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Crimine contro l’umanità

Una nave poteva salvare 120 vite umane, ma non l’ha fatto. Anzi, nottetempo si è allontanata dal punto in cui il gommone alla deriva era stato segnalato perché la Guardia Costiera italiana non le ha dato ordine di intervenire e il capitano non se l’è sentita di fare di testa sua. La mattina dopo, in quelle acque, del gommone non c'era traccia.

A raccontare questa storia è una giovane volontaria imbarcata sulla Seefuchs, Giulia Bertoni. La racconta alla giornalista di Repubblica Caterina Pasolini ed è una storia che in un paese civile dovrebbe far gridare all'orrore.

Orrore per l’ordine non dato dalla Guardia costiera italiana di fare quello che in mare si fa da che esiste il mare e i marinai, cioè salvare chi è in pericolo.

Orrore, se diamo pieno credito alla testimonianza della volontaria, per il comportamento del capitano che non ha obbedito all'unica legge che si dovrebbe davvero seguire in mare, quella, sempre la stessa, di salvare chiunque sia in pericolo.

Un orrore che dovrebbe farci scendere in piazza tutti insieme, andare sotto il palazzo del governo a gridare che queste cose, nel nostro paese, e in nessun paese del mondo, dovrebbero mai succedere.

Invece non accade nulla. Uno dei due vicepresidenti del consiglio italiano, Matteo Salvini, continua a diramare gli stessi ordini e a usare toni sempre più minacciosi fino a quel terribile: "Se Toninelli (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti da cui la Guardia costiera dipende funzionalmente, Ndr) chiederà alla Guardia costiera di non rispondere agli Sos avrà mio totale sostegno" . E  così accade che un’intervista come questa a Giulia Bertoni diventi quasi un’intervista di routine, il  racconto di qualcosa successo lontano da noi e, in fondo, non così tanto grave.

No, non dobbiamo permettere questo. Se qualcuno che parla anche a nome nostro, come fa un vicecapo del governo italiano, è complice di un simile crimine contro l’umanità, o, a voler essere indulgenti, di una strage, noi dovremmo fare di tutto perché ciò non accada mai più.
Unendoci, coalizzandoci, mettendo da parte tutto il resto e impegnandoci per creare un unico fronte capace di mandare a casa, o in prigione, chi commette, in nome nostro, simili crimini.

Lo striscione vietato

172220239-9ead9ecc-8989-4e48-bcdb-807f7c1f2a9eUn piccolo, ma gravissimo episodio che prima dell'insediamento del governo Salvini-Di Maio-Conte (l'ordine non è casuale) forse non si sarebbe verificato.

Siamo a  Ivrea. Parla Matteo Salvini, neo ministro dell'Interno, vice primo ministro e vero leader del governo presieduto da Giuseppe Conte. E' una manifestazione elettorale. A un certo punto appare uno striscione: "Prima gli italiani... Ma Giulio?". E' uno striscione che chiede la verità sull'omicidio, al Cairo, di Giulio Regeni. Un omicidio che il neo ministro aveva liquidato così: "Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. Come dire: il "problema Regeni" è una questione della famiglia, l'Italia ha altro a cui pensare.

Quello striscione giallo voleva solo attirare l'attenzione sull'irrisolto caso del ricercatore assassinato e criticare la linea assunta dal governo. Era una normale manifestazione del pensiero, un pacifico esercizio delle libertà sancite dalla Costituzione.

Ebbene, gli attivisti che lo hanno dispiegato sono stati fermati e identificati dai poliziotti presenti.

Sembra una cosa da niente.

Invece è un grave atto di intimidazione verso chi esprime una libera opinione e richiama il governo ai propri doveri. Una cosa che in uno Stato sinceramente e profondamente democratico non dovrebbe proprio accadere, mai. Prendiamone nota e non dimentichiamo.

 

 

“I fogli te li cerco io”

Replica del presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il dibattito sulla fiducia alla Camera. Roberto Fico, che presiede la seduta, gli da la parola, ma Conte non trova gli appunti. Luigi Di Maio, che è alla sua destra, gli va in aiuto. "Dai va avanti, te li cerco io, hai il microfono acceso". Poi mentre il neo presidente del consiglio inizia il suo intervento parlando molto lentamente e dicendo cose generiche Di Maio scartabella tra i fogli per mettere in vista, sotto gli occhi di Conte, quelli giusti.

Una scenetta all'apparenza innocente, interpretabile come una normale  collaborazione tra membri dello stesso governo.

Ma se la si osserva considerando i reali rapporti di forza al vertice del neo governo Lega-Cinque Stelle sembra la scenetta del compagno di scuola bravo che aiuta il suo amico meno bravo a non fare brutta figura. O quella del capo che aiuta un suo collaboratore. O quella del suggeritore che deve dare la battuta all'attore subentrato all'ultimo momento al protagonista ammalato.

Insomma una scenetta che potrebbe essere la plastica sintesi della debolezza del presidente del Consiglio rispetto ai due azionisti del governo che dovrebbe guidare.

Ecco, c'è da augurarsi che non sia così, che questa sia davvero una scenetta innocente. Perché tra le cose peggiori che potrebbero succedere nei prossimi mesi e anni c'è anche quella di avere un presidente del consiglio dimezzato, palesemente agli ordini dei suoi due vice che sono anche i capi dei due partiti che sostengono il governo.

Sarebbe una grave ferita alle nostre istituzioni e alla nostra immagine nel mondo.

 

 

Le chiacchiere stanno a zero

gentiloni_veltroni_renzi_lapresse_2017_thumb660x453La campagna elettorale è già cominciata, anzi, non è mai finita.

Saranno mesi duri, in cui il tripolarismo al quale ci stavamo abituando sembra destinato a sgretolarsi per ricomporsi in un bipolarismo dai contorni ancora indefiniti. Lo impone la legge elettorale (anche e soprattutto se venisse cambiata in senso ulteriormente maggioritario) per cercare di arrivare a una maggioranza capace di governare da sola. Lo dice la posta politica in gioco, così alta da far diventare le prossime elezioni una sorta di referendum sul nostro rapporto con l'Europa e sulla nostra permanenza nell'euro.

Cinquestelle e Lega si presenteranno insieme? Forse. Il centro destra resterà compatto? Forse. E il Partito democratico?

Il Pd ha una sola strada, di cui si comincia a parlare ma che, per il momento, sembra più che altro un'utopia. Mettere da parte le tristi beghe interne e fare uno scatto in avanti. Di qualità e di contenuti. Di forza e chiarezza politica. Il Pd dovrebbe probabilmente mettere da parte se stesso per diventare il volano di una più ampia forza di centro sinistra che creda nel futuro dell'Europa, nell'euro, nell'equità fiscale...

Se fossimo in un bar, in questi casi, si potrebbe dire: "le chiacchiere stanno a zero". Che, tradotto, vuol dire non c'è più tempo per parole e distinguo, personalismi e vendette. Chi oggi "sta con Mattarella", chi ha letto preoccupato il contratto Lega-M5S, chi ha visto nella "tassa piatta" la più iniqua delle riforme fiscali, chi è convinto che l'uscita dall'euro metterebbe in ginocchio il nostro paese e i suoi abitanti dovrebbe avere un'unica forza politica di riferimento. Con un leader credibile ed efficace, un programma semplice e chiaro, una comunicazione aggressiva e convincente.

Ecco perché "le chiacchiere stanno a zero".  Per far diventare questa utopia una realtà bisognerebbe discutere poco e agire molto, da subito.

No grazie, avvocato

Ha detto il presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte: "Mi accingo ora a difendere gli interessi di tutti gli italiani, in tutte le sedi, europee e internazionali... mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano".

No grazie, avvocato. Non ho bisogno di essere difeso da lei in quanto italiano.

Mi piacerebbe essere difeso come cittadino europeo, come cittadino del mondo. Perché i miei diritti e le mie aspirazioni non sono diverse da quelle di un francese o di un tedesco, di uno statunitense o di un ghanese.

Se chi governa il mio paese sente il bisogno di difendere i diritti di 60 milioni di persone da attacchi esterni vuol dire che stiamo innestando la retromarcia, che stiamo rischiando di fare un passo indietro di decenni e di tornare, concettualmente, alle frontiere europee e ai muri.

Quelli che andrebbero difesi sono i diritti dei più deboli, di qualunque paese essi siano. E andrebbero difesi e promossi il rispetto, la giustizia sociale, la dignità...

 

Il Movimento muto

Questo video, pubblicato su Facebook dal Movimento Cinque Stelle è, in qualche modo, la sintesi dell'evoluzione (o involuzione) che il movimento stesso ha avuto negli ultimi mesi. Un'evoluzione (o involuzione) figlia della transizione che il Movimento sta vivendo. Da forza urlante dell'opposizione a forza che aspira, legittimamente, a guidare il paese.

Il video del Movimento che ha predicato (e praticato) lo streaming delle trattative politiche, la trasparenza assoluta dei propri atti e delle proprie decisioni, l'abolizione di qualunque accordo segreto o riservato è muto, totalmente muto. Si vedono gli uomini che stanno discutendo del futuro loro e del paese che si muovono come in un acquario. Nulla è dato sapere di quello che si stanno dicendo e nulla di sostanziale trapelerà se non le promesse di un accordo veloce che per giorni non verranno mantenute.

Indignarsi? Reclamare lo streaming? No. La politica è questa, piaccia o non piaccia. E' fatta di mediazioni, compromessi, sfumature. Non è cosa da urla e da streaming.

Quello che non torna, e questo sì indigna, è che un movimento-partito dalla base così ampia abbia potuto convincere milioni di italiani che la politica si poteva fare come la teorizzavano: ad alta voce, con i si e con i no irrevocabili. E che milioni di italiani abbiano creduto che così potesse essere. Adesso i Cinque Stelle sono lì, muti, a trattare in segreto e pronti, se serve, a incassare una posizione quanto meno "morbida" del "male assoluto", di Silvio Berlusconi.

Renzi, fai un bel viaggio

"Chi ha perso non può governare". L'ha detto l'ex segretario del  Partito democratico Matteo Renzi in televisione, a Che tempo che fa. E, in linea di principio, ha ragione. Ma dovrebbe dirlo soprattutto a se stesso: chi ha perso non può governare il paese, ma nemmeno il secondo partito del paese (com'è, almeno fino a  questo momento, il Pd). Non lo può governare formalmente, ma nemmeno informalmente, condizionandone la vita come Renzi sta facendo, andando in televisione a dettare la linea.

Matteo Renzi, come segretario del Pd, ha perso. Ha perso davvero, ha spinto il partito al suo minimo storico. Poco importa ragionare se la colpa sia o meno tutta sua. Renzi era il segretario, Renzi ha perso, Renzi deve rientrare nei ranghi. Non dettare linee, non parlare come se fosse ancora il segretario del partito. Potrebbe fare un lungo viaggio come Alessandro Di Battista. O starsene seduto sul suo seggio senatoriale aspettando le indicazioni di voto del partito. Farebbe bene a se stesso e a quello che resta del Pd.

Streaming al contrario

martinaSedersi al tavolo, non sedersi. Accettare, non accettare. Andare o non andare. Il dilemma nel quale il Partito democratico si sta avvitando è frutto della sindrome della sconfitta.E come tale è posto da perdenti.

Il Pd ha perso e sta a chi ha vinto governare. Giusto. Ma basta dirlo il 5 e il 6 marzo, non serve ripeterlo ogni giorno a mo' di autoflagellazione. Detto questo il Pd è sempre il secondo partito italiano e, pur nella sconfitta, ha doveri precisi verso i propri elettori e anche verso chi non lo ha votato. E' il dovere di portare avanti con tutte le proprie forze la linea politica votata dal 18-19 per cento degli italiani. E anche il dovere di agire perché il paese abbia un governo che cerchi di realizzare obiettivi il più possibile vicini a quella linea politica.

Allora non serve aspettare chiamate o dividersi sul cosa fare così, in astratto. Altrimenti si trasmettono solo due stati d'animo: l'altezzosità dello sconfitto che non accetta veramente la sconfitta e non vuole entrare in una ipotetica maggioranza. La smania di chi non sa stare, invece, lontano dal potere.

La strada giusta l'ha imboccata, anche se timidamente e non con la necessaria forza e chiarezza, Maurizio Martina quando ha indicato i tre punti su cui confrontarsi.

Bisognerebbe andare oltre, molto oltre. Arrivare quasi a uno streaming all'incontrario senza l'apparato scenografico del 2013. Il Pd potrebbe prendere una posizione semplice e chiara. Queste sono le nostre idee sui temi centrali (Europa, politica estera, immigrazione...), questi gli obiettivi prioritari (reddito di inclusione, lavoro, fisco...). E da qui deve partire chi vuole discutere per cercare di trovare una piattaforma comune sulla quale lavorare insieme.

Una chiarezza e trasparenza che il Pd deve a chi lo ha votato e anche a chi ha smesso di votarlo. Per rispetto di se stesso e della propria storia.

Il paradosso del non governo

1516892855814.jpg--luigi_di_maio__lo_scenario_sul_governo_grillino_con_matteo_salvini__il_primo_test_con_l_elezione_dei_presidenti_delle_camere

Dopo il 4 marzo, a pensarci bene, nessuna delle forze politiche vincenti ha un reale interesse a governare.

Non ce l'ha la Lega di Matteo Salvini che non essendo costretta a scegliere tra Berlusconi e  Di Maio, può restare nella coalizione di centrodestra continuando a erodere consensi a Forza Italia, a gridare contro gli immigrati senza doverne gestire il destino, a sventolare la bandiera della sicurezza perduta. A restare quindi in campagna elettorale pronta a incrementare i propri consensi in caso di nuove elezioni.

Non ce l'ha nemmeno Di Maio interesse ad andare al governo. Dopo la "conquista" della Camera può spingere a fondo sui vitalizi dei parlamentari continuando la campagna elettorale senza doversi misurare con problemi più gravosi e complessi come la gestione del denaro pubblico e via dicendo. Portando a casa anche la sola abolizione dei vitalizi vedrebbe anche lui incrementare i consensi in caso di nuove elezioni.

Un paradosso? Certamente. Perché prevederebbe un governo Gentiloni che resta in carica per il disbrigo degli affari correnti mentre una maggioranza eterogenea approva l'abolizione dei vitalizi e una nuova legge elettorale. Uno scenario che difficilmente potrebbe essere avallato dal Quirinale.

Ma i paradossi spesso nascondono delle verità e, personalmente, mi accingo a seguire le consultazioni del presidente della Repubblica tenendolo comunque presente.

 

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Un sabato da dimenticare e da ricordare

manRomaUn sabato da dimenticare e da ricordare.

Da dimenticare perché ha dato una visione plastica di quello che sta succedendo in Italia. Stanno salendo l'odio e la rabbia. E stanno salendo vestendosi con l'abito più a portata di mano che c'è, quello del fascismo. Lo stesso fascismo dell'olio di ricino, delle leggi razziali, del delitto Matteotti. Dice il capo di Casa Pound Simone Di Stefano: "Il fascismo è una dottrina politico sociale che non è esattamente una dittatura... non vogliamo sopprimere la democrazia... Il fascismo non lo rinneghiamo". Ma poi aggiunge: "Se i traditori della nazione faranno lo Ius soli voleranno le sedie in parlamento e li andiamo a cercare alla buvette".

Fa male ascoltare affermazioni del genere. Fa male a noi nati dopo il fascismo e che ne abbiamo solo letto. E fa male soprattutto a chi il fascismo lo ha vissuto direttamente sulla sua pelle o su quella dei suoi cari.

Delle storie storie di più di 70 anni fa non bisognerebbe più parlare, dovrebbero far parte del vissuto di tutti noi. Ma sembra proprio che non sia così. E allora torniamo indietro nel tempo e facciamo un esempio per tutti così da non dimenticare a cosa ha portato quella "dottrina politico sociale". A Sant'Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, il 12 agosto 1944, salirono le SS a uccidere 560 persone. Con loro, a fargli da spalla e da guida, numerosi fascisti collaborazionisti della zona. Così vigliacchi da uccidere a volto coperto. Ha ricordato una sopravvissuta, Cesira Pardini, che quel giorno perse la mamma, due sorelle, una nonna, quattro zie e cinque cugini: "Gli occhi dell’uomo che ha sparato alla mia mamma non li ho potuti vedere. Aveva la divisa da tedesco e la faccia coperta da una di quelle retine che fanno sembrare mascherati... Non ha parlato perché non poteva, l’avremmo riconosciuto tutti, sennò. Era italiano". Poco più di dieci giorni  dopo, dall'altra parte della montagna, un centinaio di brigatisti neri  parteciparono attivamente alla strage di Vinca, 174 morti.

Ma questo è anche un sabato da ricordare perché a Roma ha visto in piazza, insieme, buona parte di chi contro questi disvalori combatte da sempre. Pezzi di una sinistra sempre più divisa hanno sfilato per le strade scandendo gli stessi slogan, cantando le stesse canzoni. Non è stato certo un passo verso un'unità al momento inesistente. Ma una piccola prova che, cercando quello che unisce invece che quello che divide, si potrebbe costruire meglio il futuro e tenere lontani razzismi, violenze e fascismi.

 

Punt e Mes

punt_e_mes_carosello_Il sapore di questa campagna elettorale è, per me, come quello del Punt e Mes, il vermouth che piaceva a mio nonno. Da bambino ci appoggiavo le labbra e assaggiarlo adesso mi riporta al passato. Il passato dell'Italia proporzionale in cui ciascuno votava il proprio partito e poi aspettava che i leader delle singole formazioni decidessero quale governo dare all'Italia.

In questo 2018 stiamo andando alle urne un po' così. Voteremo il partito preferito, ascolteremo i risultati e, a meno di una clamorosa vittoria dello schieramento di centro destra e secondo tutti i sondaggi resi pubblici, dovremo aspettare che il presidente della Repubblica faccia le consultazioni, dia l'incarico eccetera eccetera. Con la probabilità che il risultato del voto porti a una "grande intesa" e alla spaccatura della coalizione che, stando sempre ai sondaggi, uscirà dalle urne come la più forte, il centro-destra. Mi riferisco all'ipotesi, per nulla remota, di un governo con Pd, e alleati, e Forza Italia. O anche ad alleanze più stravaganti.

Quello del Punt e Mes, come tutti i sapori che ciascuno di noi percepisce come antichi o legati alla propria infanzia, è un buon sapore. E quindi non necessariamente quello che avremo a primavera sarà un cattivo governo. E' però quasi sicuro che non sarà un governo scelto consapevolmente dagli italiani: contro ogni aspettativa e desiderio degli ultimi decenni, contro quel bisogno di stabilità e corretto rapporto elettori-eletti che andiamo inseguendo. Ed è questo il retrogusto amaro che, come lo ha il Punt e Mes, avrà l'epilogo di questa stagione elettorale.

Per questo c'è da augurarsi che la maggioranza che si formerà nel prossimo Parlamento metta nei primi punti del proprio programma la ricerca di un vasto consenso per varare una legge elettorale capace di dare queste garanzie. Altrimenti il Punt e Mes non lascerà mai il posto a qualcosa di più dolce e moderno.

Un grande pollaio

Questa volta mi rifiuto di studiare la nuova proposta elettorale, quella chiamata Rosatellum bis. Ha tutto il sapore di un pacchetto di regole studiato solo per non scontentare i partiti che dovrebbero approvarlo: favorisce le coalizioni, prevede un fiorellino all'occhiello di "democrazia diretta" (i collegi uninominali), garantisce la nomina diretta della maggior parte dei parlamentari...

Se studiassi il Rosatellum bis accetterei ancora una volta le regole di un gioco che non mi piace. Quello che va avanti da anni, che è passato attraverso altre proposte di legge elettorale e  soprattutto attraverso la fallita riforma della Costituzione. E' il gioco imposto da chi vuole rifare le regole per rinsaldare il proprio potere senza guardare oltre lo spazio di una legislatura. C'ha provato Matteo Renzi, ci prova adesso un gruppo più vasto di forze politiche, ci proverebbero gli stessi Cinquestelle se trovassero il loro tornaconto diretto e immediato.

Servirebbe, in questo momento, una leadership politica di tutt'altro livello. Partendo dall'analisi degli attuali schieramenti bisognerebbe costruire delle norme elettorali capaci di garantire un'adeguata rappresentanza parlamentare dell'elettorato ma anche di spingere verso aggregazioni che diano stabilità di governo. E questo andrebbe fatto con grande abilità, trovando il giusto compromesso tra l'interesse delle forze attualmente presenti in parlamento e l'interesse del paese nei prossimi decenni.

La politica è questa. Altrimenti, se si cerca solo di vincere al prossimo giro, è come vivere in un grande pollaio.

Effetto maggioritario

E' naturale che nelle elezioni comunali si assista a una "bipolarizzazione" dello schieramento politico. E' la diretta conseguenza del sistema con il quale vengono eletti i sindaci, un sistema che spinge con forza verso l'aggregazione delle forze politiche per consentire al candidato di vincere al primo turno o di andare al ballottaggio. E' quello che accadrebbe anche a livello politico nazionale se per eleggere il parlamento avessimo, per esempio, un sistema a collegi uninominali più o meno puro.

Rischioso quindi trarre indicazioni frettolose dal voto dell'11 giugno. Anche perché ogni città, come sappiamo, fa storia a sé e in questa tornata elettorale questa banale affermazione è ancora più vera se si pensa  alle città più grandi andate alle urne: Palermo, Genova, Parma, Verona.

Tra le domande cruciali poste dal voto due riguardano i Cinque Stelle.  Hanno terminato la loro ascesa? E' iniziata la fase calante del movimento? Sinceramente non vedo elementi sufficienti per rispondere con ragionevolezza. E sarebbe miope da parte del centro sinistra e del centro destra dare il movimento per sconfitto.

Caso mai ci sarebbero da fare ulteriori riflessioni sulla legge elettorale con cui gli italiani dovranno scegliere il prossimo parlamento. Una legge proporzionale favorirebbe la "tripolarizzazione" di cui si è finora discusso. Una legge maggioritaria favorirebbe fenomeni come quelli dell'11 giugno, la "bipolarizzazione" dello schieramento politico. Le leggi elettorali non possono certo far cambiare idea agli elettori. Ma hanno la straordinaria forza di incanalare la volontà popolare, di farla diventare, o meno, forza di governo.

Anche dopo l'11 giugno, quindi, la partita è sempre la stessa. Stabilire le regole per le prossime politiche. Il voto amministrativo, caso mai, ha mischiato le carte e ha fornito ai giocatori, e agli elettori, la visione plastica degli effetti di un sistema  capace di spingere le forze politiche ad aggregarsi.

Voli legittimi

012104758-cb31f888-d7d2-452c-ab85-182837650fb4I dati sui voli di Stato divulgati da Repubblica suggeriscono qualche riflessione.

E' ovvio che abusare della propria carica pubblica per avere benefici personali sia una pratica da condannare e perseguire. E lì, in quei dati, di abusi probabilmente ce ne sono. Come è anche probabile, se si vanno ad analizzare le scelte fatte in merito alla flotta di aerei, che ci sia una non efficiente gestione della cosa pubblica.

Ma è il passaggio logico successivo che non funziona. Se, mettiamo, Alfano ha abusato dell'aereo di Stato per tornare a casa sua, questo non deve diventare un pretesto per fare, come si dice, di ogni erba un fascio, e puntare il dito contro chiunque salga su un aereo di Stato. Altrimenti si diventa soggetti passivi di quella egemonia culturale dei Cinque Stelle di cui ha parlato acutamente sul Corriere Angelo Panebianco.

Facciamo qualche esempio nel dettaglio. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha preso l'aereo per andare, tra l'altro, a Kuwait City, a Bagdad, a Muscat, a Mosul, a La Valletta... Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan è andato a Francoforte, Bruxelles, Parigi, Bratislava... il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, ha girato mezza Europa, è andato in Africa, in Nord America, in Medio Oriente, a Tblisi, Baku, Erevan... per un totale di 54 voli. Tutte destinazioni che non possono non essere collegate a precise funzioni istituzionali (e lasciamo stare la questione sicurezza).

Sostenere, quindi, che gran parte dei voli fatti dai membri del governo italiano con i soldi degli italiani sono voli legittimi dovrebbe essere la cosa più naturale di questo mondo. Perché non vuol dire coprire gli abusi, ma distinguere con precisione tra abuso e uso legittimo. Invece, oggi, se si sostiene una cosa del genere, si rischia di essere additati come difensori della casta, dei privilegi dei politici, dei ladri.

Un rischio che corro volentieri perché sono convinto che non ci si debba mai adattare alle egemonie culturali e che ci si debba sforzare di pensare, sempre, con la propria testa.

 

 

Frasi da non pronunciare

renziUna frase pronunciata da Matteo Renzi durante un'intervista a Repubblica tv è una frase che un leader politico non dovrebbe mai pronunciare.
"Se perdo sulle riforme lascio la politica", ha detto.
Questo vuol dire caricare il voto al referendum confermativo della legge che modifica la nostra costituzione di un valore del tutto diverso.

Non più approfondita analisi di merito di quello che cambia davvero la legge che ridisegna la nostra democrazia parlamentare. Non più confronto su quel che è bene e su quel che è  male.
Ma scontro radicale e definitivo. Sulla persona, sulla leadership: o con me o contro di me.

Un leader politico che vuole guidare a lungo un paese democratico dovrebbe convincere la maggioranza del paese che le sue riforme sono quelle giuste, che il paese che vuole ridisegnare e' un paese migliore.
Se tutto si riduce a un "O mi votate o me ne vado" siamo a una prova di forza che mal si concilia con il clima in cui dovrebbe crescere una sana democrazia parlamentare.

La scoperta dell’acqua calda

Sandro-Bondi-Oggi c'è un'intervista che dovrebbero leggere, e con molta attenzione, tutti coloro che negli anni hanno votato Silvio Berlusconi vedendo in lui una sorta di salvatore della patria.

E' l'intervista fatta dal vice direttore di Repubblica Dario Cresto-Dina a Sandro Bondi, "già ministro della Cultura precipitato dalla poltrona con un pezzo di Pompei nel 2011 e ex cortigiano naturale e convinto di Berlusconi".

Va letta tutta, parola per parola, ma qui ne riporto alcuni passaggi chiave.

Berlusconi, dice Bondi, "ci lasciava giocare con la politica e con le idee, fino a che non toccavamo la sostanza dei suoi interessi e del suo potere. Ricordo che, quando ero ministro, osai parlare di un canale televisivo pubblico dedicato alla cultura senza pubblicità. Subito, il pur mite Fedele Confalonieri mi redarguì bruscamente".

Le aziende venivano prima di tutto?, chiede Cresto-Dina.
"Sempre", risponde Bondi. "Al culmine della crisi del suo ultimo governo, Berlusconi, nonostante ciò che disse in seguito, diede il via libera a Monti durante una riunione a Palazzo Grazioli nel corso della quale ci fece preliminarmente ascoltare in viva voce ciò che ne pensavano Ennio Doris di Mediolanum e l'amministratore delegato di Mediobanca Alberto Nagel. In questo modo eravamo messi sull'avviso della sua decisione. Entrambi sostennero che la situazione economica e finanziaria del paese era disperata e non vi era altra possibilità che quella di dare vita a un governo tecnico sostenuto anche da Forza Italia".

Le parole di Bondi confermano quello che scrivevano giornalisti e giornali seri e che un pezzo d'Italia sapeva vedere nelle cronache di tutti i giorni. Una sorta, quindi, di scoperta dell'acqua calda.

Ma milioni di italiani non vedevano, non sentivano, non capivano. O, meglio, non volevano vedere, non volevano sentire, non volevano capire.

Se solo avessero ascoltato chi raccontava l'interesse privato che Berlusconi, ogni giorno, portava dentro Forza Italia e nel governo, il paese ne avrebbe certo guadagnato.

Così come ne avrebbe guadagnato se personaggi come Bondi non fossero rimasti sino all'ultimo accanto al "principe", ma, sapendo quello che sapevano, avessero fatto prima il loro "outing", togliendo ogni alibi a chi continuava a far finta di non capire.

Paura di Roma

      • A Roma, a Trastevere, l'altra sera, c'è stata una riunione del Pd sul dopo Marino. Una riunione a dir poco molto animata, presente Fabrizio Barca. Riferisce sull'Huffington Post Claudio Paudice : "Nicola, un altro militante, nel suo intervento prova a sollecitare la sua candidatura (di Barca a sindaco Ndr): "Noi ora ci aspettiamo che dopo tutto questo, tanti dirigenti del Pd si propongano per raccogliere l'eredità lasciata a Roma dal Pd, anche da te ce lo aspettiamo Fabrizio". Il messaggio è chiaro, ma Barca con un gesto della mano come per dire 'siete pazzi' non lascia spazio a molte speranze. Risposta esaustiva".

 

      • Nel Pd, da qualche giorno, sono in molti a immaginare un partito che, a Roma, si faccia da parte. Dobbiamo rigenerarci, è pressapco il ragionamento, un passo di lato e appoggiamo dall'esterno persone forti e per bene che vogliano prendere in mano la città, facciamo un bagno di purificazione, una sorta di ammissione dei nostri errori che ci ridia un'immagine credibile.

 

      • Beppe Grillo dice che se vinceranno loro saranno lacrime e sangue, ci saranno scioperi, la gente perderà il lavoro. Una sorta di day after che equivale a dire: attenti, non vi conviene mandarci al Campidoglio. O, ancora meglio: noi al Campidoglio non ci vogliamo andare, mica siamo matti del tutto.

 
Ecco, bastano queste tre pillole per capire quello che sta succedendo a Roma nei giorni in cui si sta celebrando il processo per Mafia Capitale e sono iniziati i giochi per la successione a Marino.

C'è paura, tanta paura di raccogliere un'eredità pesantissima, di bruciarsi in modo indelebile o di finire di bruciarsi del tutto. Si, Roma fa paura.

Ma chi governa il paese non può permettersi di averne. Quindi sarebbe bene che il partito di cui il presidente del Consiglio è segretario faccia subito le sue scelte senza delegarle e senza tergiversare. Per proporre per la guida della città la squadra più efficiente e seria di cui dispone.

E nemmeno chi è all'opposizione può permettersi di giocare con le parole e correre per non vincere. Un'opposizione seria, da che mondo e mondo, deve essere pronta a governare e a rischiare di bruciarsi.

 

Una questione cruciale

Ancora una volta un nodo politico sta arrivando ai cittadini, agli elettori, come uno dei tanti scontri tra partiti o fazioni di partiti e non per quello che è: una questione cruciale per il futuro del nostro paese.

Mi riferisco all'elezione dei senatori che in queste giornate agostane è oggetto di una prova di forza di Matteo Renzi contro tutti gli altri, dentro e fuori il suo partito.

I termini della questione, ridotti all'osso, sono semplici. Il Senato deve discutere e approvare la riforma della costituzione che prevede l'abolizione del bicameralismo perfetto (quasi tutte le leggi verranno approvate dalla sola Camera) e l'elezione indiretta dei senatori. Sul primo punto non ci sono discussioni. Lo scontro è sul secondo, e va avanti da mesi.

Chi vuole, al contrario di quello che prevede adesso il disegno di legge,  l'elezione diretta dei senatori sostiene che la nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum) formerà una Camera sostanzialmente di nominati guidata dal partito che avrà conquistato il premio di maggioranza. E sarà questo partito ad avere di fatto in mano una gran quantità di poteri  che arriva fino all'elezione del presidente della Repubblica e alla nomina dei giudici costituzionali. Un sistema siffatto ha assoluto bisogno di un Senato che, benché escluso dal normale processo di formazione delle leggi, abbia forti poteri di controllo e un'autonomia e una forza che solo un mandato diretto degli elettori  può conferirgli.

Questo, in massima sintesi, sostiene chi, anche dall'interno del Partito democratico, chiede una revisione della legge in questo senso.

Un'esigenza che, personalmente, avverto come davvero essenziale per far nascere un sistema che sappia dare stabilità e forza all'azione di governo all'interno di un equilibrato meccanismo di controlli e contrappesi.

E l'arrivare o meno a una soluzione del genere è davvero una questione cruciale.