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La forza di Ventotene

170201_81D1916_remove_lowNegli ultimi mesi ho avuto un privilegio. Per preparare un libro che esce tra pochi giorni ho passato tanto, tanto tempo con gli uomini  segregati dal fascismo sull'isola di Ventotene. Volevo raccontare le storie di chi vi è stato rinchiuso perché antifascista e che poi non è arrivato fino in fondo. Non è riuscito a vedere il frutto del proprio sacrificio, l'Italia libera e democratica, perché ucciso da una malattia, da un plotone d'esecuzione nazista, da un lager. Seguendo le loro tracce è come avessi passeggiato per le strade della piccola isola del Tirreno con Altiero Spinelli e gli altri, come se mi fossi seduto al tavolo della loro mensa, la mensa E, la mensa Europa. Mangiato con loro, ascoltato i loro discorsi. Quando poi ho rialzato la testa dal lavoro al libro, sempre faticoso e "isolante", mi sono guardato intorno con uno sgomento che non avevo mai provato.

Avevo lasciato gli uomini della mensa E.

Avevo lasciato tutti gli altri che per le viuzze dell'isola studiavano, discutevano facevano politica e che poi si sarebbero ritrovati al centro della vita politica della Repubblica, nella Costituente, al vertice dei partiti e dei sindacati... Tutta gente chiusa Ventotene per le proprie idee, per non voler alzare il braccio destro nel saluto fascista, per non volersi piegare alla legge del più forte.

Avevo lasciato loro a e avevo ritrovato quel che sapevo, ma che adesso vedevo con maggior lucidità. Un'Europa sempre più in difficoltà, un'Italia attraversata da una tempesta politica senza nessuna concreta base teorica, senza nessuna reale prospettiva strategica.

Allora sono andato a rileggermi, ancora una volta, il Manifesto di Ventotene. Tanto per capirsi la sua prima edizione, uscita clandestinamente da Ventotene, porta la data dell'agosto 1941: gli Stati Uniti non erano ancora in guerra, la Germania aveva da poco attaccato l'Unione Sovietica, mancava più di un anno alla disfatta di El Alamein. Eppure l'Europa futura c'era tutta. Un'Europa che doveva rinascere dalle distruzioni della guerra, che doveva portare fratellanza, giustizia sociale, pace. Al suo interno e al di fuori dei propri confini.

Oggi quell'Europa si sta come disfacendo. Lentamente, come per una gigantesca forza d'inerzia negativa. E constatarlo dopo aver "vissuto" a Ventotene per quasi un anno e alla vigilia dei 60 anni dei trattati di Roma fa male, molto male.

Talvolta le medicine più ovvie vengono scartate perché appunto, ovvie e banali. Ma talvolta sono proprie le medicine più semplici a funzionare in modo insospettabile. Ecco, in questo caso la vecchia, buona medicina che su di me ha avuto un effetto eccezionale è sempre la solita. Guardare al passato non per rimpiangerlo o scimmiottarlo, ma per trarne forza per capire il presente e immaginare il futuro.

Nella foto. Ventotene, le rampe che i confinati percorrevano in catene per andare dal porto alla piazza della Chiesa, sullo sfondo l'isola di Santo Stefano (foto P.V. Buffa)

Le Regioni del futuro

cartinaA vedere la cartina che illustra la proposta di modifica dei confini delle Regioni preparata da Roberto Morassut e Raffaele Ranucci, si può restare davvero perplessi: il Triveneto tutto assieme, Viterbo e Umbria con la Toscana, la val d'Aosta con la Liguria, Latina con Napoli... Sembra la cartina di un nuovo Risiko piuttosto che una proposta seria.

Invece va osservata con attenzione, vanno lette le argomentazioni di chi sostiene che sia necessario mettere mano all'organizzazione delle Regioni.

Nicola Zingaretti, presidente del Lazio osserva che "Le circoscrizioni regionali furono definite in un’altra era... I confini regionali non corrispondono più necessariamente ad ambiti ottimali per il buon governo".

Sergio Chiamparino, alla guida del Piemonte, lo aveva preceduto con un chiaro "Siamo pronti a discutere sulla riduzione delle regioni".

L'obiettivo dichiarato è quello di arrivare a un sistema regionale più efficiente e razionale. Si dovrebbero cioè poter fare le cose meglio e con una spesa inferiore.

Una "riforma" del genere può incontrare sul proprio cammino grandi resistenze: dal semplice campanilismo alla brutale difesa di interessi consolidatisi negli anni.

Quindi è soltanto un bene che, in questa stagione che vuole essere una stagione di grandi cambiamenti, se ne parli in termini così concreti.

E se campanilismi e interessi consolidati mostreranno le loro armi vorrà dire che la strada intrapresa è quella giusta.