ora dopo ora.

E se oggi fosse qui con noi, Torquato combatterebbe ancora. Perché dopo 36 anni, anche se ci sono dei condannati all'ergastolo come autori materiali dell'attentato, la verità su quell'atto terribile è ancora lontana e giustizia, quella che voleva Torquato, non è stata fatta.

La giustizia che pretendeva è quella che dovrebbe pretendere ciascuno di noi, quella per cui ciascuno di noi dovrebbe lottare. La giustizia che uno Stato sa dare rimuovendo tutti gli ostacoli che consentano di conoscere la verità dei fatti. E questo, negli anni bui delle stragi, non è accaduto.

 

 

La guerra vista da lontano

Per la prima volta nella vita mi è capitata una cosa terribile ed eccezionale. Assistere a quello che è successo nel cuore dell'Europa a 13000 chilometri di distanza, dall'altra parte del mondo e senza efficienti strumenti di comunicazione.

Terribile perché la lontananza ti trasmette un senso di impotenza. Non perché se fossi stato a Roma avrei potuto fare qualcosa. Ma perché sembra di essere fuori dal tuo mondo. Senza possibilità di essere vicino a chi si trova direttamente coinvolto. Senza poter condividere un momento così cruciale con le persone con le quali, fino a oggi, hai condiviso tutto.

Eccezionale perché sapere di bombe e kamikaze mentre ti trovi immerso in una natura che vive solo per se stessa provi un senso di sgomento mai provato prima. Perché capisci, con la forza che il contrasto tra la morte e la vita che qui scorre placida ti da, che c'è una guerra in corso.

Così ti viene una gran voglia di restartene lontano. Voglia subito scacciata dalla consapevolezza che il tuo mondo è quello di Bruxelles, dell'Europa, e che è lì che devi vivere la tua vita, non ne puoi e non ne devi fuggire. Perché quando c'è una guerra che coinvolge il tuo mondo, il tuo paese non si fugge. E questa è proprio una guerra che riguarda ciascuno di noi.

La nostra guerra

151207_D8E4189

Per due giorni ho passeggiato tra i resti delle trincee della prima guerra mondiale, tra il Carso, il Sabotino e il Monte Santo. Nel guardare e toccare quei sassi  (nella foto un tratto della trincea delle Frasche, sul Carso), nell'osservare i varchi attraverso i quali i cannoni sparavano, nel consultare cartine che spiegavano attacchi e ritirate non sono stato attratto dalla voglia di ricostruire battaglie o ricordare singoli episodi. Perché mentre ero lì, immerso in un silenzio profondo e denso, pensavo più alla strage di San Bernardino e a quella del Bataclan che alle stragi di fanti e bersaglieri.

Eppure della guerra di un secolo fa stavo avendo una percezione concreta, direi tattile. Potevo descrivere a me stesso l'orrore di allora, immaginare la terra insanguinata e il rombo delle artiglierie. Fu una guerra guerra. Tutti lo sapevano un  secolo fa, tutti lo hanno saputo per i decenni successivi, tutti lo sapranno per i secoli a venire.

Poi sono arrivato al cippo Slataper, lungo la strada che sale sul Calvario-Podgora. Il piccolo monumento ricorda i due Slataper, padre e figlio, uno ucciso su quel piccolo monte nel 1915, l'altro ucciso in Russia nel 1943. Due storie individuali emblema delle sofferenze di due generazioni. Lì davanti sono rimasto più del necessario e dentro di me hanno iniziato a girare ancora più vorticosamente le immagini di queste ultime settimane.

Quella che stiamo vivendo sarà mai ricordata come una guerra guerra? Siamo davvero coscienti, tutti noi, che quello che sta accadendo non è una cosa "altra" rispetto alla nostra vita, al nostro presente e al nostro futuro?

Conservando i campi dove ci si uccideva un secolo fa, passeggiandovi, portandovi amici e scolaresche si coltiva la memoria. Ma coltivare la memoria senza trarne forza per capire il presente e agire di conseguenza è un esercizio sterile.

Quella che stiamo vivendo è una guerra vera, la nostra guerra. Una guerra senza fronti delineati e senza mappe militari. Una guerra che non si combatte solo con mitra e bombe, ma alla quale può partecipare ciascuno di noi senza bisogno di dare la vita come fecero gli Slataper.

Combattere, oggi, vuol dire non stare dalla parte di chi vuole radicalizzare il mondo, di chi vuol mettere i buoni (noi occidentali) da una parte e i cattivi (i musulmani senza molte distinzioni) dall'altra.

Combattere vuol dire sforzarsi di ragionare e  capire. Cercare di condividere principi e valori con più gente possibile, senza distinzioni.

Combattere vuol dire togliere forza a chi vuole odio. Perché l'odio porta con sé la morte e coltivandolo si combatte al fianco dei nostri avversari, che l'odio alimentano giorno per giorno..

 

 

 

La guerra è contro il mondo

AFP3809986_ArticoloLa rabbia tracima, la consapevolezza di trovarsi in mezzo a una guerra è sempre più forte. Mi guardo intorno e cerco qualcosa che possa indicare una via di salvezza, un qualcosa che rischiari il buio in cui sembra si stia precipitando.

Non lo trovo nelle scariche di odio rovesciate verso tutto quello che, anche solo da lontano, sa di islamico. Sono cresciuto con un concetto antico e semplice: odio genera odio. E quando posso cerco di interrompere quell'inesorabile catena.

Lo trovo invece nei milioni e milioni di islamici che, esattamente come noi, sono lontani migliaia di miglia dal terrorismo. Lo dicono, lo scrivono, scendono in piazza. E tutti dovrebbero ascoltarli di più, sentirli fratelli.

Se questa è una guerra non è una guerra di religione. Ma una guerra del terrorismo al mondo. E noi, tutti noi che vogliamo vivere in pace (musulmani, cristiani, atei, indu...), siamo il mondo.

 

Vivere in pace

Le immagini della manifestazione di Tunisi contro il terrorismo dovrebbero farci riflettere. Così come dovrebbe farlo il video che ha mostrato al mondo i deputati tunisini che, chiusi in parlamento durante l'attacco, cantano l'inno nazionale.

La riflessione è semplice, al limite della banalità. Ma diretta e forte. Il mondo non si sta dividendo tra arabi e non arabi. Ma si sta dividendo tra chi vuole imporre la legge del terrore e chi vuole vivere in pace.

E chi vuole vivere in pace deve difendere questo suo diritto. Non stando a guardare o chiudendosi in casa. Ma combattendo contro chi lo vuole sopprimere.
No, nessuna crociata, per carità. Ma vedere organismi elefantiaci come le Nazioni Unite restare immobili a condannare solo a parole fa venir voglia di chiederne l'abolizione. E viene anche voglia di andare a Bruxelles e dire: "Ma l'avete capito che l'Europa è sotto attacco perché sanno che non è capace di reagire con decisione? L'avete capito che le nostre frontiere meridionali non sono più in mezzo al mare ma sono in Africa? L'avete capito che i nostri alleati sono quei tunisini che sono andati in piazza e tutti coloro che vogliono vivere in pace?".
Post scriptum. Quando ho visto le foto della strage di Sana'a, nello Yemen, ho pensato ai ragazzini e alle ragazzine che avevo conosciuto in quel paese una decina di anni fa. E ai giovani uomini che avevano negli occhi il desiderio di vivere liberi e in pace, che stavano cercando di affacciarsi al mondo, di portare i prodotti della loro patria nelle capitali, di tenere lontano dalle loro vite il terrore. A tutti loro dedico una foto di allora.
dscn8210_modificato-Edit-2-2

L’anforetta di Tobruch

A casa, sullo scaffale di una libreria, ho una minuscola anfora dal sapore molto antico e con una etichetta su cui è scritta, a matita, un'unica parola: Tobruch. La riportò mio nonno, nel 1912, dalla Libia dove era andato a combattere e che era appena diventata italiana .

In questi giorni ho guardato spesso quell'anforetta, l'ho tolta dal suo posto e messa sulla scrivania, ho ripensato ai pochi racconti del nonno, sono andato a guardarmi qualche foto e a rileggere qualche pagina su quella conquista e su quello che ne seguì, soprattutto negli anni Venti e Trenta.

Probabilmente finirà davvero che soldati italiani sbarcheranno nuovamente in quella terra, questa volta non per occupare ma per difendere le frontiere meridionali dell'Europa e quelle del nostro paese. Ma la storia di allora e la storia recente dovrebbero avere insegnato che modelli sociali e politici non si esportano, che la pace non si impone, subito,  con le armi. Che la pace, caso mai, la si cerca mediando, aiutando, affidandosi alla forza della diplomazia, della politica. Solo se tutto questo non fosse sufficiente sarebbe forse legittimo usare le armi.

Ecco perché ha fatto bene Matteo Renzi a premere per un'azione diplomatica e quindi, indirettamente, a smentire i suoi ministri che avevano parlato di un'Italia "pronta all'intervento militare".

“Non in mio nome”

parma

Di questi giorni terribili e nelle ore in cui tutto il mondo si ritrova a Parigi per marciare contro il terrore c'è una piccola immagine che non dobbiamo dimenticare.
Viene da Parma (quella che pubblico è di Racas ed è tratta dall'edizione di Parma di Repubblica.it) e ritrae un gruppo di musulmani della città sceso in piazza con le bandiere della pace e con cartelli in tutte le lingue: "Non in mio nome, not in my name, pas en mon nom...".

Guardiamoli bene quei volti. Cogliamo il dolore che esprimono, il disagio, la paura. E il messaggio che ci mandano. Un messaggio semplice ma che rischia di essere disperso dalla violenza e dall'odio.

"Il mondo", ci dicono i musulmani di Parma, "non si divide tra musulmani e miscredenti, ma tra chi ama la vita e chi cerca solo la morte".

Lo sapevamo, ma grazie per avercelo ricordato, fatelo sempre.

 

Sergio Segio e l’intervista a Genova

Domenica 13 maggio 2012 da Lucia Annunziata, nella trasmissione “in 1/2 h” si parla di terrorismo, dei “nuovi terroristi”. Ci sono la figlia di Guido Rossa, la deputata del Pd Sabina, e l’ex leader di Prima Linea Sergio Segio (omicidi di Emilio Alessandrini e Guido Galli). Si analizza il ferimento di Roberto Adinolfi, si cerca di capire chi sono i terroristi del Fai.

Segio a un certo punto (minuto 22:30) fa un lungo inciso citando lungamente l’intervista di Salvatore Genova.  Un po’ ardito tornare a quelle vicende per parlare dell’oggi ed è difficile sintetizzare. Ma mi pare valga la pena ascoltarlo

Il falò degli anarchici

Ho letto e riletto il volantino con cui gli anarchici  del FAI-FRI hanno rivendicato il ferimento di Roberto Adinolfi. Vi cercavo punti di contatto con quelli che, tanti fa, che arrivavano puntuali dopo ogni attentato delle Brigate Rosse. Tutto diverso. Linguaggio, obiettivi apparenti, costruzione del ragionamento, argomentazioni. Stavo per concludere che nulla, se non un proiettile,  unisce oggi a ieri, quando mi è tornato in mente un racconto di Alberto Franceschini, uno dei capi storici delle Brigate rosse.

Mi raccontava (era la fine degli anni Ottanta e lui era ancora in carcere a Rebibbia) delle navi bruciate alle spalle: un momento cruciale del suo diventare brigatista e, probabilmente, uno di quelli che ricordava con maggiore intensità. “Un rito”, ho sintetizzato nella sua biografia, Mara , Renato e io, “che nasceva dalla lettura delle opere di Guevara. Il Che raccontava l’ultima offensiva di Simon Bolivar contro i colonialisti: arrivò con le navi e diede ordine di bruciarle, rendendo così impossibile ogni ritirata. Il suo motto, dopo quell’ordine, divenne “O vittoria o morte”. E noli, senza dirci niente, lo facemmo nostro. Ogni nuovo compagno, per diventare un “regolare” doveva bruciare i propri documenti davanti agli altri, pubblicamente… in quel momento si bruciavano le navi alle proprie spalle, si chiudeva la via della ritirata… Quando bruciai la carta d’identità mi sentii un uomo libero… Con quel piccolo falò avevo preso in mano la mia vita”.

Ho letto nuovamente le parole degli anarchici e ho trovato uno spirito simile. Anche loro hanno bruciato le loro navi e anche loro provano quella sensazione di libertà improvvisa. L’attimo è quello che in cui sparano il primo proiettile contro Roberto Adinolfi. E’ il loro falò.

Scrivono: “Siamo dei folli amanti della libertà e mai rinunceremo alla rivoluzione… Vincere la paura è stato più semplice di quello che ci eravamo immaginati. Realizzare oggi quello che solo fino a ieri ci sembrava impossibile è l’unica soluzione… per abbattere il muro dell’oppressione quotidiana”. E prima, a sottolineare il valore simbolico del primo proiettile l’agghiacciante “impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato… il rischio di una scelta e … un confluire di sensazioni piacevoli… quella che adesso cerchiamo è complicità“.

All’inizio degli anni Settanta molti, troppi, sottovalutarono quei ragazzi che bruciavano macchine e rapivano dirigenti per poche ore. E quasi nessuno capì che erano destinati a raccogliere complici a decine e centinaia.

Chi ha sparato ad Adinolfi l’ha fatta più semplice, ha dichiarato esplicitamente di cercare complici. Quello che questa volta dovremmo capire per tempo è che, oggi come allora, non è solo un problema di polizia. E’ anche il sintomo di una malattia sociale che rischia di attecchire e che va guarita per tempo. Altrimenti i complici si moltiplicheranno e potremmo trovarci a vivere un’altra stagione di sangue.

Proiettili

ZCZC
ADN0168 7 CRO 0 ADN CRO NAZ
**FLASH -GENOVA: GAMBIZZATO AMMINISTRATORE DELEGATO DI ANSALDO NUCLEARE- FLASH** =(Sca/Opr/Adnkronos)
07-MAG-12 09:57

No, questo no. E’ un terribile salto indietro nel tempo: flash di agenzia così ne vedevamo quasi ogni mattina, tanti anni fa. Battaglie quotidiane di una lunga guerra che i terroristi hanno perso dopo tanto di quel sangue che si rischia di perderne la memoria.
Ma quella memoria non va persa, va coltivata. Perché anche se non si sa ancora nulla di questo colpo di pistola la sola ipotesi che si tratti di un “atto eversivo” è agghiacciante, da “non commentare”, come ha detto il ministro Fornero.
Una sola cosa bisogna fare, non lasciare spazio neanche per un attimo, e per nessuna ragione, a chi pensa che dei proiettili possano servire a cambiare in meglio il nostro paese. Una considerazione ovvia? Forse, ma talvolta le ovvietà è opportuno ripeterle.

Dopo trent’anni la verità sulle torture

Trent’anni fa (a sinistra la copertina del 1982) lo avevo scritto per l’Espresso grazie alla testimonianza di due poliziotti coraggiosi. Il magistrato che mi interrogò più che sapere la verità voleva farci stare zitti e mi mise in prigione per due giorni. Poi i poliziotti che avevano parlato con me confermarono tutto al giudice, ma non servì a niente, l’inchiesta negò tutto, il governo disse che erano falsità giornalistiche, la polizia si chiuse a riccio emarginando i poliziotti che parlando con me con Luca Villoresi, di Repubblica, avevano denunciato il comportamento illegale dei loro colleghi.

Oggi ho incontrato uno dei poliziotti di allora, quello che per le torture fu arrestato. l’ex commissario Salvatore Genova. Ne è nato un lungo articolo per l’Espresso che dimostra una cosa molto semplice. Allora avevano ragione i poliziotti che avevano raccontato le torture ai giornalisti e aveva torto lo Stato che coprì se stesso e i suoi uomini, ordinò e poi avallò la tortura come strumento di interrogatorio di detenuti.

L’articolo per l’Espresso

La videointervista a Salvatore Genova

Rognoni in parlamento nega tutto

Gli articoli dell’Espresso del 1982

Un’asta non fa museo

moro1

Volantini delle Brigate Rosse originali messi all’asta. Anche quello con cui i terroristi comunicarono la decisione di uccidere Aldo Moro.
E’ notizia che fa discutere perché quegli anni non sono ancora del tutto storia, sono con noi. Chi li ha vissuti è ancora vivo e attivo, diversi brigatisti sono in carcere, le polemiche continuano a dividere.
L’ultima discussione mi è capitata l’altro giorno, il 16 marzo, anniversario del rapimento Moro. Un mio vecchio amico, a quei tempi cronista politico di punta di un grande giornale, mi diceva che bisognava trattare, che fu sbagliato chiudere ogni dialogo. Porto con me il rammarico, mi ha detto, di non aver capito che sarebbe stato meglio fare di tutto per salvare la vita di Aldo Moro. Ma stupidamente, ha concluso, io mi schierai con quanti sostenevano la cosiddetta linea della fermezza.
Abbiamo discusso a lungo, e vivacemente, perché personalmente resto convinto che quella della non trattativa fu una scelta giusta, dolorosamente giusta. Il 9 maggio 1978, quando venne fatto ritrovare il cadavere di Aldo Moro, in via Caetani, fu l’inizio della fine delle Brigate Rosse. I più attenti osservatori lo sostennero quello stesso giorno. I fatti lo hanno poi confermato.

Il mio amico, questa mattina, letta la notizia dell’asta, mi ha chiamato.

“Un’asta non vuol dire che tutto diventa storia, roba da museo. A noi resta il dovere di continuare a discutere e, se serve, dividerci per capire meglio quello che è stato”.

La tortura c’era

Non avrei pensato di tornare a parlare di una storia vecchia di trent’anni se stamattina non vi avesse fatto esplicito riferimento, in un articolo per Repubblica, Adriano Sofri.
Nel 1982 Luca Villoresi, di Repubblica, e io, che lavoravo all’Espresso, venimmo arrestati a Venezia per aver denunciato le torture ai brigatisti che avevano rapito il generale americano James Lee Dozier. In rete c’è il mio articolo di allora e una breve sintesi della vicenda.
Andare in prigione, anche se giornalisti con alle spalle giornali come Repubblica e L’Espresso, non e’ gradevole. Lacera dentro, lascia il segno, cambia qualcosa in te, per sempre.

Quello che però, personalmente, mi ferì forse più delle foto con i ferri ai polsi e del rumore del cancello che si richiude alle spalle, fu l’essere implicitamente, e anche esplicitamente, accusato di aver fatto, con quell’articolo, il gioco dei terroristi. Il clima di quei giorni lo sintetizza bene Sofri riportando un passaggio dell’intervento di Leonardo Sciascia in parlamento.
Oggi, dopo trent’anni, i protagonisti di allora, funzionari di polizia, raccontano la verita’. Confermano che la tortura programmata e’ davvero esistita nel nostro paese. Che l’acqua e il sale non erano l’invenzione di giornalisti fiancheggiatori. Che i poliziotti che denunciarono i loro colleghi e che, per questo, vennero additati come traditori ed emarginati, dicevano solo la verita’.

A me resta l’amarezza di non essere riuscito, allora, a far arrivare i responsabili di fronte a un giudice.

Villoresi e io, semplici e giovani cronisti, arrivammo alla verità con un paio di telefonate alle persone giuste e qualche incontro semiclandestino. I magistrati e i capi di quei funzionari avrebbero potuto fare molto di più e meglio per scoprire cosa accadeva nei distretti di polizia e punire i responsabili. Ma non fecero nulla. Anzi, negarono con forza le evidenze.

Resta però anche un pizzico di soddisfazione che non deve restare solo mia, ed è per condividerla che ho scritto questo post. Oggi ci sono le prove che due cronisti, su questa brutta storia, raccontarono la verità. E che sia davvero acclarata con ben trent’anni di ritardo dimostra solo che della verità non bisogna avere paura. Va cercata, documentata, scritta.

E questo è il semplice ma difficile mestiere del cronista.