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Un grande pollaio

Questa volta mi rifiuto di studiare la nuova proposta elettorale, quella chiamata Rosatellum bis. Ha tutto il sapore di un pacchetto di regole studiato solo per non scontentare i partiti che dovrebbero approvarlo: favorisce le coalizioni, prevede un fiorellino all'occhiello di "democrazia diretta" (i collegi uninominali), garantisce la nomina diretta della maggior parte dei parlamentari...

Se studiassi il Rosatellum bis accetterei ancora una volta le regole di un gioco che non mi piace. Quello che va avanti da anni, che è passato attraverso altre proposte di legge elettorale e  soprattutto attraverso la fallita riforma della Costituzione. E' il gioco imposto da chi vuole rifare le regole per rinsaldare il proprio potere senza guardare oltre lo spazio di una legislatura. C'ha provato Matteo Renzi, ci prova adesso un gruppo più vasto di forze politiche, ci proverebbero gli stessi Cinquestelle se trovassero il loro tornaconto diretto e immediato.

Servirebbe, in questo momento, una leadership politica di tutt'altro livello. Partendo dall'analisi degli attuali schieramenti bisognerebbe costruire delle norme elettorali capaci di garantire un'adeguata rappresentanza parlamentare dell'elettorato ma anche di spingere verso aggregazioni che diano stabilità di governo. E questo andrebbe fatto con grande abilità, trovando il giusto compromesso tra l'interesse delle forze attualmente presenti in parlamento e l'interesse del paese nei prossimi decenni.

La politica è questa. Altrimenti, se si cerca solo di vincere al prossimo giro, è come vivere in un grande pollaio.

Effetto maggioritario

E' naturale che nelle elezioni comunali si assista a una "bipolarizzazione" dello schieramento politico. E' la diretta conseguenza del sistema con il quale vengono eletti i sindaci, un sistema che spinge con forza verso l'aggregazione delle forze politiche per consentire al candidato di vincere al primo turno o di andare al ballottaggio. E' quello che accadrebbe anche a livello politico nazionale se per eleggere il parlamento avessimo, per esempio, un sistema a collegi uninominali più o meno puro.

Rischioso quindi trarre indicazioni frettolose dal voto dell'11 giugno. Anche perché ogni città, come sappiamo, fa storia a sé e in questa tornata elettorale questa banale affermazione è ancora più vera se si pensa  alle città più grandi andate alle urne: Palermo, Genova, Parma, Verona.

Tra le domande cruciali poste dal voto due riguardano i Cinque Stelle.  Hanno terminato la loro ascesa? E' iniziata la fase calante del movimento? Sinceramente non vedo elementi sufficienti per rispondere con ragionevolezza. E sarebbe miope da parte del centro sinistra e del centro destra dare il movimento per sconfitto.

Caso mai ci sarebbero da fare ulteriori riflessioni sulla legge elettorale con cui gli italiani dovranno scegliere il prossimo parlamento. Una legge proporzionale favorirebbe la "tripolarizzazione" di cui si è finora discusso. Una legge maggioritaria favorirebbe fenomeni come quelli dell'11 giugno, la "bipolarizzazione" dello schieramento politico. Le leggi elettorali non possono certo far cambiare idea agli elettori. Ma hanno la straordinaria forza di incanalare la volontà popolare, di farla diventare, o meno, forza di governo.

Anche dopo l'11 giugno, quindi, la partita è sempre la stessa. Stabilire le regole per le prossime politiche. Il voto amministrativo, caso mai, ha mischiato le carte e ha fornito ai giocatori, e agli elettori, la visione plastica degli effetti di un sistema  capace di spingere le forze politiche ad aggregarsi.

Il rischio tedesco

export.1.1446243.jpg--_ecco_come_ho_finanziato_le_cene_a_renzi_e_berlusconi__Siamo al martedì successivo alle prossime elezioni, quelle che si svolgeranno con il sistema elettorale sul quale i quattro maggiori partiti sembrano ormai d'accordo. Il cosiddetto "sistema tedesco" adattato, sostanzialmente un proporzionale più o meno puro.

Il primo partito (dicono alcuni degli ultimi sondaggi) è il Pd, un po' come, nei primi 50 anni o quasi della Repubblica italiana, era la Democrazia cristiana. Il presidente della Repubblica, verosimilmente, inizia le consultazioni, quell'antico rito che vede sfilare al Quirinale ex capi di Stato e delegazioni di partito per poi dare l'incarico al leader del partito vincitore, Matteo Renzi.

Renzi accetta con riserva, fa anche lui le sue consultazioni e poi torna sul Colle per sciogliere la riserva perché ha trovato un accordo con Forza Italia per formare un governo di coalizione. Così due partiti che si sono combattuti per più di vent'anni, due partiti che dovrebbero incarnare due concezioni opposte della vita pubblica, dello sviluppo, dei rapporti sociali, si ritrovano a governare insieme. Ma almeno, si potrebbe pensare, sarà uno stabile governo capace di durare una legislatura. Invece no, perché sarà un governo esposto ai venti parlamentari, ai cambi di casacca, ai piccoli gruppi che si potranno formare acquistando forza e potere attraverso la capacità di essere decisivi per le sorti della maggioranza.

Questo scenario non muterebbe molto se il partito più votato dovesse essere il Movimento 5 stelle. Cambierebbero gli attori dell'accordo di governo, ma ci si muoverebbe sullo stesso palcoscenico e con lo stesso copione.

Quindi crisi di governo durante la legislatura sempre dietro l'angolo come ai vecchi tempi,  quelli che quasi tutti gli italiani speravano non tornassero più.

E questo anche perché, come in molti hanno osservato in questi giorni, è bene ricordare che al sistema tedesco che si sta per adottare manca un requisito essenziale e impossibile da inserire perché è materia costituzionale. La "sfiducia costruttiva", quella formula magica che consente ai cancellieri tedeschi di restare alla guida del paese per tutta la legislatura. In poche parole il Bundestag può sfiduciare il cancelliere solo se, contemporaneamente, ne nomina un altro.

Ci piace questo scenario? A me, devo essere sincero, proprio no. Mi sembra che ci si stia preparando a correre un brutto rischio, il rischio tedesco, appunto, che, però, di tedesco non ha nulla

Il gioco dell’oca

IMG_2838Ricordate il gioco dell'oca? C'era una casella che faceva tornare all'inizio, quella dello scheletro. Ecco, quando, parlando di legge elettorale, si evoca il "proporzionale puro" mi sembra di stare per cadere nella casella dello scheletro, la casella 58.

Formare, come si sta ipotizzando, Camera e Senato con il proporzionale puro (se nessun partito arriva al 40 per cento e si prende il premio di maggioranza) vorrebbe dire tornare a 25 anni fa, al 1992. In quell'anno venne eletto, per l'ultima volta, un parlamento con la vecchia legge proporzionale. Quella di fatto abbattuta dal "referendum Segni". Quella, per capirsi, della cosiddetta Prima Repubblica, dei governi di coalizione, delle infinite trattative, delle elezioni nelle quali tutti "vincevano" o "tenevano" e nessuno perdeva. Insomma di tutto quello che abbiamo voluto lasciarci alle spalle cercando una via italiana all'alternanza, alla certezza del vincitore delle elezioni, alla stabilità dei governi.

Il proporzionale è oggi il sistema che può mettere tutti d'accordo perché, sulla carta, non condanna o non promuove nessuno. Tutti i partiti, grandi e  piccoli, possono aspirare a governare. Tutti dovranno pensare, persino i Cinquestelle, ai possibili futuri alleati. Perché una cosa è chiara. Se nessun partito raggiungerà l'eventuale premio di maggioranza (conquistando un altissimo 40 per cento dei voti) si sarà caduti nella casella dello scheletro. Si tornerà agli incarichi esplorativi, si assisterà alla formazione di alleanze non scelte dagli elettori, si avranno governi che si reggono, magari, sul voto essenziale di piccole formazioni...

Anche se l'Italia è stata governata così per quasi 50 anni io non vorrei vedere questo ritorno al passato. Sarebbe, da parte della classe politica e quindi anche da parte nostra che l'abbiamo scelta, un drammatica dichiarazione di fallimento.

Per cui da oggi, per quello che può valere, dire "No al proporzionale" equivale a mantenere il desiderio e la forza di guardare al futuro. Con coraggio.

 

Nessuna delega in bianco

La legge elettorale fortemente voluta dal governo di Matteo Renzi non è la migliore delle leggi possibili. E' frutto di numerosi compromessi e consegna solo in parte, agli elettori, la vera scelta dei propri rappresentanti. Ma ha una qualità che in Italia inseguiamo da sempre. Allo spoglio dell'ultima scheda del primo turno o dell'eventuale ballottaggio sapremo con certezza chi guiderà il paese per i successivi cinque anni. Avremo così un presidente del Consiglio che, di fatto, sarà eletto direttamente dal popolo e che, proprio da questa investitura, trarrà la sua forza maggiore.

Una legge elettorale, quindi, che incide profondamente sulla forma di governo e quindi sul delicato sistema di equilibrio tra poteri dello Stato. L'esperienza delle democrazie occidentali insegna che più aumenta il potere consegnato all'esecutivo e alla maggioranza che lo sostiene, più deve aumentare il sistema di contrappesi e garanzie. Non per ostacolare l'azione di governo ma per tenerla nei giusti binari delle regole democratiche. La delega in bianco a governare, in democrazia, non la si consegna a nessuno.

Per questo la partita cruciale sul nostro futuro si giocherà intorno alla complessa riforma costituzionale che, tra le altre cose, abolisce il bicameralismo perfetto e il Senato elettivo. E' in quella sede che dovrebbe prendere corpo un riequilibrio tra poteri che, nel testo licenziato dalla Camera, non c'è.

Qualche esempio per capirsi.

  • Un Senato composto da senatori a mezzo tempo (dovrebbero essere consiglieri regionali e sindaci) non potrà avere lo stesso impegno di un ugual numero di senatori a tempo pieno, magari eletti con un sistema proporzionale puro per garantire una rappresentanza completa e omogenea. E per non spendere di più si potrebbe ridurre il numero dei componenti della Camera: se cento sono i senatori eletti, cento deputati in meno.
  • Un Senato così composto (o anche quello non elettivo, ma sicuramente in modo meno efficace) dovrebbe essere di dotato di poteri più incisivi su almeno due questioni: la nomina dei giudici costituzionali (il testo attuale prevede che il Senato ne possa nominare solo due su quindici) e il potere di inchiesta (fino a oggi limitato alle sole questioni "concernenti le autonomie territoriali").
  • L'elezione del presidente della Repubblica, che rappresenta l'unità nazionale ed è il massimo organo di garanzia del paese, dovrebbe avvenire su una base  più larga di quella attualmente prevista (seicentotrenta deputati la cui forte maggioranza sarà di un unico partito e cento senatori) proprio per evitare che una maggioranza formatasi attraverso un generoso premio si aggiudichi anche la massima carica dello Stato.

 

Possono sembrare ritocchi secondari. Interventi di questi tipo sono invece essenziali per creare un  efficiente ma equilibrato assetto istituzionale.

Ingorgo pericoloso

Il sondaggio elettorale pubblicato dal Corriere della Sera rafforza il carattere cruciale delle settimane che ci attendono.

L'ingorgo lo conosciamo: in pochi giorni andrebbero sciolti (e almeno uno lo dovrà essere per forza) tre nodi, uno più stretto dell'altro: legge elettorale, riforma del Senato e, il più stretto di tutti, l'elezione del presidente della Repubblica.

Quello che dice il sondaggio, Partito democratico indietro di 6 punti rispetto alle Europee e Lega in forte crescita, non può non influenzare scelte e comportamenti. La "forza totale" di Matteo Renzi, a leggere quei numeri, sembra incrinarsi e, di conseguenza, potrebbe risultarne rinvigorita la spinta centrifuga della sinistra del Pd. Con l'ipotesi che nel segreto dell'urna parlamentare si creino alleanze altrimenti imprevedibili, che il percorso parlamentare delle riforme si avviti, che vengano rimessi in discussione gli accordi costruiti in questi mesi.

Una pericolosa prospettiva in una stagione in cui, politicamente parlando, dovremmo pensare a tutt'altro. E a una cosa su tutte: costruire un sistema istituzionale capace di dare una guida sicura al paese.

 

La barricata

Si stringono i tempi sulle riforme del nostro impianto istituzionale: Senato e legge elettorale. E questa è una buona notizia.

Ma aumentano anche i dissensi sulla “non elettività” del Senato, la “fronda” trasversale, interna ai partiti, che vede sulla stessa, provvisoria sponda, tra gli altri, Vannino Chiti Augusto Minzolini.

Io, in tutta sincerità e come ho già avuto modo di osservare, non capisco perché la “non elettività” stia diventando un barricata da difendere quasi a ogni costo. Per risparmiare? Per fare un taglio di costi chiaro e visibile da tutti? Può darsi. Ma ancora nessuno ha spiegato con adeguata chiarezza perché non possa essere seguita un’altra e, a mio avviso, più efficiente strada.

Oggi abbiamo 630 deputati e 315 senatori (più quelli a vita nominati dal presidente della Repubblica) per un totale di 945 parlamentari eletti. La proposta del governo Renzi, se dovesse essere approvata, lascerebbe i 630 deputati eletti direttamente a cui andrebbe aggiunto  il centinaio di senatori senza indennità ed eletti da consigli comunali e regionali ma che sempre a degli uffici dovrebbero appoggiarsi per svolgere il loro lavoro.

Se noi immaginassimo un parlamento eletto direttamente e composto da 400 deputati e 100 senatori (non rieleggibili) avremmo un minor numero complessivo di parlamentari (130 in meno con conseguente, significativo risparmio) e una maggiore teorica efficienza  di una Camera meno pletorica (cosa farebbero mai 400 deputati meno di di 630?) e di un Senato composto da senatori a tempo pieno.

Quanto ai poteri mi sembrano corretti quelli previsti dalla riforma governativa. Anche se cento senatori a tempo pieno e non rieleggibili potrebbero esercitare una incisiva funzione di controllo sugli atti governativi e avere forti poteri di inchiesta. Il che potrebbe non essere secondario in un sistema che sta prevedendo, come è giusto che sia, una legge elettorale che assegni a un’unica camera una maggioranza capace di esprimere un governo stabile e con maggiori poteri dell’attuale.

Carte

Berlusconi Silvio è tornato al centro della scena politica italiana.

Non ci possono essere dubbi sul fatto che sia questo uno degli effetti, per me perverso, per altri positivo, della fulminea azione di Matteo Renzi.

Ed è facile pronosticare, leggendo le simulazioni fatte sulla legge elettorale Renzi-Berlusconi (perché così va chiamata), che un altro effetto di quello che è accaduto in questi giorni sarà (in un modo o nell’altro) un riaccorpamento, sotto la potente ala berlusconiana, delle forze del centro destra, a cominciare dalla neonata formazione di Angelino Alfano.

Insomma. Quello che sta accadendo ha più il sapore di una partita di poker che di un confronto politico. E’ come se Renzi e Berlusconi si fossero detti: “Facciamo in modo di giocarcela tra di noi: chi vince prende tutto, chi perde sparisce”. Il che non è di per sé negativo, è comunque un tentativo, forse il più concreto di sempre, di fare chiarezza e rendere il paese governabile.

Tra oggi e il giorno dell’epilogo la partita va tutta giocata, vanno date le carte. Quindi tanto vale entrare nel merito.

Di un particolare della legge elettorale, non secondario, ma quasi decisivo non ho sentito parlare. La possibilità, per un candidato, di presentarsi in più collegi. Come sappiamo le liste sono “corte” e quindi ha molto peso la qualità del singolo aspirante deputato. Immaginiamo che Berlusconi Silvio si presenti in tanti dei 110 collegi previsti. L”effetto sul risultato sarebbe decisamente inquinato perché la presenza del leader farebbe scomparire la rilevanza degli altri candidati e si tornerebbe a un parlamento di nominati. Stessa cosa varrebbe, ovviamente se fosse Matteo Renzi a  candidarsi in più collegi. Si andrebbe a uno scontro solo tra leader e a un parlamento scelto non dagli elettori ma dagli stessi leader.

Ho estremizzato gli effetti, sono arrivato quasi a un paradosso, ma è per cercare di rendere l’idea della rilevanza della questione. E auspicare che non ci si possa candidare in più di un collegio.

 

 

Questa è la carrozza

Leggo sull’Huffington Post che il segretario del Pd Matteo Renzi, dopo una serie di contatti e trattative, avrebbe avuto una lunga telefonata con Berlusconi Silvio per parlare soprattutto di legge elettorale. E che il capo di Forza Italia si sarebbe detto disponibile a discutere di “sistema spagnolo” e/o “Mattarellum modificato”, non del “doppio turno alla francese“.

Confesso che la cosa mi preoccupa perché mi riporta al passato. Ai giorni in cui Massimo D’Alema sottoscrisse il cosiddetto patto della crostata che ebbe come unico e, per una buona parte degli italiani, drammatico effetto di rimettere le ali a Berlusconi .

Certo. I tempi sono diversi, la storia sicuramente suggerisce cautela, Renzi ha dichiarato obiettivi chiari e condivisibili.

Ma mi chiedo: non sarebbe meglio trovare un accordo con le forze che attualmente costituiscono la maggioranza di governo e poi dire a chi sta all’opposizione (cioè, essenzialmente Forza Italia e Cinque Stelle): questa è la carrozza, ci volete salire? E se si dovesse  arrivare a una proposta di legge elettorale che piace a Berlusconi Silvio ma non al Nuovo centro destra di Angelino Alfano non si darebbe soltanto nuovo ossigeno a un Berlusconi che dovrebbe avere, come principale impegno del proprio futuro, solo quello di scontare la pena inflittagli per frode fiscale?

 

Due pilastri

Fa bene leggere, come si legge stamattina su Repubblica, che, all’interno del centro sinistra, si sta delineando un accordo sulle riforme istituzionali. Accordo che coinvolgerebbe sia la nuova formazione guidata da Alfano, sia Scelta civica e che quindi, sulla carta, potrebbe contare sulla maggioranza necessaria per procedere rapidamente.
E fa ancora meglio leggere che i due pilastri su cui si reggerebbe l’accordo sarebbero la scomparsa del Senato così com’è attualmente (e con lui, quindi, del nefasto bicameralismo perfetto) e una legge elettorale a doppio turno.
Superare l’attuale bicameralismo eviterebbe l’effetto “diversa maggioranza” tra due rami del Parlamento che hanno eguali poteri (con l’effetto paralizzante che ne deriva) e sarebbe un prerequisito per snellire, e di molto, il processo di formazione delle leggi.
Una legge elettorale a doppio turno consente, in linea di principio, una naturale ed efficace aggregazione tra forze politiche e una più chiara e inequivocabile individuazione del vincitore.
I due pilastri combinati insieme dovrebbero consentire alcune cose semplici, ma essenziali, che al nostro paese mancano da sempre: stabilità dell’azione di governo, rapidità dei percorsi legislativi, alternanza politica.
C’è solo da sperare che non siano, ancora una volta, fuochi fatui.

La Seconda Repubblica

Siamo ancora nella Prima Repubblica, quella nata nel 1948 e che negli ultimi vent’anni ha attraversato fasi politiche che ne hanno in parte snaturato la struttura lasciando però sostanzialmente intatto l’impianto generale. Quella che dovremmo costruire è la Seconda Repubblica, sperando che tenga per i prossimi 50-70 anni.

Allora non cominciamo dalla testa, consolidando ciò che è in gran parte all’origine dei mali dell’ultimo ventennio. Ha infatti ragione  Guglielmo Epifani a dire che in Italia, tolto il Pd, ci sono solo partiti “personali” e che i “partiti personali sono per definizione partiti antidemocratici, che rispondono al capo, vivono del leader e muoiono con il leader”.

Quindi, per favore, non parliamo di elezione diretta del Capo dello Stato, di semipresidenzialismo alla francese. Forme di governo teoricamente di grande efficienza ma che, se si condivide l’analisi di Epifani,  potrebbero agevolare la nascita o il consolidamento di “partiti personali” favorendo quindi la deriva antidemocratica cui fa indirettamente riferimento il segretario del Pd.

Parliamo invece di togliere al nostro sistema le rigidità imposte ai costituenti dalla situazione di allora, di rivedere le mille cautele istituzionali inserite in Costituzione  per sbarrare la strada a qualunque totalitarismo di ritorno.

Per fare questo si possono scegliere diverse strade, ma ci sono tre o quattro cose che tutti dicono di voler fare ma nessuno ha mai fatto e che invece sarebbero solidi mattoni di una Seconda Repubblica. Eccone solo alcune, e non sono banalità.

Dimezzamento del numero dei parlamentari.

Eliminazione del bicameralismo perfetto (doppia approvazione delle leggi) e creazione di un Senato delle Regioni o comunque di un Senato che abbia competenza solo su materie specifiche.

Rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio.

Corsie privilegiate e veloci per i disegni di legge del governo.

Poi la riforma elettorale.

Una nuova legge è, in qualche modo, la premessa e la conclusione di un accordo sulle riforme istituzionali. Anche ai tempi della Bicamerale di D’Alema fu il vero nodo, sciolto il quale sembrò che tutto potesse andare a posto.

La legge elettorale che può dare vita alla Seconda Repubblica è, a mio avviso,  quella capace di favorire l’aggregazione tra le forse politiche e facilitare l’individuazione del vincitore, di chi dovrà governare il paese.

Personalmente ho sempre pensato che le elezioni con il collegio uninominale a doppio turno siano la soluzione migliore. Ma altre ce ne sono che portano a risultati simili. Cioè alla scelta, chiara e univoca, della coalizione che esprimerà il capo del governo.

Quanto al presidente della Repubblica è bene che per il momento resti lì. Eletto dal più ampio schieramento possibile di grandi elettori (magari diversamente scelti) ma con una funzione di garanzia e di punto di equilibrio dell’intero sistema. Una funzione che mi sembra a tutt’oggi preziosa ed essenziale.

Non c’è limite al peggio

“Come diceva la mia mamma, non c’è limite al peggio”. E’ con questa frase che Emma Bonino conclude la parte della sua intervista a Repubblica TV dedicata alla legge elettorale. Dice il vice presidente del Senato: “Qui nessuno discute qual è la legge migliore per il paese, ma ciascuno vuole la le legge funzionale a quello che vorrebbe dopo le elezioni”. E così, dice, si “rischia addirittura di peggiorare il porcellum perché sono riusciti a mettere insieme le cose peggiori dei due sistemi: listino bloccato e preferenze”. E conclude: “L’accordo comunque non reggerà”.

Così, con la consueta schiettezza e chiarezza Emma Bonino, ci fa capire quello che giorno dopo giorno sta diventando chiaro a tutti. La volontà, la vera volontà politica di buttare a mare il porcellum per varare una  legge elettorale che dia ai cittadini un reale potere di scelta e garantisca stabilità, non ce l’ha nessuno.

Ecco così nascere il pasticcio di cui si discute in questi giorni. E diventare sempre più probabile la prospettiva che si torni a votare con una legge che tutti hanno definito e definiscono una porcata.

Io, nel mio piccolo, ribadisco quello che dissi tempo fa: se resta il porcellum, per la prima volta in vita mia, non andrò a votare.

Tre punti tre

Una delle ultime ipotesi di accordo su una nuova legge elettorale, quella che dovrebbe uccidere l’odiato porcellum, parla di un proporzionale, con preferenze e sbarramento, alla tedesca. Al di là dei complessi tecnicismi si intuisce abbastanza facilmente che una soluzione del genere ci riporterebbe indietro nel tempo.

Alle elezioni che non vinceva nessuno, ai governi di coalizione varati dopo estenuanti trattative in cui la facevano da padrone le segreterie di partito.

Non è questo che vogliamo.

Il grido “noporcellum” che da mesi attraversa la rete, anima scioperi della fame di parlamentari, non ha come obiettivo il ritorno al come eravamo sepolto dalla storia.

Il grido “noporcellum” va di pari passo con un inequivocabile “nopareggio”. Cioè con il bisogno assoluto che il parlamento vari una legge elettorale che abbia tre semplici caratteristiche:

1. Garantisca governabilità e stabilità. Dalle elezioni deve uscire un vincitore netto, che governi. Come quando si elegge un sindaco, per capirsi.

2. Restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

3. Favorisca l’aggregazione delle forze politiche garantendo allo stesso tempo rappresentanza parlamentare a chi è particolarmente rappresentativo in determinate realtà territoriali.

Mi sembrano principi  ampiamente condivisibili. E per perseguirli ci sono molteplici sistemi e sottosistemi elettorali.

Eppure i partiti (non proprio tutti e chi più chi meno) girano intorno, fanno accordi sottobanco, elaborano complessi meccanismi (quello del proporzionale con sbarramento è uno di questi) che hanno come obiettivo finale non scontentare nessuno e ridare forza ai partiti stessi.

E’ questo che non va bene. Ed è per questo che ciascuno di noi, per come può, dovrebbe far di tutto perché non si arrivi a un epilogo del genere.

#nopareggio

L’intervento, chiaro e forte, del presidente della Repubblica per sollecitare i partiti a varare una nuova legge elettorale è uno di quegli eventi attesi che dovrebbe dare una certa serenità.
Forse questa volta si riesce davvero a mandare a casa il porcellum, ad avere una buona legge che dia stabilità di governo e possibilità di scelta reale dei parlamentari.
Così viene da pensare e sperare.
Ma c’è un rischio. Molto alto.
Il rischio pareggio.
L’appello di Napolitano è di quelli così secchi che difficilmente i partiti potranno ignorarlo portandoci a votare con il porcellum.
Ma se finora si sono persi in trattative inconcludenti è perché tutti, chi più chi meno, hanno in testa solo il proprio destino. E quindi vorrebbero una legge che li faccia vincere, o che almeno non faccia vincere troppo l’avversario, che lasci ai margini Grillo, che dia alla Lega ma senza esagerare, che faccia scegliere ai cittadini, ma fino a un certo punto.
Ecco, questo è il rischio pareggio. Il rischio cioè che Pd, Pdl e Udc, i tre partiti che hanno in mano le carte principali di questa partita ci regalino una legge peggiore, se possibile, del porcellum.
Una legge cioè incapace di fare uscire dalle urne una maggioranza stabile con numeri sufficienti a governare per il tempo di una legislatura.
E’ un rischio altissimo. Gli elettori continuerebbero a non contare niente e i partiti si ritroverebbero tra le mani un inutile potere di trattativa per formare fragili coalizioni. Prospettive che mettono paura.
Per questo diciamo chiaro e forte #nopareggio.

Con il porcellum non voto più

Prometto a me stesso che, per la prima volta nella mia vita, non andrò a votare se non verrà cambiata la legge elettorale, il porcellum. E’ l’unica arma che mi resterà se i partiti non si decideranno a uccidere l’obbrobrio che hanno partorito nel 2005. Poca cosa davvero la mia astensione, ma se cominciassimo a prometterla in tanti potremmo, non dico mettere paura, ma far capire che non c’è più tempo per scherzare come si sta facendo in questi giorni.

Perché vien da pensare a uno scherzo quando si ascolta e si legge che forse non c’è più tempo per le riforme, che bisogna andare a votare così come siamo. O no?

#dipendedanoi

“Dipende da noi” è il titolo del manifesto di Libertà e Giustizia che ha già raccolto 35 mila firme.

Potremmo definirlo il manifesto per la rinascita della politica e sembra un solido mattone su cui cominciare a costruire, ciascuno di noi per la propria parte, il futuro del nostro paese. Vi si parla di cose semplici ma determinanti: corruzione, riforma elettorale, riforma istituzionale.

Io l’ho letto poco dopo la sua presentazione e l’ho firmato. Non perché firmare un manifesto sia, di per sé un fatto decisivo, ma perché è appunto, un mattone su cui cominciare a costruire.

Ne parlo oggi per invitare a leggerlo. E se si trova anche un solo motivo per non essere d’accordo con la sua sostanza, è importante ragionarne insieme.

Il testo del manifesto | Il sito di Libertà e Giustizia