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Per non dimenticare

Ci sono delle storie che è bene isolare dal fluire quotidiano delle notizie, tirarle su, farle galleggiare a lungo davanti ai nostri occhi per non dimenticarle. Né oggi, né mai.

Una di queste riguarda Giovanni Tizian, il giovane cronista “di provincia”, come si definisce lui stesso, al quale volevano “sparare in bocca” per farlo stare zitto. C’è poco da aggiungere alla cronaca e alle intercettazioni che si possono trovare qui.

Se non ricordare che il padre di Giovanni è stato ucciso a colpi di lupara nel 1989 (qui la sua storia).

E sottolineare le parole di Giovanni: “Con la testa e gli occhi continuerò a raccontare la cruda verità e le ingiustizie di questa Italia fatta a pezzi da interessi e giochi criminali, che più di ogni altra cosa temono le parole e l’informazione”.


Giornalisti

Scrivo da Varese, dove sto partecipando a Glocalnews 2012, il festival organizzato da Varesenews per il suo quindicesimo compleanno. Giornalisti, operatori dell’informazione, blogger, docenti, esperti discutono di una infinità di temi soprattutto legati al giornalismo, in particolare quello locale, e all’impatto con la rete.

E’ un impatto devastante e vitale.

Devastante perchè ha messo, mette e metterà in discussione la stessa anima di una professione di così importante e delicata rilevanza sociale.

Vitale perchè ha allargato, allarga e allargherà sempre di più le opportunità che ha un buon giornalista di fare buona informazione.

Questa vitalità potrà però dispiegarsi pienamente solo se si verificano un paio di condizioni.

La prima è che i giornalisti, tutti, facciano un grande sforzo per immergersi nell’ambiente della rete, un luogo dove sempre di più si vive, si discute, si fanno circolare informazioni. Un luogo che un operatore dell’informazione non può non frequentare.

La seconda è la capacità dei giornalisti di capire fino in fondo che non sono più gli esclusivi detentori delle notizie, non sono più gli unici “internediari” tra le notizie (o le loro fonti) e i lettori. Il loro ruolo non viene meno, ma cambia profondamente, diventa addirittura più rilevante perchè aumenta a dismisura la quantità di notizie da filtrare.

Due condizioni semplici da illustrare e facilmente condivisibili. Ma che è difficile, molto difficile, far diventare prassi di lavoro.

Ma dovranno diventarlo per la stessa sopravvivenza del buon giornalismo.

La tortura c’era

Non avrei pensato di tornare a parlare di una storia vecchia di trent’anni se stamattina non vi avesse fatto esplicito riferimento, in un articolo per Repubblica, Adriano Sofri.
Nel 1982 Luca Villoresi, di Repubblica, e io, che lavoravo all’Espresso, venimmo arrestati a Venezia per aver denunciato le torture ai brigatisti che avevano rapito il generale americano James Lee Dozier. In rete c’è il mio articolo di allora e una breve sintesi della vicenda.
Andare in prigione, anche se giornalisti con alle spalle giornali come Repubblica e L’Espresso, non e’ gradevole. Lacera dentro, lascia il segno, cambia qualcosa in te, per sempre.

Quello che però, personalmente, mi ferì forse più delle foto con i ferri ai polsi e del rumore del cancello che si richiude alle spalle, fu l’essere implicitamente, e anche esplicitamente, accusato di aver fatto, con quell’articolo, il gioco dei terroristi. Il clima di quei giorni lo sintetizza bene Sofri riportando un passaggio dell’intervento di Leonardo Sciascia in parlamento.
Oggi, dopo trent’anni, i protagonisti di allora, funzionari di polizia, raccontano la verita’. Confermano che la tortura programmata e’ davvero esistita nel nostro paese. Che l’acqua e il sale non erano l’invenzione di giornalisti fiancheggiatori. Che i poliziotti che denunciarono i loro colleghi e che, per questo, vennero additati come traditori ed emarginati, dicevano solo la verita’.

A me resta l’amarezza di non essere riuscito, allora, a far arrivare i responsabili di fronte a un giudice.

Villoresi e io, semplici e giovani cronisti, arrivammo alla verità con un paio di telefonate alle persone giuste e qualche incontro semiclandestino. I magistrati e i capi di quei funzionari avrebbero potuto fare molto di più e meglio per scoprire cosa accadeva nei distretti di polizia e punire i responsabili. Ma non fecero nulla. Anzi, negarono con forza le evidenze.

Resta però anche un pizzico di soddisfazione che non deve restare solo mia, ed è per condividerla che ho scritto questo post. Oggi ci sono le prove che due cronisti, su questa brutta storia, raccontarono la verità. E che sia davvero acclarata con ben trent’anni di ritardo dimostra solo che della verità non bisogna avere paura. Va cercata, documentata, scritta.

E questo è il semplice ma difficile mestiere del cronista.