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Ma quali battaglie nelle piazze…

Battaglia nelle piazze, dice Silvio Berlusconi, se un uomo di sinistra va al Quirinale. Ma che parole sono mai queste? Quali battaglie? Quali piazze? Ancora queste minacce vuote e, teoricamente, destabilizzanti?

Non so proprio chi diventerà presidente della Repubblica. Mi auguro solo che sia una persona capace di tenere la barra in una situazione di tale difficoltà.

Non so nemmeno, ovviamente, se Pierluigi Bersani, riuscirà a mettere in piedi un buon governo.

So invece, per certo, che oggi non abbiamo bisogno di battaglie nelle piazze ma di grande buon senso. In Parlamento ci sono un bel po’ di deputati e senatori, e non penso solo al M5S ma anche a tante belle facce portate lì dentro dal partito democratico e Sel, che vogliono contribuire a una svolta decisiva. Spazzare via abitudini da tardo impero e rimettere la politica, il confronto, l’interesse comune al centro delle loro giornate di lavoro.

A questo bisogna pensare. E lasciare che le battaglie nelle piazze le conducano, anche se solo a parole, chi non ha altri argomenti. E se non saranno solo parole ci penseranno i carabinieri.

La promessa di Matteo

1“Noi non vivremo più la pagina vissuta nel 2008. Non manderemo a casa, come accaduto a Romano Prodi, il governo del centrosinistra”. Lo ha detto Matteo Renzi al comizio per Pierluigi Bersani. E ha aggiunto una frase che andrebbe scolpita da qualche parte: “Abituiamoci alla lealtà”. Come dire: ho combattuto contro Bersani, ha vinto lui, adesso sono con lui per vincere insieme e insieme restare. Due dichiarazioni che andrebbero sottoscritte da tutti coloro che si sentono di centrosinistra e che voteranno una delle tre sinistre, come le ha chiamate Giancarlo Bosetti in un articolo per Repubblica: Pd, Sel e Rivoluzione civile. Due dichiarazioni che andrebbero sottoscritte da tutti coloro che le tre sinistre porteranno in Parlamento. Altrimenti si rischia di rivedere l’orrendo film già visto. Una sinistra che vince e poi, da sola, si butta giù dal podio.

I due fogli di Bersani

Il secondo passo è stato compiuto, un gruppetto di deputati ha lasciato Silvio Berlusconi al proprio destino costringendolo a imboccare la strada dell’addio.

Il terzo passo dovrebbe essere velocissimo: l’approvazione a tempo di record della legge di stabilità perché il presidente del Consiglio faccia quanto promesso. Salire al Quirinale a rassegnare le dimissioni e consentire così al capo dello Stato di dare il via alle consultazioni.

Il quarto passo, decisivo, dovrà farlo il presidente della Repubblica e, come sappiamo, non potrà essere solo suo ma sarà il frutto di cruciali consultazioni già annunciate.

Governo che ci porti al 2013 senza più l’ansia dello spread e con una nuova legge elettorale? Si, ma solo se si poggia su una base davvero ampia capace di dialogare in modo costruttivo con le forze sociali. Altrimenti c’è solo la strada delle elezioni, nel più breve tempo possibile.

Quindi il leader di una forza politica che vuol guidare il paese dovrebbe già avere nella borsa due fogli.

Uno con minimo denominatore comune necessario a concorrere a un governo di “larghe intese”. Il secondo con i cinque-dieci punti chiave con cui andare a un possibile voto a febbraio. Scritti in modo chiaro, comprensibili da tutti. E sono sicuro che Pierluigi Bersani li abbia già scritti. O no?