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Le colpe del proporzionale

Quello che sta accadendo nel Partito democratico può essere letto in tanti modi. E la responsabilità della scissione, o come la si vuole chiamare, può essere attribuita agli uni o agli altri con argomentazioni che hanno tutte una loro validità. Si può anche ritenere che tutto questo sia la fine della sinistra o l'inizio di una nuova e vera sinistra.

Quello che però sembra fuori discussione è il ruolo che ha avuto, in queste tormentate giornate,  la legge elettorale prossima ventura. Si sa che sulla prospettiva di una legge proporzionale si sta creando, come si dice, una "vasta convergenza". E si sa che una legge proporzionale più o meno pura attribuisce a formazioni anche di piccola o media consistenza un potere notevole, una "forza di interdizione" che altrimenti sarebbe praticamente inesistente. Per capirsi. Se sono minoranza in un partito devo seguire la linea della maggioranza, chiedere posti, avere ben poca forza. Se, invece di restare minoranza, esco dal partito potrò poi discutere con i suoi vertici da pari a pari e ottenere molto di più, sia in termini politici che di visibilità e di potere.

Tutto qui. Certo, alla base c'è un divaricarsi sempre più accentuato delle visioni politiche e sulla concezione stessa di Partito democratico. Ma se non si stesse disgraziatamente tornando a un meccanismo elettorale che la storia e gli italiani avevano condannato più di 20 anni fa l'accelerazione verso la frammentazione della sinistra sarebbe stata senz'altro più lenta o del tutto inesistente.

Un'altra buona ragione per contrastare il ritorno a un sistema elettorale proporzionale.

Non facile

In vista del referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale una questione cruciale non riguarda quella riforma bensì la legge elettorale. Una questione all'apparenza complessa e molto tecnica ma decisiva per l'assetto istituzionale prossimo venturo.

La legge chiamata "Italicum", in massima sintesi, consente al partito che raccoglie inizialmente anche solo il 20-25 per cento dei voti di arrivare, dopo il ballottaggio e grazie al premio di maggioranza, ad avere la maggioranza della Camera dei deputati. E quindi di consentirgli, se dovesse essere confermata la riforma della Costituzione, di esprimere da solo il presidente del consiglio, dare la fiducia al suo governo, approvare leggi, nominare tre giudici costituzionali eccetera eccetera. E' il nodo del dibattito intorno alla riforma costituzionale, emerso con chiarezza anche durante il confronto televisivo tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky. In altre parole: una legge elettorale che dà così tanto potere a un solo partito, anche se non ha un base di consensi maggioritaria, rafforza il più evidente e sottolineato difetto del nuovo impianto costituzionale. Uno squilibrio di poteri che metterebbe il paese nelle mani di un solo partito senza i necessari contrappesi.

E' per questo che la modifica della legge elettorale è importante e, per certi aspetti, decisiva. Servirebbe una legge capace di favorire l'aggregazione tra le forze politiche, che eviti di consegnare il paese a un partito appoggiato da un quinto degli elettori e che dia il giusto spazio alle opposizioni. I modelli sono tanti. Personalmente vedrei il ritorno ai collegi uninominali del Mattarellum, con o senza ballottaggi e con le dovute correzioni, come un bel ritorno al rapporto diretto dei cittadini con i legislatori. Ma anche altri sistemi raggiungono ugualmente lo scopo. Basta individuarne uno e mettersi d'accordo prima del referendum. Cosa non facile ma nemmeno impossibile.

 

Piccoli passi

“Ma che bisogno abbiamo dei politici? I professori stanno facendo in un pugno di giorni quello che loro non hanno fatto in anni”. Una, due, tre volte. Alla quarta volta che mi sono sentito fare questo discorso con l’aggiunta “Io la prossima volta non vado a votare”, sono insorto.

Eh no. La battaglia da combattere adesso è proprio questa. Troppo comodo adagiarsi al freddo ed efficiente agire di un gruppo di grandi persone. Senza un vero dibattito politico. Senza un serrato confronto su quale vita vogliamo per noi e, soprattutto, per i nostri figli.

Dobbiamo rimettere la politica al suo posto. Si badi bene, la politica, non per forza i politici che ci sono adesso.

Come? A passi magari piccoli, ma decisi. Ne ho abbastanza chiari due, ma altri ne possono essere individuati.

Il primo è non permettere, noi singoli cittadini, che resti in vigore la legge elettorale chiamata Porcellum. Arrivando sino alla piazza per costringere questo Parlamento a varare una legge che riconsegni ai cittadini il diritto alla scelta dei propri rappresentanti.

Il secondo è non lasciare ai partiti, anche con una nuova legge elettorale, la scelta dei candidati al Parlamento. Imporre cioè a tutti il meccanismo delle primarie. Solo così potremo sperare di avere una nuova, giovane e determinata classe politica.

Che riprenda, insieme a tutti noi, a fare Politica

“Ma che bisogno abbiamo dei politici? I professori stanno facendo in un pugno di giorni quello che loro non hanno fatto per anni”. Una, due, tre volte. Alla quarta volta che mi sono sentito fare questo discorso con l’aggiunta “Io la prossima volta non vado a votare”, sono insorto.

Eh no. La battaglia da combattere adesso è proprio questa. Troppo comodo adagiarsi al freddo ed efficiente agire di un gruppo di grandi persone. Senza un vero dibattito politico. Senza un serrato confronto su quale vita vogliamo per noi e, soprattutto, per i nostri figli.

Dobbiamo rimettere la politica al suo posto. Si badi bene, la politica, non per forza i politici che ci sono adesso.

Come? A passi magari piccoli, ma decisi.

Il primo è non lasciare, noi singoli cittadini, che resti in vigore la legge elettorale chiamata Porcellum. Arrivando sino alla piazza per costringere questo Parlamento a varare una legge che riconsegni ai cittadini il diritto alla scelta dei propri rappresentanti

Il secondo è non lasciare ai partiti, anche con una nuova legge elettorale,la scelta dei candidati al Parlamento. Imporre cioè a tutti il meccanismo delle primarie. Solo così potremo sperare di avere una nuova, giovane e determinata classe politica.

Urlare, urlare e urlare

E adesso? Il doppio no della Consulta, anche se prevedibile, significa Porcellum per sempre? Teoricamente no. Basta leggere le dichiarazioni di queste ore e l’indiscrezione secondo la quale la stessa Consulta ne raccomanderebbe l’abolizione per trovare conforto.
Ma è un conforto teorico, appunto. Perché quella legge è talmente funzionale alle burocrazie dei partiti che è molto elevato il rischio che, alla fine, nessuno la cambi.
Ma noi, semplici cittadini, quella legge non la volevamo e non la vogliamo perché ci toglie un diritto fondamentale. Quello di scegliere chi ci deve rappresentare in Parlamento.
E allora, noi cittadini, dobbiamo urlare, urlare e urlare finché il Porcellum non verrà spazzato via.
Urlare cosa? una parola molto semplice

#NOPORCELLUM

Nei blog, su facebook, su twitter, per la strada, nelle case, al mare, in montagna, nei negozi….


#noporcellum

E se la Corte Costituzionale dice no al referendum sulla legge elettorale? Colpo di spugna sul milione e duecentomila firme e avanti con il Porcellum come se niente fosse, perché tanto si sa che ai partiti non conviene cambiare una legge che riserva a loro il potere di “nominare” i parlamentari?

No, proprio no. La rivolta contro il Porcellum che ha portato a quella montagna di firme e che ora sta animando il web (vedi qua sotto il dibattito che si sta sviluppando su twitter intorno a #noporcellum) non può e non deve finire in un nulla di fatto. Perché una nuova, seria, onesta legge elettorale è uno dei pilastri su cui deve poggiare l’Italia prossima ventura

I partiti, nessuno escluso, hanno l’obbligo politico di sedersi intorno a un tavolo e trovare una legge che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti.

E i cittadini hanno il dovere-diritto di fare tutto il possibile perché questo accada. Facendo sentire la propria voce in tutti i modi possibili. Parlando, urlando, scendendo in piazza. Sul web con i blog, con twitter, con facebook, commentando e intervenendo