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Più forti di una sentenza

Giusta e sacrosanta l’indignazione per la decisione dei giudici di Stoccarda di archiviare l’inchiesta contro gli ex SS condannati in Italia per la strage di Sant’Anna di Stazzema.

Da condividere e sottoscrivere, con grande forza.

Perché, essenzialmente, è stato negato un atto di giustizia atteso da decenni.

Ma noi, singoli cittadini dell’Italia e dell’Europa, possiamo ottenere molto di più di quello che può o avrebbe potuto ottenere una qualunque sentenza di un qualunque tribunale.

Possiamo non dimenticare e fare in modo che mai si dimentichi.

Possiamo raccontare e tramandare. In altre parole non mettere crimini come quelli di Sant’Anna  tra le cose vecchie e di cui si ha noia di parlare.

In questo modo contribuiremo a tener viva la memoria di quelle atrocità  aumentando le probabilità che il futuro ce ne riservi di meno.

E così il nostro raccontare e tramandare avrà avuto più valore di una sentenza.

La lezione di Cesira

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Ho passato un pomeriggio a casa di Cesira Pardini (nella foto), la donna che sfuggì all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema salvando due sorelle e un bimbo appena nato. Le è stata da poco conferita, per quello che fece in quelle ore del 12 agosto 1944, la medaglia d’oro al merito civile.

Lei vive in una bella casa di Marina di Pietrasanta e ogni giorno, dalla finestra della camera da letto o dal giardino, guarda lassù, all’ossario di Sant’Anna, innalzato in memoria dei 560 che quel giorno vennero massacrati da soldati tedeschi. Per realizzare la statua alla base dell’ossario, una donna morta con in braccio una neonata, lo scultore Vincenzo Gasperetti si ispirò alla storia della mamma e della sorellina di Cesira, uccise dalle mitragliatrici.

Si entra in un altro mondo parlando con una donna così.

Non per quello che racconta, perché chi ha voluto ha gà letto tutto.

Ma per come lo racconta.

Per la calma dietro la quale ha imparato a mimetizzare un dolore mai sopito.

Per la commozione che emerge, composta, solo in alcuni, cruciali, momenti.

Per il pudore con cui ti accompagna là fuori, nel “punto da dove si vede lassù”.

Quando esci dal mondo di Cesira Pardini, nata a Pietrasanta il 4 dicembre 1926, guardi anche tu lassù e te ne resti zitto per un bel po’.

Pensi alle condanne dei nazisti responsabili dei massacri che nessuno cerca di eseguire. A una giustizia che in pochi hanno voluto davvero. A generazioni di italiani, compresa la mia, che hanno quasi rimosso senza trarre da quei fatti alcuna forza.

E così te ne torni a casa senza voglia di discutere e scrivere delle cose di tutti i giorni.

Solo giustizia

Stragi naziste, Armadio della vergogna, muro del silenzio… Se ne discute a Roma al teatro de’ Servi e può venir voglia di chiedersi che senso abbia, quasi settant’anni dopo quelle terribili giornate, riunirsi per questo in un teatro.

I termini della questione sono molto semplici e crudi. Dall’8 settembre 1943 alla fine della guerra si calcola che tra i 20 e i 3o mila italiani, tra militari e civili, siano stati uccisi, non in combattimento, da militari tedeschi . Sono le stragi con le quali sono stati annientati interi reparti che si erano rifiutati di consegnarsi. Sono le stragi di donne, bambini, anziani. Se ne contano 2273, di stragi. E per le stragi sono state eseguite le condanne contro appena un pugno di ufficiali nazisti. Gente come Walter Reder, Herbert Kappler, Erich Priebke… E tutti gli altri? Ignoti? Sfuggiti alla giustizia grazie a misteriose vicende di guerra?

No. Sono stati identificati, denunciati, mandati a processo, i processi per un bel po’ sono stati congelati (o, meglio, chiusi nel cosidetto Armadio della vergogna), poi sono stati riaperti, istruiti, andati a sentenza. E le sentenze sono diventate definitive. Ventuno condanne all’ergastolo per strage contro altrettanti militari tedeschi.

Adesso ne sono rimasti in vita sedici e nessuno, ma proprio nessuno si preoccupa di rendere esecutive quelle sentenze. Lo ha denunciato il procuratore militare con chiarezza: “Allo stato non si hanno notizie in ordine a quale seguito sia stato dato a dette richieste da parte della competente autorità governativa italiana”.

In altre parole: i tribunali hanno condannato, il governo non fa nulla per far eseguire le condanne, nemmeno un passo formale.

E ci si torna a chiedere: ma cosa si vuole? che si vada ad arrestare ultranovantenni a un passo dalla morte?

Si, se io fossi uno di quei bambini che ha visto uccidere la propria madre, lo vorrei. E lo vorrei anche se fossi uno che ha sentito raccontare come i propri parenti o gli amici dei propri genitori sono stati massacrati. E lo vorrei, infine, anche se fossi soltanto, come sono, un semplice cittadino europeo.

Vorrei che un signore in divisa bussasse a ciascuna di quelle sedici case per consegnare un foglio con su scritto che quell’uomo è colpevole e che per questo deve restare chiuso in casa per quel che gli resta da vivere.

Vendetta? No. Solo giustizia.