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La strada indicata da Renzo Piano

terremotoHo riletto, in questi giorni, un articolo scritto dall'architetto e senatore a vita Renzo Piano ai primi di ottobre. Un articolo per il Sole 24 ore in cui espone in modo semplice e chiaro quello che ritiene si debba fare per difendersi dai terremoti.

Spiega che abbiamo tecniche e conoscenze necessarie. E spiega, abbastanza nel dettaglio, come bisognerebbe operare. Non serve riassumere, le parole di Piano vanno lette, bastano due minuti. Il suo è un progetto di lungo respiro, lo definisce generazionale perché dovrebbe intervenire nel passaggio del patrimonio abitativo da una generazione all'altra. Dovrebbe "curare" le case, renderle sicure.

Non so se quella indicata da Piano è la strada giusta. Non ho le conoscenze necessarie per avere un'opinione tecnica. So però che è giusto il passo suggerito da Piano. Un passo che non porti a mettere toppe qua e là, dove il sisma ha colpito, dove ci sono più famiglie senza più una casa. Cose che vanno fatte, bene e subito, ma che non affrontano il problema nel medio e lungo periodo.

Ecco. Il governo, fino a questo momento, sta dimostrando di saper agire con prontezza ed efficienza. Sarebbe un segno di vera lungimiranza e cura dell'interesse pubblico se creasse, parallelamente, un qualcosa (una struttura, un gruppo di lavoro...) capace di produrre in poco tempo un piano di cura e prevenzione di lungo respiro e che abbia il passo indicato dal senatore Renzo Piano.

La seconda morte di Gibellina

Sono andato a Gibellina, dove non ero mai stato prima, per vedere l’effetto che fa, dopo tanti anni, il cretto di Burri, il “lenzuolo” di cemento che ha coperto il paese del Belice distrutto dal terremoto del 1968. E’ un’opera d’arte enorme, una delle più grandi del mondo. Doveva e dovrebbe servire a non disperdere la [...]

Troppo facile

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Non penso che una persona con responsabilità importanti in un paese possa dire che la gente di una regione è meglio di quella di un’altra. Che l’una ha reagito meglio dell’altra alla disgrazia di un terremoto. Che gli emiliani sono meglio degli aquilani.

Questo si può dire al bar, tra gente che sa o che si nutre di luoghi comuni. Non può dirlo chi ha il compito di risolvere i problemi, aggirare ostacoli, ridare alla gente la dignità di una vita normale.

Eppure lo abbiamo sentito dire dal capo della Protezione Civile Franco Gabrielli. Ha detto tra l’altro Gabrielli: “Io ho visto un territorio, quello emiliano, molto diverso dalla mia esperienza aquilana. E’ sempre facile dare le responsabilità ad altri, a chi sta fuori”.

E troppo facile, c’è da aggiungere, tirarsi fuori così dalle proprie responsabilità visto che la Protezione civile ha gestito direttamente la crisi aquilana.

Qui sotto la decisa e sensata reazione del sindaco dell’Aquila Massimo Cialente.

#no2giugno, ma sfilare fino in Emilia

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#no2giugno è arrivato subito, spontaneo, immediato, dirompente.  Twitter l’ha diffuso viralmente in tutta Italia facendolo diventare un grande grido, unico e condiviso: annullare la sfilata del 2 giugno e destinare i soldi ai terremotati.

Giusto, condivisibile, augurabile. Con due avvertenze e una proposta, come dire, “integrativa”.

Che i soldi risparmiati, davvero risparmiati, si sappia quanti sono e dove andranno.

Che nelle zone terremotate vengano dirottati i reparti militari (o forze equivalenti) che dovevano sfilare in via dei Fori Imperiali.

La proposta è che si tenga ugualmente una piccola sfilata. Un solo reparto che comprenda e rappresenti tutte le Forze Armate e che non fermi la propria marcia in piazza Venezia ma continui, simbolicamente, a marciare fino all’Emilia.

Per ricordare il giorno in cui è nata la Repubblica nel modo più degno. Con le forze armate che vanno in aiuto alle popolazioni ferite.


Terremoto, i twitter-radioamatori

Chi si occupa di informazione e di gestione delle emergenze ricorderà questo terremoto come il terremoto di twitter.

Mai come oggi, 20 maggio 2012, il social network veloce ed efficiente è stato, in Emilia, il vero canale attraverso il quale si è diffusa l’informazione sulle scosse, sulle vittime, sui danni. Con brevi messaggi, foto, video. Prima di radio e televisione. In modo capillare. Grazie a semplici cittadini e a enti pubblici, come diversi Comuni, che si sono mossi in modo autonomo per informare e dare punti di riferimento.

Il tutto autogestito, spontaneo, non coordinato se non attraverso quell”hashtag #terremoto che ha tutto convogliato in un unico gigantesco canale.

Perché la Protezione civile, a tutti i livelli, non è attiva su un mezzo di comunicazione così efficiente? Perché non si organizza per raccogliere, come stanno facendo molti siti di informazione, notizie anche dalla rete? Perché non coordina il flusso di informazioni suggerendo hashtag, contattando cittadini attivi che si trovano in luoghi chiave, filtrando (cioè verificandone la veridicità) e smistando notizie?

Una volta erano i radioamatori a essere efficaci collaboratori nella gestione delle emergenze. Raccoglievano e distribuivano informazioni da posti altrimenti irraggiungibili in breve tempo. Erano pochi e non dappertutto.

I radioamatori di oggi sono decine di migliaia e sono ovunque. Invece delle grandi e costose radio usano il social network  con l’uccellino. Potrebbero essere una rete di supporto straordinaria, mille volte di più dei radioamatori di un tempo.

Ma vanno organizzati, e subito. Ci sono già esperienze all’estero a cui ispirarsi. Basta volerlo, iniziando con il creare un linguaggio comune e condiviso.