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Renzi, fai un bel viaggio

"Chi ha perso non può governare". L'ha detto l'ex segretario del  Partito democratico Matteo Renzi in televisione, a Che tempo che fa. E, in linea di principio, ha ragione. Ma dovrebbe dirlo soprattutto a se stesso: chi ha perso non può governare il paese, ma nemmeno il secondo partito del paese (com'è, almeno fino a  questo momento, il Pd). Non lo può governare formalmente, ma nemmeno informalmente, condizionandone la vita come Renzi sta facendo, andando in televisione a dettare la linea.

Matteo Renzi, come segretario del Pd, ha perso. Ha perso davvero, ha spinto il partito al suo minimo storico. Poco importa ragionare se la colpa sia o meno tutta sua. Renzi era il segretario, Renzi ha perso, Renzi deve rientrare nei ranghi. Non dettare linee, non parlare come se fosse ancora il segretario del partito. Potrebbe fare un lungo viaggio come Alessandro Di Battista. O starsene seduto sul suo seggio senatoriale aspettando le indicazioni di voto del partito. Farebbe bene a se stesso e a quello che resta del Pd.

Streaming al contrario

martinaSedersi al tavolo, non sedersi. Accettare, non accettare. Andare o non andare. Il dilemma nel quale il Partito democratico si sta avvitando è frutto della sindrome della sconfitta.E come tale è posto da perdenti.

Il Pd ha perso e sta a chi ha vinto governare. Giusto. Ma basta dirlo il 5 e il 6 marzo, non serve ripeterlo ogni giorno a mo' di autoflagellazione. Detto questo il Pd è sempre il secondo partito italiano e, pur nella sconfitta, ha doveri precisi verso i propri elettori e anche verso chi non lo ha votato. E' il dovere di portare avanti con tutte le proprie forze la linea politica votata dal 18-19 per cento degli italiani. E anche il dovere di agire perché il paese abbia un governo che cerchi di realizzare obiettivi il più possibile vicini a quella linea politica.

Allora non serve aspettare chiamate o dividersi sul cosa fare così, in astratto. Altrimenti si trasmettono solo due stati d'animo: l'altezzosità dello sconfitto che non accetta veramente la sconfitta e non vuole entrare in una ipotetica maggioranza. La smania di chi non sa stare, invece, lontano dal potere.

La strada giusta l'ha imboccata, anche se timidamente e non con la necessaria forza e chiarezza, Maurizio Martina quando ha indicato i tre punti su cui confrontarsi.

Bisognerebbe andare oltre, molto oltre. Arrivare quasi a uno streaming all'incontrario senza l'apparato scenografico del 2013. Il Pd potrebbe prendere una posizione semplice e chiara. Queste sono le nostre idee sui temi centrali (Europa, politica estera, immigrazione...), questi gli obiettivi prioritari (reddito di inclusione, lavoro, fisco...). E da qui deve partire chi vuole discutere per cercare di trovare una piattaforma comune sulla quale lavorare insieme.

Una chiarezza e trasparenza che il Pd deve a chi lo ha votato e anche a chi ha smesso di votarlo. Per rispetto di se stesso e della propria storia.

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Le colpe del proporzionale

Quello che sta accadendo nel Partito democratico può essere letto in tanti modi. E la responsabilità della scissione, o come la si vuole chiamare, può essere attribuita agli uni o agli altri con argomentazioni che hanno tutte una loro validità. Si può anche ritenere che tutto questo sia la fine della sinistra o l'inizio di una nuova e vera sinistra.

Quello che però sembra fuori discussione è il ruolo che ha avuto, in queste tormentate giornate,  la legge elettorale prossima ventura. Si sa che sulla prospettiva di una legge proporzionale si sta creando, come si dice, una "vasta convergenza". E si sa che una legge proporzionale più o meno pura attribuisce a formazioni anche di piccola o media consistenza un potere notevole, una "forza di interdizione" che altrimenti sarebbe praticamente inesistente. Per capirsi. Se sono minoranza in un partito devo seguire la linea della maggioranza, chiedere posti, avere ben poca forza. Se, invece di restare minoranza, esco dal partito potrò poi discutere con i suoi vertici da pari a pari e ottenere molto di più, sia in termini politici che di visibilità e di potere.

Tutto qui. Certo, alla base c'è un divaricarsi sempre più accentuato delle visioni politiche e sulla concezione stessa di Partito democratico. Ma se non si stesse disgraziatamente tornando a un meccanismo elettorale che la storia e gli italiani avevano condannato più di 20 anni fa l'accelerazione verso la frammentazione della sinistra sarebbe stata senz'altro più lenta o del tutto inesistente.

Un'altra buona ragione per contrastare il ritorno a un sistema elettorale proporzionale.

Sconsolante

Sto seguendo con un distacco che non mi è familiare le vicende legate al congresso, e alle primarie, del Partito democratico.

Mi sorprendo a scivolar via davanti ai titoli dei giornali, ai tweet, alle dichiarazioni. Quasi non volessi vedere e sentire.

Perché l’immagine che in questi giorni il Pd sta dando di se stesso è davvero sconsolante. Quando la gente normale sente parlare di iscrizioni pompate o di corsa alle tessere si allontana, prova fastidio, mette tutta la politica e chi la fa in un unico grande fascio.

E pensare che questa sarebbe la stagione più propizia perché il Pd punti a ottenere, l’8 dicembre, una partecipazione alle primarie come mai prima.  Per prepararsi a fare quella cosa che pare proprio non gli riesca: vincere una sfida elettorale con nettezza e serenamente.

Invece le previsioni già dicono che le primarie che eleggeranno il nuovo segretario del Pd avranno la partecipazione più bassa di sempre. E un vincitore, Matteo Renzi, non poco logorato da questi mesi di lotte interne.

Il primo mattone

Matteo Renzi fa un discorso semplice semplice. I partiti rinuncino ai rimborsi elettorali e con quei soldi costruiamo case per chi ne ha bisogno. E questo non per seguire i grillini ma per dimostrare che si è capito.

Che si è capito, al di là di percentuali di voti e altre considerazioni, che la  gente “si è rotta le scatole”. E che quindi servono segnali forti, univoci. Scelte di pulizia e trasparenza irreversibili.

Che si faccia, per favore. Che il Partito democratico segua questa strada senza tante complicazioni. Che mercoledì, quando si riunirà la direzione, si parli prima di tutto di questo, poi di governi e alleanze.

Una decisione, rinunciare ai rimborsi, che non risolve certo i problemi del paese ma che equivale a un netto:

“Abbiamo capito, si ricomincia da qui, si ricomincia da zero”.

E il primo mattone dell”Italia che verrà sarebbe posto.

La promessa di Matteo

1“Noi non vivremo più la pagina vissuta nel 2008. Non manderemo a casa, come accaduto a Romano Prodi, il governo del centrosinistra”. Lo ha detto Matteo Renzi al comizio per Pierluigi Bersani. E ha aggiunto una frase che andrebbe scolpita da qualche parte: “Abituiamoci alla lealtà”. Come dire: ho combattuto contro Bersani, ha vinto lui, adesso sono con lui per vincere insieme e insieme restare. Due dichiarazioni che andrebbero sottoscritte da tutti coloro che si sentono di centrosinistra e che voteranno una delle tre sinistre, come le ha chiamate Giancarlo Bosetti in un articolo per Repubblica: Pd, Sel e Rivoluzione civile. Due dichiarazioni che andrebbero sottoscritte da tutti coloro che le tre sinistre porteranno in Parlamento. Altrimenti si rischia di rivedere l’orrendo film già visto. Una sinistra che vince e poi, da sola, si butta giù dal podio.

Una buona notizia

Mario Monti in campo. In modo chiaro come ha spiegato lui stesso in conferenza stampa.

Una buona o una cattiva notizia per l’Italia?

Non ho dubbi che si tratti di una buona, buonissima notizia.

E’ difficile prevedere con ragionevole approssimazione quale parlamento uscirà dalle urne di febbraio.

Ma è facile prevedere che in campagna elettorale si parlerà davvero di politica e di futuro. Al netto di altri competitors, il confronto, anche duro, tra “Agenda Monti” e Partito democratico dovrebbe correre lungo i binari della concretezza e del rispetto reciproco.

Basta ripensare alle precedenti campagne elettorali basate sulla delegittimazione dell’avversario e su promesse mai mantenute per definire quella che si è concretizzata oggi, anche solo per questo, una buona notizia. Anche per chi non voterà l’agenda Monti.