Archivi Tag: Salute

Come morire

Bill Keller è stato per anni direttore del New York Times e ne è adesso editorialista.

Il suo ultimo articolo, tradotto e pubblicato da Repubblica, si intitola “How to die”, Come morire, e racconta la morte di suo suocero, Anthony Gilbey.

Racconta Keller: “Un mese fa, risvegliatosi dall’anestesia in un ospedale inglese mio suocero trova al capezzale la figlia e un medico di turno. L’intervento non è riuscito lo informa il dottore. Non c’è niente da fare. ‘Sto morendo?’, chiede. “Si”, tentenna il medico. ‘Papà stai morendo’, conferma la figlia. ‘Allora niente più bisboccia’. ‘Ne faremo eccome’ gli promette lei”.

Keller spiega che l’ospedale smette di curare il suocero, stacca tubi e macchine, lo trasferiscono in una camera silenziosa e Anthony Gilbey muore “umanamente: amato, dignitoso, pronto”.

E’ l’applicazione del protocollo Liverpool Care Pathway, un “percorso di assistenza concepito negli anni Novanta a Liverpool in un istituto di cura per tumori come alternativa più umana all’accanimento terapeutico praticato su pazienti ormai prossimi alla morte”.

Racconta ancora Keller: ” ‘Ho combattuto la morte tanto a lungo’ aveva detto Anthony Gilbey a sua figlia, a mia moglie, verso la fine. ‘E’ un tale sollievo potersi lasciare andare’”.

Conclude Keller:  ”Sarebbe bello se tutti potessimo morire come lui”.

Un’affermazione che sottoscrivo.

Ventimila euro di vergogna

Andrea Ponticelli è intervenuto nel blog commentando il post precedente dedicato ad Renata Polverini. Racconta del suo essere padre, della casa famiglia che suo figlio Luca frequenta. E di ventimila euro che la casa famiglia non ha più perché la regione Lazio glieli ha tolti. Ventimila euro. Esattamente la cifra, dice Ponticelli, che è costata la famosa festa dei Porci.

La storia che racconta Ponticelli è una sorta di parabola da cui trarre più di una lezione.

La ripropongo qui, integralmente, per ciascuno di noi.

Per chi ha amministrato i soldi per la sanità del Lazio e ai quali dico solo una cosa: vergogna.

E anche per chi li amministrerà. Perché si guardi bene dal far passare il “risanamento” da strade come questa.

“Sono il padre orgoglioso di uno splendido giovanotto di un metro e novanta che si chiama Luca .
Luca ha una malattia genetica determinata da un insignificante grumo ( che non doveva stare li ) su un cromosoma . A Luca piacciono le auto, piace la pizza , piace la musica ,piace fare lunghe passeggiate piace tutto quello che piace alla sua età . Ma non può parlare e ha bisogno di un seguito costante per le sue esigenze giornaliere .
Nella speranza che i progressi della scienza possano almeno aiutarlo a condurre una vita migliore i genitori di Luca hanno trovato una associazione di altri genitori che avevano gli stessi problemi e che con coraggio e sacrifico hanno messo su una casa famiglia dove Luca e altri ragazzi sono aiutati da persone straodinarie .
La casa famiglia é appena fuori Roma : i ragazzi fanno piccoli lavori di falegnameria , fabbricano candele di qualità , tessono al telaio, danno da mangiare a un piccolo asinello . In un clima lieve e protettivo .
L’impegno economico per le famiglie e per i tanti amici che partecipano attivamente è consistente ma non sarebbe sufficente se non ci fosse un contributo da parte delle istituzioni .
Ma la Regione ha sempre meno risorse e la parola ” tagli ” è ormai un motivo ricorrente già da alcuni anni .
Con decreto 39 di quest’anno la presidente della Regione esprime parere negativo al rinnovo delle convenzioni con tutti gli enti accreditati e quindi anche con le case famiglia .
Tutti saranno sottoposti a nuova verifica e non basterà più il certificato del medico di base per la terapia . Ogni due mesi ci sarà una visita presso la ASL di appartenenza . E’ previsto anche il sorteggio del 10% dei disabili ogni anno per controlli più approfonditi . Adesso vi facciamo vedere che i controlli si fanno sul serio .
Lo scorso anno alla casa famiglia di Luca sono stati tagliati 20 mila euro dei contributi regionali .
Ho pensato che questa somma corrisponde esattamente al costo della festa elegante che ha visto commensali vestiti da Porci . Evidentemente per loro non c’é bisogno di controlli severi per valutare se sono porci veramente e se hanno quindi diritto a buttare 20.000 euro in questo modo.
Andrea Ponticelli “

La vita di Celeste

C’è una bambina di due anni che si chiama Celeste ed è malata. Malata grave, di atrofia muscolare. Una malattia che non si cura, la cui diagnosi è la morte.

Questa bambina, racconta oggi Repubblica in un articolo di Sandro De Riccardis, è migliorata grazie a iniezioni di cellule staminali prelevate ai suoi parenti, alla sua mamma. Adesso, però, non migliora più, respira con maggior fatica: le cure sono state bloccate dall’Agenzia del farmaco dopo un’ispezione dei carabinieri dei Nas.

La sopravvivenza di Celeste, come quella di altri bambini che seguono terapie simili,  è ora affidata a una decisione del giudice di Venezia al quale ha fatto ricorso Gianpaolo Carrer, il papà  di Celeste.

Non serve entrare molto di più nel merito della vicenda, che ha il suo fondamento giuridico in un decreto legge del 2006, per dire una cosa molto semplice.

Se esistono cure che, senza mettere a repentaglio la vita di altre persone, consentono di lenire sofferenze o, addirittura, di salvare o anche solo prolungare la vita, nessuno dovrebbe avere il potere di interromperle.

Ha detto il papà di Celeste a Repubblica: “E’ come essere nel deserto, avere l’acqua a portata di mano e trovarsi di fronte qualcuno che ti impedisce di bere”.

Sono di sinistra perché…

Ieri sera, durante il divertente TgZero di Radio Capital, a un ascoltatore autodefinitosi di sinistra (“Sono stato in Lotta Continua”) i conduttori Vittorio Zucconi ed Edoardo Buffoni hanno chiesto cosa c’è di diverso tra lui e uno di destra. Insomma, che cosa vuol dire oggi essere di sinistra. L’ex Lotta Continua, senza molta decisione e pensandoci un po’, ha detto che essere di sinistra vuol dire soprattutto mettere la persona al centro delle cose, della politica.

Forse è vero, ma non mi ha convinto. O almeno non mi è sembrato sufficiente. Così ho passato parte della serata a discuterne con cinque amici-amiche con cui mi sono visto in pizzeria.

Tutti di sinistra e tutti in difficoltà a spiegare con semplicità e chiarezza che cosa voglia dire, oggi, essere di sinistra. Anche io ho fatto i miei ragionamenti e i miei esempi, senza convincere molto nemmeno me stesso. Ed è per questo che sintetizzo qui i tre “essere di sinistra” che al momento di lasciare la pizzeria sono rimasti sul tavolo come esempi più concreti di altri. Tre piccoli spunti di discussione.

–   Sono di sinistra perché penso che gli ospedali non siano aziende che devono andare in pari o in utile, ma strutture al servizio dei cittadini il cui utile è nelle vite salvate e nelle vite migliorate, non nei bilanci.

–   Sono di sinistra perché quando sento un ragazzino con la pelle scura parlare italiano, magari con una inflessione dialettale, mi viene un groppo in gola. Non per la disperazione, ma per la gioia di vedere la mia lingua diventare una lingua che va oltre le razze e la pelle.

–   Sono di sinistra perché sono convinto che il lavoro sia anche un diritto che lo Stato non può lasciare in balìa dei mercati.