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Maggioranza silenziosa? No, grazie

renziMatteo Renzi sta usando sempre più spesso il termine "maggioranza silenziosa" per individuare gli italiani che, secondo lui, se ne stanno in silenzio, ma poi voteranno si al referendum. Beh, molti degli italiani che hanno qualche anno sulle spalle potrebbero davvero irritarsi a essere individuati come "maggioranza silenziosa". In Italia la maggioranza silenziosa, un movimento nato nel 1971, era un misto di qualunquismo, postfascismo e anticomunismo che prese le mosse dalla paura delle piazze rosse, dalla paura del 68. C'è chi potrebbe rispondere a Renzi: "Maggioranza silenziosa a me? In silenzio ti mollo un no, caro Matteo".

Speriamo però che la gran quantità di errori e scivolate accumulate in questa lunga campagna referendaria dal presidente del consiglio (a iniziare dal padre di tutti gli errori: "Se vince il no me ne vado") si perdano per strada e, al momento di votare, ciascuno di noi abbia ben chiaro quello che è in gioco.

Non la vita o la morte. Non il sole o il diluvio universale. Ma cose ben precise e che, purtroppo, più passa il tempo meno sono collegate al merito della riforma che siamo chiamati a votare.

 

Semplicità e consenso

Gianfranco Pasquino, politologo, autore de “Le parole della poGianfranco Pasquino, Andrea Pertici, Maurizio Viroli e Roberto Zaccaria, sostenitori del No al referendum costituzionale, hanno elaborato una proposta di "manutenzione" della Carta in alternativa a quella approvata dal Parlamento e sostenuta dal governo di Matteo Renzi. Eccone una estrema sintesi (qui il testo integrale da scaricare).

Deputati e senatori. Riduzione drastica del numero ma mantenendo lo stesso rapporto tra le due Camere: 470 deputati e 230 senatori. Per un totale di 700 eletti a cui ridurre stipendi e rimborsi.

Governo. La fiducia gli viene data dalla sola Camera dei deputati. Il Senato libero dal "dal vincolo politico con l’esecutivo" potrebbe esercitare al meglio una incisiva attività di controllo.

Formazione delle leggi. Mantenimento della doppia lettura delle leggi con una commissione bicamerale paritetica per approvare leggi su cui le due assemblee hanno posizioni divergenti.

Democrazia diretta. Abbassamento del quorum necessario per la validità di un referendum. Obbligo di pronunciarsi sulle leggi di iniziativa popolare.

Cnel. Abolizione

Sono punti su cui si può essere più o meno d'accordo. Personalmente condivido pienamente quello che delinea Camera e Senato mentre mi convince di meno l'idea di mantenere la doppia lettura delle leggi. Ma quello che difficilmente non può non convincere è il metodo seguito per arrivare a queste conclusioni.

Il metodo, come si spiega nel breve documento che  illustra la proposta, della semplicità e del consenso. Per questo si parla di "manutenzione con modifiche significative" e si mantiene il bicameralismo perché non si registra"la necessaria convergenza per passare al monocameralismo".

Se il governo Renzi avesse seguito lo stesso metodo avrebbe potuto recepire soluzioni che avrebbero evitato il pasticcio del Senato semi-abolito e costruito una legge più efficace e meno "stravolgente".

 

De Gaulle e Renzi

degaullematteo-renzi

Rileggiamo insieme una pagina importante della storia recente della Francia.

1969. Presidente francese è Charles De Gaulle, l'uomo della guerra contro i tedeschi e il fondatore della Quinta Repubblica. Va a referendum una riforma costituzionale da lui fortemente voluta e che riguarda Senato e Regioni, due temi che sono parte cruciale anche della riforma costituzionale su cui in autunno saranno chiamati a votare gli italiani.

De Gaulle affida il proprio futuro politico all'approvazione di quella nuove regole e in uno storico discorso del 26 aprile 1969 dice testualmente: "..si je suis désavoué par une majorité d'entre vous...je cesserai aussitôt d'exercer mes fonctions" (Se verrò sconfessato da una maggioranza di voi... cesserò immediatamente di esercitare le mie funzioni).

Il referendum diventa così un voto pro o contro De Gaulle e il generale ne esce sconfitto. Dieci minuti dopo la mezzanotte del 28 aprile annuncia che cessa di esercitare le funzioni di presidente della Repubblica e che questa decisione avrà effetto alle ore 12 dello stesso giorno. Così si ritirò dalla scena politica l'uomo che aveva ricostruito e disegnato la Francia post-bellica.

Anche l'attuale presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, ha puntato tutto sulla riforma costituzionale su cui andremo a votare nel prossimo autunno. Il 20 gennaio 2016, in Senato, ribadì che "nel caso in cui perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza politica".

Ecco. In politica i paragoni, spesso, possono risultare azzardati. Ma se Renzi avesse letto (o riletto, o ricordato) cosa accade in quel passaggio della politica francese forse ne avrebbe potuto trarre qualche monito. Per se stesso, ma anche per il nostro paese.

(Qui sotto i discorsi di De Gaulle e Renzi)

Il giovane vecchio

Matteo-RenziA Matteo Renzi è riuscita un'operazione eccezionale. In un paio d'anni da giovane che era è diventato vecchio, quasi da rottamare anche lui.

I giovani-giovani e le periferie delle grandi città hanno votato Cinque stelle.

Chi dà maggior credito al Pd, stando alle analisi di voto, sono gli anziani più agiati.

Il Pd non è più, o quasi non è più, il primo partito.

La risposta più forte di Renzi, a tutto questo, sembra, a tutt'oggi, quella di rinnegare l'alleanza con Denis Verdini. Altro che Prima Repubblica, come si dice in questi casi...

Un processo involutivo inarrestabile?

No, a patto che...

A patto che il Pd  torni a essere quello che non è da tempo. Un partito (o un movimento) capace di vivere dove vivono gli italiani. Non chiuso nei suoi palazzi.

A patto che il Pd non sia, e non dia più di sé, l'immagine di un partito di un uomo solo.

A patto che il Pd riesca a non togliere aria e forza a tutte le anime che cercano di convivere al suo interno.

 

 

 

Il monito dell’anforetta di Tobruch

IMG_3420Migliaia di uomini pronti a partire, la più grande spedizione militare italiana dal 1943. Incursori, marò, navi appoggio. Nelle cronache che annunciano come prossimo lo sbarco italiano in Libia c'è qualcosa di ineluttabile e quasi di trionfalistico. Un trionfalismo che in alcuni casi è davvero malcelato.

Così, dopo un anno, ho rimesso sulla mia scrivania l'anforetta di Tobruch che mio nonno, ufficiale di carriera, riportò dalla Libia occupata nel 1912 (e di cui parlai qui). L'ho messa sulla scrivania e l'ho guardata per un bel po' come feci un anno fa, quando si iniziò a parlare di una spedizione militare ormai prossima.

E' un'anforetta per me preziosa. Mi porta con sé in un viaggio nel tempo, mi fa riflettere. E lancia il suo monito che, anche questa volta, mi fa dire un paio di cose ovvie ma che spesso vengono dimenticate. Quando si parla di armi e di guerra bisognerebbe usare la massima cautela. E prima di premere il grilletto bisogna provarle tutte, davvero tutte.

Per questo ha fatto bene Matteo Renzi, come fece un anno fa, a moderare i toni e a chiedere equilibrio, prudenza e buon senso. E bene fanno personaggi come Romano Prodi a sottolineare i terribili rischi che una spedizione italiana in Libia porterebbe con sé. Meglio ascoltare parole come le sue che leggere di piani di battaglia.

 

 

Frasi da non pronunciare

renziUna frase pronunciata da Matteo Renzi durante un'intervista a Repubblica tv è una frase che un leader politico non dovrebbe mai pronunciare.
"Se perdo sulle riforme lascio la politica", ha detto.
Questo vuol dire caricare il voto al referendum confermativo della legge che modifica la nostra costituzione di un valore del tutto diverso.

Non più approfondita analisi di merito di quello che cambia davvero la legge che ridisegna la nostra democrazia parlamentare. Non più confronto su quel che è bene e su quel che è  male.
Ma scontro radicale e definitivo. Sulla persona, sulla leadership: o con me o contro di me.

Un leader politico che vuole guidare a lungo un paese democratico dovrebbe convincere la maggioranza del paese che le sue riforme sono quelle giuste, che il paese che vuole ridisegnare e' un paese migliore.
Se tutto si riduce a un "O mi votate o me ne vado" siamo a una prova di forza che mal si concilia con il clima in cui dovrebbe crescere una sana democrazia parlamentare.

Renzi diverso da Berlusconi


civati

Foto del giorno per Pippo Civati, fondatore di "Possibile", mentre dice che "quella di Renzi non è più neppure un'evoluzione del berlusconismo, è Berlusconi".

E' vero che in politica si può dire tutto e il contrario di tutto, che le esagerazioni sono lecite, che si può esemplificare al massimo per farsi capire.

E' vero che non è difficile ravvisare in certi comportamenti di Matteo Renzi tecniche di comunicazione di stampo berlusconiano.

E' vero che non è difficile intuire nell'azione di Renzi la voglia di diventare un asso pigliatutto, capace di puntare dritto al proprio tornaconto e alla propria immagine.

Ma da qui a dire che Renzi è Berlusconi ce ne corre. Non foss'altro perché manca quella eccezionale forza corruttiva degli usi e costumi che di Berlusconi è stata ed è la caratteristica più spiccata e pericolosa.

 

Uno slogan sfortunato

La piazza, si sa, richiede frasi secche e slogan forti.

La piazza, si sa, vuole essere stimolata ed eccitata.

Però dire che Matteo Renzi è peggio di Silvio Berlusconi, come ha detto Maurizio Landini a Roma è, semplicemente, un'affermazione falsa. E anche pericolosa.

Falsa perché oggi Renzi (con i suoi eccessi, il suo personalismo, i suoi errori e, anche, con l'antipatia che suscita in molti) sa comunque di buono. E forse, di lui, si percepisce soprattutto il buono proprio perché è entrato a palazzo Chigi dopo vent'anni di berlusconismo (e di sinistra inconcludente). Qualche volta, è vero, Renzi ricorda, Berlusconi. Per la ricerca continua della chiarezza comunicativa, per l'egocentrismo, per l'ansia da prestazione... Ma Berlusconi non era solo questo. Le sue non riforme hanno portato il paese sull'orlo del baratro. La "cultura" diffusa dai suoi comportamenti e dalle sue aziende ha nuovamente sdoganato furbi e furbetti, corrotto in modo duraturo e sottile interi pezzi di generazioni, ricacciato indietro quel che di positivo c'era da raccogliere dopo gli straordinari anni di Mani pulite. Qualcuno può obiettivamente sostenere che Renzi stia facendo qualcosa del genere? Penso proprio di no perché sta andando in una direzione esattamente opposta.E non c'è bisogno di essere "renziani" per esserne convinti.

L'affermazione che Renzi è peggio di Berlusconi è poi pericolosa perché rischia di costruire uno dei pilastri di Coalizione socialei sulla sabbia dell'essere "contro" e dell'anatema, sabbia sulla quale la sinistra italiana si è arenata non so quante volte.

Speriamo quindi che quello di Landini resti lo slogan sfortunato di un bel sabato. Si, bello. Perché quando le strade si riempiono di persone che vogliono vivere meglio e lo dicono con civiltà e con forza ne hanno tutti da guadagnare.

Anche Matteo Renzi

Ingorgo pericoloso

Il sondaggio elettorale pubblicato dal Corriere della Sera rafforza il carattere cruciale delle settimane che ci attendono.

L'ingorgo lo conosciamo: in pochi giorni andrebbero sciolti (e almeno uno lo dovrà essere per forza) tre nodi, uno più stretto dell'altro: legge elettorale, riforma del Senato e, il più stretto di tutti, l'elezione del presidente della Repubblica.

Quello che dice il sondaggio, Partito democratico indietro di 6 punti rispetto alle Europee e Lega in forte crescita, non può non influenzare scelte e comportamenti. La "forza totale" di Matteo Renzi, a leggere quei numeri, sembra incrinarsi e, di conseguenza, potrebbe risultarne rinvigorita la spinta centrifuga della sinistra del Pd. Con l'ipotesi che nel segreto dell'urna parlamentare si creino alleanze altrimenti imprevedibili, che il percorso parlamentare delle riforme si avviti, che vengano rimessi in discussione gli accordi costruiti in questi mesi.

Una pericolosa prospettiva in una stagione in cui, politicamente parlando, dovremmo pensare a tutt'altro. E a una cosa su tutte: costruire un sistema istituzionale capace di dare una guida sicura al paese.

 

No, non è la Dc

Il Partito democratico è la nuova Democrazia cristiana? E’ il nuovo grande partito dell’italiano medio un po’ cattolico, un po’ conservatore, un po’ pauroso del cambiamento, un po’ di sinistra ma poco poco, un po’ di destra ma poco poco?

Senza avventurarsi in paralleli storici complessi, e anche inutili tanto sono differenti le situazioni, penso si possa rispondere tranquillamente no, il Pd non è la nuova Dc.

I progetti del segretario-presidente del consiglio hanno un così forte contenuto di cambiamento, in Italia e in Europa, che è difficile trovare qualcosa di appena simile nei decenni di dominio dc.

Matteo Renzi non difende l’esistente, ma indica cosa e come va modificato con precisione e con grande energia. Viene addirittura accusato di fare programmi troppo densi e con tempi impossibili, esattamente l’opposto di quello che faceva la Dc. E non è, almeno fino a questo momento, il terminale di interessi consolidati che devono essere protetti.

Certo, tra chi ha votato Pd ci sono sicuramente uomini e donne che l’ultima volta hanno fatto il segno sul nome di Berlusconi o anche di Grillo. E questa capacità dimostrata da Renzi di attrarre voti dai settori più disparati è uno degli elementi principali a favore della tesi Pd=Dc.

Ma invece dimostra l’opposto. Dimostra cioè che una buona fetta di elettorato si sente rassicurata e da fiducia a chi vuole mettere mano alla costituzione, combattere i privilegi, incidere radicati bubboni, lottare per una diversa Europa.

Non è un ritorno della Dc, ma una stagione nuova dove tutto è rimescolato e che è stata aperta da un voto inequivocabile: la maggioranza del paese vuole davvero cambiare le cose. Sembra una frase generica e retorica, ma non lo è.

Del valore del cambiamento

Matteo Renzi ha detto con parole molto chiare che chi non cambia e’ di destra, rifacendosi cosi’ a schemi di radici ottocentesche. La destra conserva, la sinistra cambia, guarda avanti, e’ progressista.
Negli ultimi decenni, pero’, le carte si sono un po’ rimescolate. Silvio Berlusconi, per fare riferimento a un semplice esempio di casa nostra, era ed e’ di destra ma ha chiesto e ottenuto voti “per cambiare”.
Non me la sento quindi di sottoscrivere l’affermazione di Renzi. E’ cosi’ semplicistica da poter diventare fuorviante.
Direi piuttosto che il cambiamento e’ elemento indispensabile di una buona politica. Ma non e’, da solo, sufficiente a definire una politica “buona” e “di sinistra”. In altre parole e’ una condizione necessaria ma non sufficiente.
Quello che Renzi vuol cambiare va cambiato. Sta attaccando con energia e determinazione nodi aggrovigliati da lustri e lustri.
Ma attenzione a non vedere in chi vuole dire la sua e ragionare nel merito del cambiamento un nemico, uno di destra camuffato. Forse discutere con lui potrebbe far rallentare un po’. Ma se ne potrebbero anche ricavare benefici collettivi non da poco.

La campanella è mia

In questi attimi del passaggio del campanello da Enrico Letta a Matteo Renzi c’è la sintesi plastica di quello che sta avvenendo.

Nessun rispetto reciproco. Nessuna atmosfera da terzo tempo in cui ci si onora reciprocamente, vincente e perdente. Nessun gesto, nemmeno formale, di reale passaggio di consegne.

E’ l’esito di un ko violento, con lo sconfitto a terra che sanguina e il vincente che esulta senza nemmeno degnare di uno sguardo l’avversario dolorante.

Un voler dire, da parte di Letta: “Siete arrivati qui giocando sporco”.

Un voler dire, da parte di Renzi: “Fatevi da parte, non contate più nulla, ci siamo noi”.

E’ uno strappo, non una successione.

Uno strappo violento tra il prima e il dopo.

Adesso, da questa violenza, il “dopo”, cioè il governo di Matteo Renzi con Angelino Alfano agli Interni, dovrà ricavare la vera forza per fare quello che ha detto. E io spero davvero, ma proprio davvero, che ci riesca.

Altrimenti questi giorni resteranno nella storia solo come un’inutile e un po’ bullesca esibizione di forza.  E di questo il nostro paese non ha proprio bisogno.

 

Per poter fare un paragone ecco come avvenne, meno di un anno fa, il passaggio di consegne tra Mario Monti ed Enrico Letta. 

Conflitto

Conflitto di interessi.

Spero che nell’agenda del governo a cui Matteo Renzi sta lavorando non manchi un riferimento preciso alla soluzione di questo problema.

Sicuramente di impatto meno immediato di riforma elettorale, lavoro, Europa… Ma di grande rilievo per il futuro del nostro paese.

Stabilire le regole della partecipazione alla vita pubblica di chi è titolare di rilevanti interessi economici eviterebbe il ricrearsi delle distorsioni che hanno avvelenato l’Italia negli ultimi vent’anni. Di una legge del genere si parla, appunto da vent’anni, ma nessuno è mai stato capace di vararla. Renzi, con la forza che sprigiona, non può non riuscirci.

Spettacolo

Io speravo che Matteo Renzi, diventato segretario del Partito democratico, facesse tre cose.

1. Un lavoro intenso nel partito e per il partito con il fine di costruirgli intorno consenso e fiducia.

2. Un’azione di pungolo del governo, da bravo e concreto azionista di maggioranza della coalizione, per portarlo sulla strada che lui stesso ha tante volte indicato.

3. L’apripista deciso e irremovibile della strada delle riforme, quella elettorale prima di tutto.

Invece, comunque vada a finire, sta accadendo dell’altro e sembra di tornare indietro nel tempo, quando un partito di maggioranza relativa (allora era la Democrazia cristiana) faceva e disfaceva governi, costruiva inutili “staffette” nei palazzi del potere, si occupava più di se stesso che del paese.

Non penso che gli oltre due milioni di italiani che hanno voluto Renzi segretario del Partito democratico volessero assistere a questo spettacolo.

 

Carte

Berlusconi Silvio è tornato al centro della scena politica italiana.

Non ci possono essere dubbi sul fatto che sia questo uno degli effetti, per me perverso, per altri positivo, della fulminea azione di Matteo Renzi.

Ed è facile pronosticare, leggendo le simulazioni fatte sulla legge elettorale Renzi-Berlusconi (perché così va chiamata), che un altro effetto di quello che è accaduto in questi giorni sarà (in un modo o nell’altro) un riaccorpamento, sotto la potente ala berlusconiana, delle forze del centro destra, a cominciare dalla neonata formazione di Angelino Alfano.

Insomma. Quello che sta accadendo ha più il sapore di una partita di poker che di un confronto politico. E’ come se Renzi e Berlusconi si fossero detti: “Facciamo in modo di giocarcela tra di noi: chi vince prende tutto, chi perde sparisce”. Il che non è di per sé negativo, è comunque un tentativo, forse il più concreto di sempre, di fare chiarezza e rendere il paese governabile.

Tra oggi e il giorno dell’epilogo la partita va tutta giocata, vanno date le carte. Quindi tanto vale entrare nel merito.

Di un particolare della legge elettorale, non secondario, ma quasi decisivo non ho sentito parlare. La possibilità, per un candidato, di presentarsi in più collegi. Come sappiamo le liste sono “corte” e quindi ha molto peso la qualità del singolo aspirante deputato. Immaginiamo che Berlusconi Silvio si presenti in tanti dei 110 collegi previsti. L”effetto sul risultato sarebbe decisamente inquinato perché la presenza del leader farebbe scomparire la rilevanza degli altri candidati e si tornerebbe a un parlamento di nominati. Stessa cosa varrebbe, ovviamente se fosse Matteo Renzi a  candidarsi in più collegi. Si andrebbe a uno scontro solo tra leader e a un parlamento scelto non dagli elettori ma dagli stessi leader.

Ho estremizzato gli effetti, sono arrivato quasi a un paradosso, ma è per cercare di rendere l’idea della rilevanza della questione. E auspicare che non ci si possa candidare in più di un collegio.

 

 

Questa è la carrozza

Leggo sull’Huffington Post che il segretario del Pd Matteo Renzi, dopo una serie di contatti e trattative, avrebbe avuto una lunga telefonata con Berlusconi Silvio per parlare soprattutto di legge elettorale. E che il capo di Forza Italia si sarebbe detto disponibile a discutere di “sistema spagnolo” e/o “Mattarellum modificato”, non del “doppio turno alla francese“.

Confesso che la cosa mi preoccupa perché mi riporta al passato. Ai giorni in cui Massimo D’Alema sottoscrisse il cosiddetto patto della crostata che ebbe come unico e, per una buona parte degli italiani, drammatico effetto di rimettere le ali a Berlusconi .

Certo. I tempi sono diversi, la storia sicuramente suggerisce cautela, Renzi ha dichiarato obiettivi chiari e condivisibili.

Ma mi chiedo: non sarebbe meglio trovare un accordo con le forze che attualmente costituiscono la maggioranza di governo e poi dire a chi sta all’opposizione (cioè, essenzialmente Forza Italia e Cinque Stelle): questa è la carrozza, ci volete salire? E se si dovesse  arrivare a una proposta di legge elettorale che piace a Berlusconi Silvio ma non al Nuovo centro destra di Angelino Alfano non si darebbe soltanto nuovo ossigeno a un Berlusconi che dovrebbe avere, come principale impegno del proprio futuro, solo quello di scontare la pena inflittagli per frode fiscale?

 

Cattivo pensiero

Mi preoccupa l’intensificarsi delle dure critiche al governo Letta da parte del Partito democratico.

Si badi bene. Le critiche sono più che meritate, i pastrocchi di queste ultime settimane  sono stati troppi, un mutamento radicale di rotta si impone, i temi sul tappeto, posti con chiarezza da Matteo Renzi, vanno affrontati e non elusi. Con o senza rimpasto.

Ma non vorrei che quest’attivismo antigovernativo nascondesse qualcosa di diverso e, per il momento, non dichiarato. Un’accelerazione verso la fine prematura della legislatura per andare a votare  a maggio prossimo (le europee sono fissate per il 22-25 maggio) con una legge elettorale fatta in fretta e furia. Accelerazione messa in atto per sfruttare l’abbrivio del grande successo di Renzi alle primarie.

Spero davvero di aver fatto un cattivo pensiero perché da un percorso del genere, per ora, vedo solo conseguenze negative.

Tre su tutte le altre:

  • L’ulteriore rinvio di una qualunque incisiva azione per combattere la crisi.
  • L’ulteriore rinvio di una qualunque riforma istituzionale (bicameralismo, numero di parlamentari, province…).
  • Il semestre italiano di presidenza Ue, che inizia il 1° luglio, affrontato con un governo appena insediato e un paese bloccato da quasi sei mesi di campagna elettorale.

 

 

 

Sconsolante

Sto seguendo con un distacco che non mi è familiare le vicende legate al congresso, e alle primarie, del Partito democratico.

Mi sorprendo a scivolar via davanti ai titoli dei giornali, ai tweet, alle dichiarazioni. Quasi non volessi vedere e sentire.

Perché l’immagine che in questi giorni il Pd sta dando di se stesso è davvero sconsolante. Quando la gente normale sente parlare di iscrizioni pompate o di corsa alle tessere si allontana, prova fastidio, mette tutta la politica e chi la fa in un unico grande fascio.

E pensare che questa sarebbe la stagione più propizia perché il Pd punti a ottenere, l’8 dicembre, una partecipazione alle primarie come mai prima.  Per prepararsi a fare quella cosa che pare proprio non gli riesca: vincere una sfida elettorale con nettezza e serenamente.

Invece le previsioni già dicono che le primarie che eleggeranno il nuovo segretario del Pd avranno la partecipazione più bassa di sempre. E un vincitore, Matteo Renzi, non poco logorato da questi mesi di lotte interne.

Le strade di Renzi

Può senz’altro sembrare una cosa fine a se stessa, una furbata da sindaco che cerca un modo rapido per restare nella storia della propria città.

Ma non è così, almeno secondo me.

La decisione di Matteo Renzi di cambiare il nome a un bel po’ di strade di Firenze è una di quelle iniziative che andrebbero copiate in tutta Italia, clonate.

Renzi vuole farsi suggerire i nomi dalle scuole e poi fare una consultazione online. Per trasformare via Tripoli in via don Puglisi o via Unione Sovietica in via Guido Rossa, via Margherita Hack, via Enrico Berlinguer o via Oriana Fallaci, tanto per capirsi.

Vuole, cioè, rimettere cioè a posto i tasselli della memoria collettiva facendo scegliere a chi della memoria è il primo destinatario, cioè i giovani.

E costruire una memoria condivisa, anche solo attraverso i nomi delle strade, non è cosa banale.

Bravo sindaco. E in bocca al lupo.

Il primo mattone

Matteo Renzi fa un discorso semplice semplice. I partiti rinuncino ai rimborsi elettorali e con quei soldi costruiamo case per chi ne ha bisogno. E questo non per seguire i grillini ma per dimostrare che si è capito.

Che si è capito, al di là di percentuali di voti e altre considerazioni, che la  gente “si è rotta le scatole”. E che quindi servono segnali forti, univoci. Scelte di pulizia e trasparenza irreversibili.

Che si faccia, per favore. Che il Partito democratico segua questa strada senza tante complicazioni. Che mercoledì, quando si riunirà la direzione, si parli prima di tutto di questo, poi di governi e alleanze.

Una decisione, rinunciare ai rimborsi, che non risolve certo i problemi del paese ma che equivale a un netto:

“Abbiamo capito, si ricomincia da qui, si ricomincia da zero”.

E il primo mattone dell”Italia che verrà sarebbe posto.