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Non pensavo potesse accadere

“Io non pensavo che questo potesse accadere. Non immaginavo che dopo trent’anni e più che ci siamo tolti le stellette e abbiamo fatto il sindacato ci potessero essere poliziotti così. Che applaudono chi ha fatto scempio della propria divisa e della propria missione.

Perché la nostra è una missione. Ci danno pochi soldi, è vero, ma lo sappiamo da quando ci arruoliamo. E dovremmo saperlo di essere diversi dagli altri.

Siamo poliziotti.

Poliziotti capaci di prendere sputi e insulti.

Poliziotti capaci di arrestare un uomo o una donna senza muovere una mano o sferrare un cazzotto, anche se qualche volta ci vorrebbe.

Poliziotti che non prendono a calci un ragazzo in overdose o fuori di testa. Per nessun motivo.

Poliziotti che sorridono a uomini e donne che fermano perché questo è il loro lavoro.

Poliziotti che arrestano uomini e donne senza violenze.  Perché gli uomini e le donne non hanno nulla da temere. Se hanno infranto la legge ci sarà un giudice. Se non l’hanno infranta niente può accadergli”.

Questo direbbe un poliziotto per bene che negli anni Ottanta ha combattuto per una polizia senza stellette e al servizio del Paese. E ce ne sono stati tanti. Decine, centinaia.

Questo, oggi, non lo dice più nessuno.

Quello che non dovrebbe accadere

aldrovandi21

Sta accadendo qualcosa che non dovrebbe accadere.
Quattro poliziotti sono stati condannati, definitivamente, per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi. L’indulto gli ha evitato il carcere e adesso dovrebbero scattare i provvedimenti disciplinari.

Ma nel frattempo i quattro non se ne stanno zitti cercando di farsi dimenticare. Uno di loro insulta, minaccia. E contesta la sentenza, dice che lui non ha ucciso nessuno.

Ecco, quello che non dovrebbe accadere è tutto qui. Non tanto che quest’uomo dica le cose orrende che pensa.
Ma che indossi ancora una divisa e porti un’arma. Che sia ancora una persona a cui lo Stato consente di agire in proprio nome.
Questo non dovrebbe proprio accadere. Non da domani. Da adesso

Carbonari

diaz
Ho visto il film “Diaz” con un mio amico poliziotto, anzi ex poliziotto. Uno di quelli che più di trent’anni fa aveva rischiato la galera per chiedere una polizia senza stellette e più vicina ai cittadini, per avere il sindacato. Tra loro si chiamavano e si chiamano tuttora “carbonari” perché agivano in segreto, per non essere scoperti, per non finire davanti a un tribunale militare.

Per quasi tutto il film mi ha stretto il braccio e quando siamo usciti è rimasto in silenzio fino al parcheggio. Soltanto in macchina, lasciatosi andare sul sedile, le braccia abbandonate sulle gambe, ha detto quello che aveva dentro.

“Potrei dirti che il film non descrive la rabbia accumulata dai poliziotti, lo stress di ore e ore di servizio, la violenza di chi aveva devastato la città. Ma non voglio dire questo perché per tutto il tempo la mia testa è stata altrove. Quello che è successo a Genova nel 2001 e che questo film racconta in modo così crudo è il fallimento della mia generazione o, almeno, di quella parte della mia generazione di poliziotti che voleva una polizia dei cittadini, capace di prevenire, rispettosa dei diritti dei singoli e della legge. Oggi sembrano parole retoriche, ma allora facevano parte dei nostri programmi, erano gli obiettivi che ci eravamo dati, i nostri sogni se vuoi. E la colpa è di tutti. Anche nostra perché non abbiamo portato la lotta alle estreme conseguenze. Ma soprattutto dei nostri sindacati che sono diventati, quasi da subito, corporativi. Dei nostri capi che non hanno mai creduto in una polizia diversa. Di chi ha governato questo paese, a cui una polizia come quella che sognavamo non interessa proprio. E adesso come facciamo a dire ai ragazzi, magari dopo che hanno visto questo film, che la polizia è dalla parte dei cittadini? Vorrei chiederlo non a chi ha fatto il film, ma a tutti quelli che in questi anni hanno coperto, tollerato, mentito, depistato”.

Il dibattito su twitter

Dopo trent’anni la verità sulle torture

Trent’anni fa (a sinistra la copertina del 1982) lo avevo scritto per l’Espresso grazie alla testimonianza di due poliziotti coraggiosi. Il magistrato che mi interrogò più che sapere la verità voleva farci stare zitti e mi mise in prigione per due giorni. Poi i poliziotti che avevano parlato con me confermarono tutto al giudice, ma non servì a niente, l’inchiesta negò tutto, il governo disse che erano falsità giornalistiche, la polizia si chiuse a riccio emarginando i poliziotti che parlando con me con Luca Villoresi, di Repubblica, avevano denunciato il comportamento illegale dei loro colleghi.

Oggi ho incontrato uno dei poliziotti di allora, quello che per le torture fu arrestato. l’ex commissario Salvatore Genova. Ne è nato un lungo articolo per l’Espresso che dimostra una cosa molto semplice. Allora avevano ragione i poliziotti che avevano raccontato le torture ai giornalisti e aveva torto lo Stato che coprì se stesso e i suoi uomini, ordinò e poi avallò la tortura come strumento di interrogatorio di detenuti.

L’articolo per l’Espresso

La videointervista a Salvatore Genova

Rognoni in parlamento nega tutto

Gli articoli dell’Espresso del 1982