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La commozione del borgomastro

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Bastian Rosenau è il giovane borgomastro di un paese tedesco, Engelsbrand, diventato famoso per aver dato un'onorifecenza a un suo concittadino che era stato un sergente delle SS e che in Italia era stato condannato a due ergastoli per le stragi di Fivizzano e Marzabotto. Era un sergente del battaglione di Walter Reder. il 19 agosto, anniversario della strage di San Terenzo Monti-Fivizzano è lì, esattamente nel luogo dove il sergente Wilhelm Kusterer, insieme ai suoi commilitoni, massacrò 159 persone. E' venuto a chiedere scusa, a parlare di pace e fratellanza, a ricordare gli orrori di quegli anni. E davanti ai figli di chi venne ucciso sio è commosso una, du, tre, quattro volte. E' stato un privilegio essere testimone di questo piccolo ma grande avvenimento. Per questo ne ho voluto e ne voglio dare testimonianza. Qui sotto l'articolo che ho scritto per il Tirreno.

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Ventiduemila morti in cerca di giustizia

cover-libro-stragi-697x1024Sta per diventare pubblico l'Atlante delle stragi naziste e fasciste. Un gran lavoro portato avanti da un gruppo di studiosi, firmato dall'Anpi e dall'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia (Insmli) e finanziato dal "fondo italo-tedesco per il futuro". Si tratta del primo e completo database sui crimini commessi da nazisti e fascisti durante i 21 mesi della guerra in Italia, dal luglio del 1943 all'inizio del maggio 1945.

Il risultato e' scioccante perché va oltre ogni stima fatta finora. Gli studiosi, escludendo i morti durante i combattimenti, hanno contato 5.300 episodi che hanno provocato la morte di 22.000 persone. Tutte indicate con nome e cognome. E accanto al loro, dov'è stato possibile, c'è il nome dei carnefici identificati.

Ventiduemila persone: civili, donne, bambini, vecchi. La più grande tragedia che ha travolto la popolazione civile italiana, come non si stancava di ripetere Franco Giustolisi, l'autore dell'Armadio della vergogna.

Tragedia nascosta per decenni dall'oblio e, soprattutto, com'è ormai dimostrato, dall'opportunismo politico.

I processi celebrati negli ultimi 15 anni e che hanno portato a decine di condanne all'ergastolo hanno cercato di dare giustizia alle vittime di allora e ai sopravvissuti. Ma la mancata esecuzione delle condanne è suonata e suona come un'ulteriore beffa.

Questo Atlante si presenta come un altro, diverso tentativo di fare giustizia. Non con le carte processuali, ma con la ricerca storica, stabilendo fatti, protagonisti, correlazioni. Un tipo di giustizia che non si può considerare soddisfacente ma che ha la sua importanza. Potrebbe riuscire a togliere ogni singola vittima dal proprio isolamento. Potrebbe ricondurre la sorte di ciascuno a un comune e tragico destino.

E' però obbligatorio porsi una domanda.

I processi non sono stati fatti nel secolo scorso perché le carte erano state nascoste. Per un atlante come quello che sta per diventare pubblico non servivano fascicoli processuali. Perché si è aspettato tanto?

Giustizia negata

Nelle ultime settimane ho dedicato del tempo a leggere le carte della commissione di indagine sulle stragi nazifasciste messe online dalla Camera dei deputati. Non si tratta dei fascicoli chiusi nell'Armadio della vergogna ma di tutto (o quasi tutto) quello che la commissione ha acquisito durante i suoi lavori iniziati nel 2003 e finiti nel 2006. Sono migliaia di carte con su stampigliato "Segreto", "Riservato", che confermano una verità che ancora si fa fatica a condividere. Una verità che la commissione stessa non riuscì a sottoscrivere (ci furono una relazione di maggioranza  e una di minoranza).

Una verità molto semplice e terribile. La giustizia alle vittime delle stragi venne negata in nome della ragion di stato, dell'opportunismo politico, della necessità di creare buoni rapporti politici ed economici con la neonata Repubblica federale tedesca.

Sono 22.000 i civili italiani uccisi tra il 1943 e il 1945 da nazisti e fascisti. E lo Stato, nel 1960, decise che non era il caso processare gli assassini, meglio vendere armi alla Germania...

Quello che ho trovato nelle carte l'ho scritto in un articolo pubblicato questa settimana dall'Espresso. Lo si può leggere qui.

Cinque minuti per non dimenticare

Domani, 27 gennaio, è il Giorno della Memoria. E' il settantunesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz ed è il giorno scelto dall'Onu per ricordare le vittime dell'Olocausto. Con il tempo i significato di questa giornata si è allargato facendola diventare sempre di più l'occasione per ricordare, oltre alle vittime dell'Olocausto, le vittime di tutte le guerre e di tutte le violenze.

Non lasciamola passare come tante altre ricorrenze. Facciamola nostra, cioè di ciascuno di noi, dedicando almeno 5 dei 3600 minuti del nostro 27 gennaio al ricordo di quello che è stato e quello che è.  Ai genocidi e alle stragi di settant'anni fa e ai genocidi e alle stragi di oggi. Un omaggio a chi ne è stato vittima, un impegno a diffondere i principi di pace e fratellanza.

Possiamo leggere  una pagina di Primo Levi o un di un qualunque altro libro che parli delle terribili sofferenze di quegli anni (qui un ricco elenco).

Possiamo vedere un film (qui quelli in programma).

Possiamo andare davanti a una lapide o a un monumento, guardarci intorno e parlare con qualcuno di quello che quella lapide o quel monumento ricorda.

Possiamo usare il nostro social network preferito per far circolare un'immagine o un pensiero che ricordino ai nostri amici perché è importante sapere e ricordare.

Possiamo andare a uno qualunque dei tanti appuntamenti (qui un elenco).

Io, domani, sarò a Latina dove si parlerà di Shoah, si ascolterà musica e i ragazzi di due licei leggeranno le testimonianze dei sopravvissuti alle stragi nazifasciste raccolte nel mio libro Io ho visto. Se qualcuno di loro mi chiederà a cosa serve, dopo tanti anni, parlare di queste cose, risponderò come fece, due anni fa, l'attrice Pamela Villoresi. Uno studente, dopo che lei aveva interpretato le stesse storie, le chiese proprio così, 'a cosa serve?' Lei rispose di getto: "Vedete, se anche uno solo di noi, dei mille che siamo in questo teatro, uscirà da qui deciso a far di tutto nella propria vita perché non ci sian0 più fatti terribili come questi, vorrà dire che parlare di queste cose è servito, eccome".

Cefalonia, fu vero crimine

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Una notizia, qualche giorno fa, è passata praticamente inosservata. Una di quelle notizie che possono sembrare di poca importanza o per addetti ai lavori e che invece segnano importanti svolte della storia.

L’ex caporale della Wehrmacht Alfred Stork (nella foto)  ha rinunciato all’appello contro la sentenza che lo condanna all’ergastolo per aver partecipato all’eccidio di Cefalonia, nel settembre 1943. Quindi la sentenza contro di lui è destinata a essere, a breve, dichiarata definitiva.

Che importanza può avere, più di settant’anni dopo, una sentenza definitiva contro un ultranovantenne? Che rilevanza storica può avere l’accertamento che proprio lui abbia partecipato all’eccidio degli ufficiali italiani alla Casetta Rossa?

Molta, molta importanza.

Il passaggio in giudicato di questa sentenza, emessa da un tribunale militare che ha attentamente vagliato i fatti, significa che anche da un punto di vista giuridico, non solo storico, si potrà dire che lì, a Cefalonia, non c’è stata solo battaglia ma che dai nazisti è stato commesso un grande, efferato crimine di guerra.

E che lì, a Cefalonia, c’è stato davvero uno dei primi, importanti atti di resistenza degli italiani al nazismo, come lo definì l’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Leggi:

La confessione di Alfred Stork

La sentenza del tribunale militare di Roma

Chiedere giustizia e non dimenticare

Il presidente del Senato Pietro Grasso ha deciso di ricordare il 25 aprile con un convegno in cui, nel settantesimo anniversario, si parlerà delle stragi nazifasciste

L’appuntamento è per giovedì 24 alla sala Kock di palazzo Madama. Con sindaci e presidenti di Regione, con il giornalista Franco Giustolisi, con alcuni sopravvissuti alle stragi, con l’attrice Pamela Villoresi che recita i loro racconti (dal mio libro Io ho visto).

Un convegno che ha, per la sua stessa conformazione, due obiettivi. Chiedere giustizia e non dimenticare.

Chiedere giustizia dopo settant’anni ha ancora un senso forte, molto forte. Come dice Giustolisi, quella delle stragi nazifasciste, 10-15 mila morti in meno di due anni, è la più grande tragedia che ha investito la popolazione civile italiana. Per decenni i responsabili non sono stati processati (vedasi la storia dell’Armadio della vergogna). Poi sono stati processati, alcuni assolti gli altri condannati all’ergastolo. Ma ormai anziani e senza aver rinnegato il proprio passato (sono almeno una quarantina in vita) questi ergastolani se ne stanno tranquilli a casa loro aspettando la fine dei loro giorni. Senza che nessuno stia seriamente cercando di far eseguire le sentenze, nemmeno in modo poco più che simbolico. E una giustizia che non fa eseguire le sentenze non è giustizia.

Non dimenticare vuol dire non lasciare che le atroci sofferenze inflitte allora scivolino tra le cose di cui si è persa la memoria. Vuol dire imprimere quegli orrori nelle coscienze di chi viene dopo di noi, perché sappiano dove può arrivare la crudeltà umana e facciano di tutto per combatterla. Ogni parola detta, scritta o recitata aggiunge un granello a questa impresa.

 

Cos’è la memoria?

Oggi a Empoli, durante un incontro che ricordava le vittime delle stragi nazifasciste (Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Padule di Fucecchio…), uno dei cinquecento studenti presenti mi ha chiesto che cos’è la memoria.

Io ho risposto con le parole più semplici che mi sono venute in mente.

“La memoria”, ho detto, “è il sale di una comunità, il suo nutrimento, il suo tessuto connettivo. E’ quello che dà a una comunità la forza di essere se stessa e costruire il proprio futuro”.

Poi, dopo qualche ora che non lo facevo, ho riaperto i miei soliti canali informativi: twitter, i siti dei quotidiani, gli aggregatori…

Vi ho letto della battaglia del 38 per cento e del boia che un deputato del movimento 5 Stelle ha dato a Giorgio Napolitano E mi è tornata in mente la domanda alla quale avevo risposto poco prima.

“Coltivare la memoria”, avrei dovuto aggiungere, “è anche avere rispetto per la nostra storia e per quello che siamo. Il voler cambiare l’Italia pensando prima di tutto al tornaconto personale non lo fa. Usare la parola boia nei giorni in cui si ricordano i milioni di persone morte per mano di veri boia, non lo fa”.

Spero che lo studente che mi ha fatto la domanda abbia la ventura di leggere questa integrazione.

Resistenza della quotidianità

Virginia Macerelli

Il 21 novembre è un anniversario importante. Settant’anni fa una compagnia della Prima Divisione paracadutisti della Wehrmacht, verosimilmente comandata dal capitano Georg Schulze, trucidava 128 cittadini di Pietransieri, un paesino dell’aquilano.

Sono passati poco più di due mesi dall’8 settembre, lo sbarco di Anzio non c’è ancora stato, la battaglia di Montecassino deve ancora iniziare e i tedeschi stanno rafforzando la linea Gustav per resistere all’avanzata alleata lungo lo stivale.

Pietransieri si trova proprio dietro questa linea e questa è la sua sciagura. La linea del fronte deve essere libera e i paracadutisti, per liberare  le campagne, non fanno sfollare, uccidono.

Quei giorni me li ha raccontati, l’anno scorso, una donna scampata all’eccidio, Virginia Macerelli (nella foto). Ne è scampata restando immobile sotto il corpo della mamma morta. Un incontro particolare ed emozionante quello con Virginia e suo marito. E’ poi diventato un capitolo del mio libro Io ho visto e  Virginia, quest’anno, ha parlato direttamente con papa Francesco e, il 4 novembre, è stata ricevuta al Quirinale dal presidente Giorgio Napolitano. Di lei e della sua storia si sono occupati libri, giornali e siti. Questa mattina è stato Francesco Lo Piccolo sull’Huffington Post a dedicarle un lungo post.

Quello di Pietransieri è uno dei primi atti di quella lunga e sanguinosa guerra di cui poco si parla e di cui pochi hanno un’idea precisa. Gli storici l’hanno definita la guerra contro i civili, la terza guerra combattuta dai tedeschi in Italia accanto a quelle contro le truppe alleate e le formazioni partigiane. Dal 1943 all’aprile 1945.

Una guerra condotta in violazione di tutte le regole, uccidendo donne, vecchi, bambini. Per fare terra bruciata, per togliere l’appoggio delle popolazioni ai partigiani, per terrorizzare, per scoraggiare qualunque forme di resistenza.

I morti di questa guerra furono 15 mila,  forse 20 mila, nessuno li ha mai potuti contare con una certa esattezza.

Sono i morti di una “resistenza della quotidianità”, come molti cominciano a definirla, combattuta da milioni di italiani. La resistenza di chi è rimasto al proprio posto a coltivare i campi, ad accudire vecchi e bambini, a dar da mangiare e dormire a chi combatteva in montagna. La resistenza di chi ha visto morire i propri cari accanto a sé e non ha tradito. Una resistenza combattuta senza armi ma con uno straordinario e silenzioso coraggio.

L’altro giorno, a Varese, Daniele Biacchessi ha detto a un migliaio di studenti raccolti in un teatro per sentir raccontare di quei tempi che è su queste vicende che si fonda la nostra costituzione, che queste storie “sono” la nostra costituzione.

Per questo, ha detto, vanno conosciute e ricordate, sempre.

Per questo, dico, dobbiamo parlarne, non dimenticare chi ha combattuto in silenzio quella terza guerra, non dimenticare la “resistenza della quotidianità”.

Per questo dobbiamo amare tutte le Virginie d’Italia.

Trentuno vecchi criminali in libertà

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Erich Priebke (nella foto) compie 100 anni perché è nato a Hennigsdorf il 29 luglio 1013. Il boia delle Ardeatine è l’unico nazista condannato all’ergastolo da un tribunale italiano che è agli arresti. Ce ne sono altri 31 come lui, ergastolani per aver ucciso e massacrato donne, uomini e bambini indifesi. Ma liberi nel loro paese, la Germania. Li ha contati il procuratore militare Marco De Paolis, il magistrato che ha istruito i più importanti processi per strage, durante questa intervista.
Trentuno “vecchi criminali”, come li chiama De Paolis, per i quali non è concessa l’estradizione e a cui nessuno, a cominciare dal governo italiano che probabilmente la chiede senza la necessaria energia, riesce a far scontare la condanna in patria.
E’ facile chiedersi se ha ancora senso perseguire, 70 anni dopo i delitti, criminali così vecchi. Ma se capita, come è capitato a me per preparare un libro, andare per i paesi devastati dai nazisti, parlare con i sopravvissuti, vedere il dolore nei loro occhi, qualunque dubbio si cancella. Crimini contro l’umanità come quelli commessi da tanti nazisti non sbiadiscono con il tempo. Anzi, come dice De Paolis, lo scorrere degli anni dilata l’ingiustizia.
E poi, come giustamente dice il procuratore, “non è vero che vecchietti come Priebke non fanno male a nessuno. Fanno male perché non si pentono e non chiedono neppure scusa alle vittime e ai loro familiari. Questi vecchi criminali dovrebbero dire chiaramente che quello che hanno fatto è profondamente sbagliato”.
Parole da sottoscrivere una per una.
Si dia dunque da fare il governo italiano, metta in agenda un’azione decisa perché i 31 “vecchi criminali” condannati all’ergastolo scontino la loro pena.
E ne dia conto, prima di tutti, a chi per quei crimini soffre da 70 anni.

Due presidenti e un abbraccio

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“Questa è l’ultima visita del mio settennato. E sono felice che sia avvenuta qui”. Così ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Sant’Anna di Stazzema dopo l’incontro, e l’abbraccio, con il presidente tedesco Joachim Gauck.
A Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto 1944, nazisti, e fascisti, trucidarono circa 560 persone. I tribunali militari italiani, per quella strage, hanno condannato all’ergastolo una decina di ex SS. Molti sono ancora vivi, ma non sconteranno mai la pena, nemmeno in modo simbolico, per via di quei balletti tra Stati di cui tutti si dichiarano all’oscuro ma che sono capaci di bloccare ogni cosa.
Napolitano e Gauck hanno dimostrato, con il loro abbraccio e con le loro parole (si possono leggere qui, nella diretta multimediale del Tirreno) che gli uomini sono spesso meglio delle istituzioni che guidano o che rappresentano.
Grazie, Napolitano e Gauck.