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Il vaccino antifascista

saluto-romano-675L'approvazione, da parte della Camera, di un nuovo articolo del codice penale che punisce la propaganda nazifascista soddisfa e sconcerta allo stesso tempo.

Soddisfa perché la sua approvazione (vedremo cosa accadrà adesso al Senato) fa tornare d'attualità una tematica che non dovrebbe mai essere abbandonata. Fa ricordare, per chi avesse memoria corta o poche letture alle spalle, cosa sono stati il nazismo e il fascismo. Non libere manifestazioni del pensiero, non semplici ideologie sconfitte dalla storia o considerate superate. Sono state il "male assoluto", la negazione stessa dell'idea di umanità e di convivenza civile. E non penso sia necessario argomentare queste affermazioni...

Sconcerta perché un paese in cui serve una legge per evitare che gruppi di persone facciano propaganda del fascismo o del nazismo è un paese che non conosce il proprio passato, che galleggia su una falsa idea di se stesso, che ritiene che tutto possa dimenticarsi e quindi tutto possa riproporsi. E' un paese che vorrebbe cancellare le ideologie, considerandole icone del passato, ma non vede che rinascono nelle proprie viscere, con nomi diversi, ma con slogan, gesti e finalità che vengono proprio da quel terribile passato.

E' per questo che a quella legge aggiungerei un comma che con il codice penale non c'entra nulla. L'obbligo di studiare, in tutti i tipi di scuole, il fascismo e il nazismo. Ma non parlando solo di guerre e di relazioni internazionali. Ma delle condanne a morte, delle libertà negate, dei lager, dei milioni di morti... Bene, a fondo, con letture che non si possono dimenticare. Con un obiettivo: fare in modo che tra un po' una legge come quella che adesso attende l'approvazione del Senato non serva più, che il nostro paese abbia finalmente metabolizzato il vaccino antifascista.

Non bisogna mettersi alle spalle proprio niente

La fondazione Bertelsmann ha pubblicato uno studio su quello che pensano tedeschi e israeliani di se stessi, delle reciproche relazioni, del mondo. E della storia, della memoria dell'Olocausto.

Il dato che ha suggerito ai giornali titoli come "sondaggio shock" è quello che rivela che 81 tedeschi su cento vorrebbero lasciarsi alle spalle la storia dell'Olocausto, non parlarne più, lasciarla ai libri di storia.

Comprensibile che si voglia tagliare con il passato e guardare soltanto avanti. E' il modo forse più efficace per anestetizzare il dolore e i traumi. Non essere continuamente costretti a guardare dentro se stessi alleggerisce la vita. Lo fa ciascuno di noi ogni giorno quando dimentica, non riporta alla memoria i momenti peggiori del proprio passato. Li fa diventare, appunto, storia, non li vive come un presente con cui fare i conti ogni mattina quando si guarda allo specchio.

Ma per la Germania, per l'Olocausto, per tutti gli orrori dei secoli passati e dei secoli a venire non si può fare la stessa cosa.

I tedeschi di oggi, come sa bene chi li governa, hanno il dovere etico e politico di non mettersi alle spalle proprio niente. Hanno, al contrario, il dovere di essere se stessi, con la loro storia, con le terribili sofferenze che hanno inferto e patito, con la forza dimostrata nel guardare nella propria anima. E, con tutto questo, di essere un perno essenziale dell'Europa in pace e un monito straordinario per l'umanità.

E, come loro, nessuno deve mettersi alle spalle proprio niente. Il dolore inferto e patito dai nostri nonni deve vivere al nostro fianco. Dobbiamo studiarlo e farlo studiare. Ricordarlo e farlo ricordare. Dobbiamo, in una sola parola, coltivare la memoria di noi stessi. Non solo oggi, 27 gennaio, giorno dedicato alla Memoria. Ma sempre.

Un giorno uno studente liceale, dopo aver ascoltato racconti sulle stragi nazi fasciste in Italia, ha fatto una domanda semplice e diretta: "Che senso ha ricordare dopo 70 anni? Perché parlare ancora?". Gli è stato risposto così: "Noi siamo qui in mille. Ecco, se uno solo di noi uscirà di qua dicendosi che farà di tutto perché questo non accada più vorrà dire che parlarne oggi ha avuto senso, molto senso".

La libertà è di tutti

Basta con le polemiche su chi può o non può festeggiare il 25 aprile. Su di chi è o non è la festa che ricorda il giorno in cui l’Italia è tornata libera.
Il 25 aprile è di tutti gli italiani che lo vogliono. E dovrebbero volerlo tutti e tenerselo ben stretto.
Perché quel giorno finì l’occupazione nazista e l’Italia iniziò a diventare quella che è oggi: libera e repubblicana.
Il 25 aprile, in particolare, dovrebbero volerlo anche coloro che sono stati fascisti perché da lì è iniziata anche la loro libertà e quella dei loro padri.
E non gli andrebbe impedito di festeggiarlo. Proprio in nome della libertà conquistata quel giorno e a un solo patto: chi festeggia il 25 aprile dichiari di dire anche no, in modo irreversibile, a tutti i fascismi. Di ieri e di oggi.