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Le colpe del proporzionale

Quello che sta accadendo nel Partito democratico può essere letto in tanti modi. E la responsabilità della scissione, o come la si vuole chiamare, può essere attribuita agli uni o agli altri con argomentazioni che hanno tutte una loro validità. Si può anche ritenere che tutto questo sia la fine della sinistra o l'inizio di una nuova e vera sinistra.

Quello che però sembra fuori discussione è il ruolo che ha avuto, in queste tormentate giornate,  la legge elettorale prossima ventura. Si sa che sulla prospettiva di una legge proporzionale si sta creando, come si dice, una "vasta convergenza". E si sa che una legge proporzionale più o meno pura attribuisce a formazioni anche di piccola o media consistenza un potere notevole, una "forza di interdizione" che altrimenti sarebbe praticamente inesistente. Per capirsi. Se sono minoranza in un partito devo seguire la linea della maggioranza, chiedere posti, avere ben poca forza. Se, invece di restare minoranza, esco dal partito potrò poi discutere con i suoi vertici da pari a pari e ottenere molto di più, sia in termini politici che di visibilità e di potere.

Tutto qui. Certo, alla base c'è un divaricarsi sempre più accentuato delle visioni politiche e sulla concezione stessa di Partito democratico. Ma se non si stesse disgraziatamente tornando a un meccanismo elettorale che la storia e gli italiani avevano condannato più di 20 anni fa l'accelerazione verso la frammentazione della sinistra sarebbe stata senz'altro più lenta o del tutto inesistente.

Un'altra buona ragione per contrastare il ritorno a un sistema elettorale proporzionale.

Sconsolante

Sto seguendo con un distacco che non mi è familiare le vicende legate al congresso, e alle primarie, del Partito democratico.

Mi sorprendo a scivolar via davanti ai titoli dei giornali, ai tweet, alle dichiarazioni. Quasi non volessi vedere e sentire.

Perché l’immagine che in questi giorni il Pd sta dando di se stesso è davvero sconsolante. Quando la gente normale sente parlare di iscrizioni pompate o di corsa alle tessere si allontana, prova fastidio, mette tutta la politica e chi la fa in un unico grande fascio.

E pensare che questa sarebbe la stagione più propizia perché il Pd punti a ottenere, l’8 dicembre, una partecipazione alle primarie come mai prima.  Per prepararsi a fare quella cosa che pare proprio non gli riesca: vincere una sfida elettorale con nettezza e serenamente.

Invece le previsioni già dicono che le primarie che eleggeranno il nuovo segretario del Pd avranno la partecipazione più bassa di sempre. E un vincitore, Matteo Renzi, non poco logorato da questi mesi di lotte interne.

Il primo mattone

Matteo Renzi fa un discorso semplice semplice. I partiti rinuncino ai rimborsi elettorali e con quei soldi costruiamo case per chi ne ha bisogno. E questo non per seguire i grillini ma per dimostrare che si è capito.

Che si è capito, al di là di percentuali di voti e altre considerazioni, che la  gente “si è rotta le scatole”. E che quindi servono segnali forti, univoci. Scelte di pulizia e trasparenza irreversibili.

Che si faccia, per favore. Che il Partito democratico segua questa strada senza tante complicazioni. Che mercoledì, quando si riunirà la direzione, si parli prima di tutto di questo, poi di governi e alleanze.

Una decisione, rinunciare ai rimborsi, che non risolve certo i problemi del paese ma che equivale a un netto:

“Abbiamo capito, si ricomincia da qui, si ricomincia da zero”.

E il primo mattone dell”Italia che verrà sarebbe posto.

La promessa di Matteo

1“Noi non vivremo più la pagina vissuta nel 2008. Non manderemo a casa, come accaduto a Romano Prodi, il governo del centrosinistra”. Lo ha detto Matteo Renzi al comizio per Pierluigi Bersani. E ha aggiunto una frase che andrebbe scolpita da qualche parte: “Abituiamoci alla lealtà”. Come dire: ho combattuto contro Bersani, ha vinto lui, adesso sono con lui per vincere insieme e insieme restare. Due dichiarazioni che andrebbero sottoscritte da tutti coloro che si sentono di centrosinistra e che voteranno una delle tre sinistre, come le ha chiamate Giancarlo Bosetti in un articolo per Repubblica: Pd, Sel e Rivoluzione civile. Due dichiarazioni che andrebbero sottoscritte da tutti coloro che le tre sinistre porteranno in Parlamento. Altrimenti si rischia di rivedere l’orrendo film già visto. Una sinistra che vince e poi, da sola, si butta giù dal podio.

Una buona notizia

Mario Monti in campo. In modo chiaro come ha spiegato lui stesso in conferenza stampa.

Una buona o una cattiva notizia per l’Italia?

Non ho dubbi che si tratti di una buona, buonissima notizia.

E’ difficile prevedere con ragionevole approssimazione quale parlamento uscirà dalle urne di febbraio.

Ma è facile prevedere che in campagna elettorale si parlerà davvero di politica e di futuro. Al netto di altri competitors, il confronto, anche duro, tra “Agenda Monti” e Partito democratico dovrebbe correre lungo i binari della concretezza e del rispetto reciproco.

Basta ripensare alle precedenti campagne elettorali basate sulla delegittimazione dell’avversario e su promesse mai mantenute per definire quella che si è concretizzata oggi, anche solo per questo, una buona notizia. Anche per chi non voterà l’agenda Monti.