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E adesso sì

>>>ANSA/EUROPEE: ULTIMA VOLATA, I TRE LEADER NELLE PIAZZEDal mese di aprile, quando argomentai perché la riforma costituzionale era a mio avviso errata e perché bisognava opporsi alla sua approvazione, sono successe davvero tante cose. Così tante e complesse che approfondire le conseguenze delle nuove norme costituzionali, analizzarne distorsioni e disequilibri, sembra quasi un esercizio inutile e stantio e decidere in serenità sembra oggi impossibile. Lo scontro sul voto è ormai tutto politico, di schieramento. Prescinde quasi completamente dal reale contenuto della legge. Si fa propaganda per slogan, si voterà di pancia e non di testa. E' quindi secondo me obbligatorio decidere di votare tenendo conto di quello che è accaduto da aprile a oggi. Provo ad abbozzare un ragionamento isolando alcune delle questioni sul tappeto.

  1. L'errore iniziale del presidente del Consiglio Matteo Renzi, quello di dire "Se non passa la riforma io me ne vado" è diventato il padre (o la madre) di tutti gli errori. Ha fatto diventare il dibattito, e il conseguente voto, sul merito del testo di riforma una lotta tra due schieramenti nella quale l'Italia si sta dividendo in un'atmosfera da 1948.
  2. In questi giorni, a sentire certi dibattiti e ad ascoltare le opinioni della gente comune, sembra che essere per il sì voglia dire essere per la conservazione, per mantenere il potere ai politici, per dare il paese a Renzi e ai suoi. Ed essere per il no sembra invece voglia dire essere tra coloro che vogliono davvero il cambiamento, che vogliono mandare a casa i politici corrotti, che vogliono una nuova Italia. Una semplificazione irritante e profondamente errata.
  3. Renzi e i suoi, con tutti gli errori commessi, "non sono" la vecchia classe politica e hanno comunque cercato una soluzione a problemi mai risolti (dall'ormai mitico bicameralismo perfetto, al Cnel, alle Regioni, alle province...). E stanno comunque cercando, pur con errori non secondari, di dare una rotta diversa al nostro paese.
  4. Nel fronte del no si mischiano persone integerrime che non vogliono vedere quegli articoli diventare Costituzione, pezzi di sinistra che spesso perdono di vista gli obiettivi strategici, simboli di un passato fallimentare come Silvio Berlusconi, leader politici che hanno inneggiato alla vittoria di Trump (Grillo e Salvini). Schieramento politico a dir poco disomogeneo.
  5. Se vince il sì Renzi ovviamente si rafforza, ma è tenuto a dare seguito a una promessa che, non mantenuta, lo screditerebbe in modo serio e decisivo: la modifica dell'Italicum, per evitare di consegnare il paese al 25 per cento degli elettori, e l'elezione diretta dei senatori. In questo modo due tra le principali storture introdotte dalla nuova Costituzione verrebbero fortemente attenuate.
  6. Se vince il si il paese non viene, per i prossimi decenni, consegnato a Renzi e i suoi, non si va incontro al rischio di una dittatura.
  7. Se vince il no si apre una stagione di grande incertezza con un probabile sbocco elettorale a breve termine. Ma con quale legge elettorale visto che l'Italicum, attualmente in vigore, non prevede l'elezione del Senato? Materia giuridicamente complessa ma non è difficile prevedere su questo tema scontri feroci. Chi ne uscirà vincitore? Se il no vincerà con ampi margini non è difficile immaginare che la guida del paese potrebbe essere presa, in forme articolate, da una strana miscela di Cinque Stelle e Lega.

Messi sulla bilancia questi ragionamenti, calibrati pesi e contrappesi, sono personalmente arrivato a una conclusione per me anomala. Quel no alla riforma costituzionale al quale ero arrivato dopo uno studio del testo abbastanza attento lascia il posto a un sì pronunciato con decisione e con il concreto auspicio che i cambiamenti promessi diventino rapidamente realtà.

 

Maggioranza silenziosa? No, grazie

renziMatteo Renzi sta usando sempre più spesso il termine "maggioranza silenziosa" per individuare gli italiani che, secondo lui, se ne stanno in silenzio, ma poi voteranno si al referendum. Beh, molti degli italiani che hanno qualche anno sulle spalle potrebbero davvero irritarsi a essere individuati come "maggioranza silenziosa". In Italia la maggioranza silenziosa, un movimento nato nel 1971, era un misto di qualunquismo, postfascismo e anticomunismo che prese le mosse dalla paura delle piazze rosse, dalla paura del 68. C'è chi potrebbe rispondere a Renzi: "Maggioranza silenziosa a me? In silenzio ti mollo un no, caro Matteo".

Speriamo però che la gran quantità di errori e scivolate accumulate in questa lunga campagna referendaria dal presidente del consiglio (a iniziare dal padre di tutti gli errori: "Se vince il no me ne vado") si perdano per strada e, al momento di votare, ciascuno di noi abbia ben chiaro quello che è in gioco.

Non la vita o la morte. Non il sole o il diluvio universale. Ma cose ben precise e che, purtroppo, più passa il tempo meno sono collegate al merito della riforma che siamo chiamati a votare.

 

Non facile

In vista del referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale una questione cruciale non riguarda quella riforma bensì la legge elettorale. Una questione all'apparenza complessa e molto tecnica ma decisiva per l'assetto istituzionale prossimo venturo.

La legge chiamata "Italicum", in massima sintesi, consente al partito che raccoglie inizialmente anche solo il 20-25 per cento dei voti di arrivare, dopo il ballottaggio e grazie al premio di maggioranza, ad avere la maggioranza della Camera dei deputati. E quindi di consentirgli, se dovesse essere confermata la riforma della Costituzione, di esprimere da solo il presidente del consiglio, dare la fiducia al suo governo, approvare leggi, nominare tre giudici costituzionali eccetera eccetera. E' il nodo del dibattito intorno alla riforma costituzionale, emerso con chiarezza anche durante il confronto televisivo tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky. In altre parole: una legge elettorale che dà così tanto potere a un solo partito, anche se non ha un base di consensi maggioritaria, rafforza il più evidente e sottolineato difetto del nuovo impianto costituzionale. Uno squilibrio di poteri che metterebbe il paese nelle mani di un solo partito senza i necessari contrappesi.

E' per questo che la modifica della legge elettorale è importante e, per certi aspetti, decisiva. Servirebbe una legge capace di favorire l'aggregazione tra le forze politiche, che eviti di consegnare il paese a un partito appoggiato da un quinto degli elettori e che dia il giusto spazio alle opposizioni. I modelli sono tanti. Personalmente vedrei il ritorno ai collegi uninominali del Mattarellum, con o senza ballottaggi e con le dovute correzioni, come un bel ritorno al rapporto diretto dei cittadini con i legislatori. Ma anche altri sistemi raggiungono ugualmente lo scopo. Basta individuarne uno e mettersi d'accordo prima del referendum. Cosa non facile ma nemmeno impossibile.

 

Semplicità e consenso

Gianfranco Pasquino, politologo, autore de “Le parole della poGianfranco Pasquino, Andrea Pertici, Maurizio Viroli e Roberto Zaccaria, sostenitori del No al referendum costituzionale, hanno elaborato una proposta di "manutenzione" della Carta in alternativa a quella approvata dal Parlamento e sostenuta dal governo di Matteo Renzi. Eccone una estrema sintesi (qui il testo integrale da scaricare).

Deputati e senatori. Riduzione drastica del numero ma mantenendo lo stesso rapporto tra le due Camere: 470 deputati e 230 senatori. Per un totale di 700 eletti a cui ridurre stipendi e rimborsi.

Governo. La fiducia gli viene data dalla sola Camera dei deputati. Il Senato libero dal "dal vincolo politico con l’esecutivo" potrebbe esercitare al meglio una incisiva attività di controllo.

Formazione delle leggi. Mantenimento della doppia lettura delle leggi con una commissione bicamerale paritetica per approvare leggi su cui le due assemblee hanno posizioni divergenti.

Democrazia diretta. Abbassamento del quorum necessario per la validità di un referendum. Obbligo di pronunciarsi sulle leggi di iniziativa popolare.

Cnel. Abolizione

Sono punti su cui si può essere più o meno d'accordo. Personalmente condivido pienamente quello che delinea Camera e Senato mentre mi convince di meno l'idea di mantenere la doppia lettura delle leggi. Ma quello che difficilmente non può non convincere è il metodo seguito per arrivare a queste conclusioni.

Il metodo, come si spiega nel breve documento che  illustra la proposta, della semplicità e del consenso. Per questo si parla di "manutenzione con modifiche significative" e si mantiene il bicameralismo perché non si registra"la necessaria convergenza per passare al monocameralismo".

Se il governo Renzi avesse seguito lo stesso metodo avrebbe potuto recepire soluzioni che avrebbero evitato il pasticcio del Senato semi-abolito e costruito una legge più efficace e meno "stravolgente".

 

De Gaulle e Renzi

degaullematteo-renzi

Rileggiamo insieme una pagina importante della storia recente della Francia.

1969. Presidente francese è Charles De Gaulle, l'uomo della guerra contro i tedeschi e il fondatore della Quinta Repubblica. Va a referendum una riforma costituzionale da lui fortemente voluta e che riguarda Senato e Regioni, due temi che sono parte cruciale anche della riforma costituzionale su cui in autunno saranno chiamati a votare gli italiani.

De Gaulle affida il proprio futuro politico all'approvazione di quella nuove regole e in uno storico discorso del 26 aprile 1969 dice testualmente: "..si je suis désavoué par une majorité d'entre vous...je cesserai aussitôt d'exercer mes fonctions" (Se verrò sconfessato da una maggioranza di voi... cesserò immediatamente di esercitare le mie funzioni).

Il referendum diventa così un voto pro o contro De Gaulle e il generale ne esce sconfitto. Dieci minuti dopo la mezzanotte del 28 aprile annuncia che cessa di esercitare le funzioni di presidente della Repubblica e che questa decisione avrà effetto alle ore 12 dello stesso giorno. Così si ritirò dalla scena politica l'uomo che aveva ricostruito e disegnato la Francia post-bellica.

Anche l'attuale presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, ha puntato tutto sulla riforma costituzionale su cui andremo a votare nel prossimo autunno. Il 20 gennaio 2016, in Senato, ribadì che "nel caso in cui perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza politica".

Ecco. In politica i paragoni, spesso, possono risultare azzardati. Ma se Renzi avesse letto (o riletto, o ricordato) cosa accade in quel passaggio della politica francese forse ne avrebbe potuto trarre qualche monito. Per se stesso, ma anche per il nostro paese.

(Qui sotto i discorsi di De Gaulle e Renzi)

Spacchettamento

Spacchettamento. E' la brutta, ma magica parola che in questi giorni sta girando sempre più freneticamente per le strade della Roma politica. Spacchettare il referendum sulla riforma costituzionale vuol dire chiamare gli elettori a votare non più su tutta la riforma, si o no, ma su diversi "pacchetti", su gruppi di articoli omogenei. Lo avevano proposto i costituzionalisti che, lo scorso aprile, si erano pronunciati contro la riforma e ne avevo parlato, condividendo l'idea, anche in questo blog.

Il percorso verso lo spacchettamento, oltre a porre complesse tematiche giuridiche, ha tempi stretti e tortuosi. Ma, malgrado questo, è un'ipotesi che piace sempre di più anche all'interno della maggioranza. 

Il motivo è semplice. Lo spacchettamento disinnescherebbe la bomba a orologeria accesa da Matteo Renzi giocando tutto sull'esito del referendum.  La disinnescherebbe sia nei tempi che nel merito.

Nei tempi perché la procedura complessa, secondo gli esperti, porterebbe a un quasi sicuro slittamento della consultazione alla primavera del 2017, sempre più vicino cioè alla scadenza naturale della legislatura (15 marzo 2018). E con maggior maggior tempo a disposizione per una eventuale, e auspicabile, revisione della legge elettorale.

Nel merito perché ampie parti della riforma riscuotono consensi anche unanimi. Basti pensare al bicameralismo o all'abolizione di province e Cnel. Molti "pacchetti" verrebbero così senz'altro approvati e l'eventuale vittoria del no su alcuni punti (primo fra tutti quello che riguarda il nuovo Senato) avrebbe un impatto politico decisamente minore.

 

 

Perché no

Riforme:Renzi,non so se lieto fine ma è buon inizio

Se la legge di modifica della Costituzione, da poco approvata dal Parlamento, verrà sottoposta a referendum confermativo voterò no.

  • No alla dichiarata volontà del presidente del Consiglio Matteo Renzi di far diventare questo voto un plebiscito pro o contro di lui. Una legge destinata a incidere per decenni sull'assetto istituzionale del paese la si costruisce condividendo il più possibile i principi su cui si fonda. Non a colpi di maggioranza o grazie a ultimatum politici.
  • No allo squilibrio istituzionale che creerebbe. Viene analizzato compiutamente dai cinquanta giuristi che hanno sottoscritto un documento "contro" la legge che condivido integralmente. Qui mi limito a sottolineare la più macroscopica distorsione. Questa legge, combinata con la legge elettorale approvata l'anno scorso (l'Italicum), rischia di dare a una sola parte politica, con una forza iniziale anche inferiore al 30 per cento dei voti validi, un enorme potere privo di adeguati bilanciamenti. Semplificando al massimo: un partito con il 25-30 per cento dei voti capace poi di vincere le elezioni al ballottaggio e quindi di ottenere la maggioranza assoluta della Camera (340 deputati) potrebbe, nel giro di qualche anno, controllare, oltre al governo, i posti chiave delle istituzioni, proprio quelli che garantiscono equilibrio e controllo dell'attività dell'esecutivo. Il presidente della Repubblica, visto lo squilibrio numerico tra Senato e Camera, potrà essere eletto dai deputati della maggioranza più un pugno altri parlamentari. E di conseguenza la stessa maggioranza potrebbe arrivare a controllare la Corte costituzionale con i tre giudici eletti dai deputati e i cinque nominati dal presidente della Repubblica.
  • No al falso risparmio. Uno degli obiettivi dichiarati della riforma è stato risparmiare sulle spese della politica. Il mezzo per raggiungerlo è stato, in sostanza, l'abolizione delle indennità dei senatori non più eletti direttamente. Ma i deputati sono sempre 630 e il Senato "a mezzo tempo" che è stato concepito non ha quei poteri di controllo e di indagine indispensabili in un sistema che dà così tanta forza a chi vince le elezioni. Non sarebbe stato meglio avere soltanto 500 parlamentari, tutti eletti direttamente dai cittadini? Quattrocento deputati e cento senatori, i primi che danno la fiducia al governo, i secondi capaci di esprimere davvero le esigenze del sistema regionale e di controllare (non ostacolare, non intralciare) l'azione del governo? Si sarebbe risparmiato molto di più e ne sarebbe nato un sistema decisamente più equilibrato.
  • No al "tutto o niente". Alcuni principi base della riforma (abolizione del bicameralismo perfetto, maggiore incisività dell'azione di governo...) sono sacrosanti. Ma vengono travolti dalle molte storture.

Una questione cruciale

Ancora una volta un nodo politico sta arrivando ai cittadini, agli elettori, come uno dei tanti scontri tra partiti o fazioni di partiti e non per quello che è: una questione cruciale per il futuro del nostro paese.

Mi riferisco all'elezione dei senatori che in queste giornate agostane è oggetto di una prova di forza di Matteo Renzi contro tutti gli altri, dentro e fuori il suo partito.

I termini della questione, ridotti all'osso, sono semplici. Il Senato deve discutere e approvare la riforma della costituzione che prevede l'abolizione del bicameralismo perfetto (quasi tutte le leggi verranno approvate dalla sola Camera) e l'elezione indiretta dei senatori. Sul primo punto non ci sono discussioni. Lo scontro è sul secondo, e va avanti da mesi.

Chi vuole, al contrario di quello che prevede adesso il disegno di legge,  l'elezione diretta dei senatori sostiene che la nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum) formerà una Camera sostanzialmente di nominati guidata dal partito che avrà conquistato il premio di maggioranza. E sarà questo partito ad avere di fatto in mano una gran quantità di poteri  che arriva fino all'elezione del presidente della Repubblica e alla nomina dei giudici costituzionali. Un sistema siffatto ha assoluto bisogno di un Senato che, benché escluso dal normale processo di formazione delle leggi, abbia forti poteri di controllo e un'autonomia e una forza che solo un mandato diretto degli elettori  può conferirgli.

Questo, in massima sintesi, sostiene chi, anche dall'interno del Partito democratico, chiede una revisione della legge in questo senso.

Un'esigenza che, personalmente, avverto come davvero essenziale per far nascere un sistema che sappia dare stabilità e forza all'azione di governo all'interno di un equilibrato meccanismo di controlli e contrappesi.

E l'arrivare o meno a una soluzione del genere è davvero una questione cruciale.

Nessuna delega in bianco

La legge elettorale fortemente voluta dal governo di Matteo Renzi non è la migliore delle leggi possibili. E' frutto di numerosi compromessi e consegna solo in parte, agli elettori, la vera scelta dei propri rappresentanti. Ma ha una qualità che in Italia inseguiamo da sempre. Allo spoglio dell'ultima scheda del primo turno o dell'eventuale ballottaggio sapremo con certezza chi guiderà il paese per i successivi cinque anni. Avremo così un presidente del Consiglio che, di fatto, sarà eletto direttamente dal popolo e che, proprio da questa investitura, trarrà la sua forza maggiore.

Una legge elettorale, quindi, che incide profondamente sulla forma di governo e quindi sul delicato sistema di equilibrio tra poteri dello Stato. L'esperienza delle democrazie occidentali insegna che più aumenta il potere consegnato all'esecutivo e alla maggioranza che lo sostiene, più deve aumentare il sistema di contrappesi e garanzie. Non per ostacolare l'azione di governo ma per tenerla nei giusti binari delle regole democratiche. La delega in bianco a governare, in democrazia, non la si consegna a nessuno.

Per questo la partita cruciale sul nostro futuro si giocherà intorno alla complessa riforma costituzionale che, tra le altre cose, abolisce il bicameralismo perfetto e il Senato elettivo. E' in quella sede che dovrebbe prendere corpo un riequilibrio tra poteri che, nel testo licenziato dalla Camera, non c'è.

Qualche esempio per capirsi.

  • Un Senato composto da senatori a mezzo tempo (dovrebbero essere consiglieri regionali e sindaci) non potrà avere lo stesso impegno di un ugual numero di senatori a tempo pieno, magari eletti con un sistema proporzionale puro per garantire una rappresentanza completa e omogenea. E per non spendere di più si potrebbe ridurre il numero dei componenti della Camera: se cento sono i senatori eletti, cento deputati in meno.
  • Un Senato così composto (o anche quello non elettivo, ma sicuramente in modo meno efficace) dovrebbe essere di dotato di poteri più incisivi su almeno due questioni: la nomina dei giudici costituzionali (il testo attuale prevede che il Senato ne possa nominare solo due su quindici) e il potere di inchiesta (fino a oggi limitato alle sole questioni "concernenti le autonomie territoriali").
  • L'elezione del presidente della Repubblica, che rappresenta l'unità nazionale ed è il massimo organo di garanzia del paese, dovrebbe avvenire su una base  più larga di quella attualmente prevista (seicentotrenta deputati la cui forte maggioranza sarà di un unico partito e cento senatori) proprio per evitare che una maggioranza formatasi attraverso un generoso premio si aggiudichi anche la massima carica dello Stato.

 

Possono sembrare ritocchi secondari. Interventi di questi tipo sono invece essenziali per creare un  efficiente ma equilibrato assetto istituzionale.

Il brivido

Ho letto e riletto il testo di riforma costituzionale approvato dal Senato.

Riga dopo riga ho percepito materialmente, toccandola quasi, la portata storica di quello che stavo leggendo. Se arriveranno alla loro approvazione definitiva quelle righe, quelle parole sanciranno davvero il passaggio dalla Repubblica nata nel 1946 (o nel 1948 se si vuole considerare l’entrata in vigore della Costituzione) a una Seconda Repubblica basata su un diverso Parlamento,  un diverso sistema di formazione delle leggi, un diverso equilibrio tra i poteri dello Stato.

Nel testo finale ho ritrovato tutti quelli che, secondo me, sono difetti rilevanti del nuovo impianto e sui quali abbiamo più volte ragionato. Senza tornare sugli importanti dettagli possiamo riassumerli in un’unica generale considerazione: la Seconda Repubblica rischia di nascere senza quell’equilibrio tra poteri che è essenziale quando si da maggior forza al potere esecutivo.

Ma leggendo e rileggendo ho anche provato un brivido.

Riga dopo riga ripassavano nel retro del mio cervello le cronache di questi primi giorni di agosto, la battaglia al Senato, perché di vera battaglia si è trattato, per arrivare all’approvazione, gli insulti, i feriti. E vedevo il terribile contrasto tra la portata storica di quello che si andava discutendo e le ruvide modalità del confronto parlamentare.

Quando il ragionamento viene schiacciato dall’esigenza di ottenere comunque un risultato il rischio del clamoroso errore è elevato, molto elevato. Per questo il brivido, un brivido di paura.

Auguriamoci allora che questi giorni di pausa estiva servano a far riflettere i vincitori, a far analizzare meglio le ragioni di chi si è opposto e si oppone a molte parti di questa riforma. Per arrivare alla Camera dei deputati con quei significativi ritocchi che possono solo rafforzare le fondamenta di una Seconda Repubblica di cui abbiamo davvero bisogno.

Autoritarismo e riforma costituzionale

L’articolo 16 del disegno di legge di riforma della Costituzione presentato dal governo  e in discussione al Senato dice testualmente: “(Inchieste parlamentari) 1. All’articolo 82, primo comma, della Costituzione, le parole: «Ciascuna Camera» sono sostituite dalle seguenti: «La Camera dei deputati»”. Se questo testo venisse approvato l’articolo 82 della Costituzione diventerebbe così: ” La Camera dei deputati può disporre inchieste su materie di pubblico interesse. A tale scopo nomina fra i propri componenti una commissione formata in modo da rispecchiare la proporzione dei vari gruppi. La commissione di inchiesta procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’Autorità giudiziaria”. La modifica poi approvata in commissione che affida al Senato “inchieste su materie di pubblico interesse concernenti le autonomie territoriali”, sposta di poco la questione. Perché questo delle commissioni d’inchiesta  è uno degli esempi che autorizzano a definire la riforma proposta dal governo una riforma non equilibrata e, in qualche modo, “autoritaria”.

La nuova Camera si formerà grazie a un premio di maggioranza che, correttamente, forzerà la volontà popolare e garantirà stabilità. La stessa Camera darà, da sola e correttamente, la fiducia al governo. La stessa Camera approverà le leggi. La stessa Camera, con l’aggiunta dei senatori “non eletti” e percentualmente non particolarmente influenti (un centinaio su oltre 600 deputati), eleggerà il presidente della Repubblica. La stessa maggioranza che governa la Camera e ha eletto il presidente della Repubblica nominerà otto giudici costituzionali su quindici e, quindi, avrà il controllo della Suprema Corte. La stessa maggioranza infine, e stando al nostro esempio, controllerà le commissioni di inchiesta “con gli stessi poteri e limitazioni dell’autorità giudiziaria”.

Per dirla in altro modo: se la stessa maggioranza vince due elezioni consecutive e si aggiudica il “premio” avrà in mano tutte le leve fondamentali del paese: governo, presidenza della Repubblica, Corte costituzionale… e commissioni di inchiesta.

Questo è il pericolo autoritario di cui si parla. Questa è la ragione per cui sarebbe bene che la riforma costituzionale proposta dal governo  non vedesse la luce così com’è.

Per garantire i due principi base (governabilità e riduzione del numero dei parlamentari) sarebbero sufficienti l’abolizione del bicameralismo e la riduzione del numero di deputati e senatori (400 e 100, per esempio).

La funzione di garanzia del presidente della Repubblica potrebbe essere essere rafforzata allargando la base elettorale ai rappresentanti delle autonomie ancor più di quanto sia adesso.

Un senato composto da cento senatori eletti ma non rieleggibili potrebbe avere un peso maggiore nella nomina dei giudici costituzionali e svolgere quelle forti funzioni di controllo (come le commissioni di inchiesta, ma non solo) indispensabili per un corretto funzionamento di una democrazia che dà forti poteri all’esecutivo.

La barricata

Si stringono i tempi sulle riforme del nostro impianto istituzionale: Senato e legge elettorale. E questa è una buona notizia.

Ma aumentano anche i dissensi sulla “non elettività” del Senato, la “fronda” trasversale, interna ai partiti, che vede sulla stessa, provvisoria sponda, tra gli altri, Vannino Chiti Augusto Minzolini.

Io, in tutta sincerità e come ho già avuto modo di osservare, non capisco perché la “non elettività” stia diventando un barricata da difendere quasi a ogni costo. Per risparmiare? Per fare un taglio di costi chiaro e visibile da tutti? Può darsi. Ma ancora nessuno ha spiegato con adeguata chiarezza perché non possa essere seguita un’altra e, a mio avviso, più efficiente strada.

Oggi abbiamo 630 deputati e 315 senatori (più quelli a vita nominati dal presidente della Repubblica) per un totale di 945 parlamentari eletti. La proposta del governo Renzi, se dovesse essere approvata, lascerebbe i 630 deputati eletti direttamente a cui andrebbe aggiunto  il centinaio di senatori senza indennità ed eletti da consigli comunali e regionali ma che sempre a degli uffici dovrebbero appoggiarsi per svolgere il loro lavoro.

Se noi immaginassimo un parlamento eletto direttamente e composto da 400 deputati e 100 senatori (non rieleggibili) avremmo un minor numero complessivo di parlamentari (130 in meno con conseguente, significativo risparmio) e una maggiore teorica efficienza  di una Camera meno pletorica (cosa farebbero mai 400 deputati meno di di 630?) e di un Senato composto da senatori a tempo pieno.

Quanto ai poteri mi sembrano corretti quelli previsti dalla riforma governativa. Anche se cento senatori a tempo pieno e non rieleggibili potrebbero esercitare una incisiva funzione di controllo sugli atti governativi e avere forti poteri di inchiesta. Il che potrebbe non essere secondario in un sistema che sta prevedendo, come è giusto che sia, una legge elettorale che assegni a un’unica camera una maggioranza capace di esprimere un governo stabile e con maggiori poteri dell’attuale.

Il vento che non mi piace

Il vento che non mi piace è quello che porta in giro per le case e per i palazzi d’Italia concetti di questo tipo:

“Se si intralcia il cammino delle riforme, se se ne ritardano i tempi, se si presentano progetti alternativi a quelli del governo, vuol dire che non si crede nel rinnovamento, che lo si boicotta, che si è conservatori dentro, che si disturba il manovratore che sta lavorando per il bene del paese”.

Nessuno, nell’ampia area della sinistra, fa forse un discorso così diretto ed esplicito. Ma il vento si insinua dappertutto, è potente, i pensieri li fa diventare convincimenti. E quindi è bene non diventarne prigionieri. Proprio per partecipare, come appuntavo qui, a quella che potrebbe diventare una grande Vittoria.

Vorrei dunque dire due parole sulla profonda riforma del parlamento proposta dal governo. In particolare per quello che riguarda il Senato.

Su un punto non mi pare ci possa essere discussione: abolizione della doppia lettura delle leggi, il cosiddetto bicameralismo perfetto.

Su altre questioni mi pare invece si debba discutere, e molto, perché ne va degli equilibri futuri della nostra democrazia. Ne scelgo due.

Composizione delle Camere e numero dei parlamentari. La non elettività diretta dei senatori non mi sembra di per sé un valore, creerebbe un’assemblea a “mezzo servizio”, qualunque esso sia. Più incisivo e con effetti decisamente maggiori sul risparmio sarebbe ridurre drasticamente il numero di deputati e senatori, tipo 400 in tutto o poco più. Lo prevede, ad esempio, la proposta di Vannino Chiti sottoscritta da una ventina di parlamentari del Partito democratico.

Compiti del Senato. Il Senato, non avendo più come funzione principale l’approvazione delle leggi e non votando la fiducia, potrebbe diventare la marcia in più del nuovo parlamento italiano. Importanti competenze, soprattutto per quello che riguarda il raccordo con le autonomie, sono previste nella proposta del governo. Altre, decisive, potrebbero delineare un forte Senato di garanzia con il potere di intervenire su leggi chiave come quelle costituzionali ed elettorali, di avere poteri di inchiesta sugli atti del governo e della pubblica amministrazione. Se la sua elezione rispettasse poi un criterio regionale-proporzionale il Senato potrebbe diventare uno straordinario elemento di equilibrio in un sistema che, per come si sta delineando, darà grandi poteri a chi vincerà le elezioni anche partendo da una maggioranza relativa non eccessivamente ampia.

 

Santa Costituzione

In questi ultimi anni mi sono sorpreso non so quante volte a dire a me stesso e a sostenere in pubblico: grazie al cielo l’hanno fatta proprio bene questa nostra Costituzione…

E ho sempre pensato, dicendo questo, alla impalcatura generale, direi allo scheletro della Carta.

E’ uno scheletro di grande robustezza, costruito con sapienza da studiosi usciti da una dittatura e che sapevano di essere alla vigilia di profondi cambiamenti sociali e politici.

Dobbiamo soprattutto a questo scheletro se la nostra democrazia è ancora in piedi. Se gli attacchi ai corretti rapporti tra poteri dello Stato sono stati respinti. Se un capo dello Stato ha potuto interpretare in modo così incisivo il suo ruolo di punto di equilibrio e garanzia dell’intero sistema.

Ed è per questo che, personalmente, non ho mai percepito l’esistenza di una Seconda Repubblica. Siamo sempre nella prima, unica, Repubblica nata il 2 giugno 1946.

La Seconda deve arrivare al più presto. Il vecchio scheletro, seppur robusto, scricchiola.

Il problema è che bisognerebbe essere capaci di costruirne uno altrettanto resistente e di maggiore elasticità: non è cosa che si fa nei ritagli di tempo o con costituzionalisti improvvisati.

Fino a quel momento è bene tenerci stretta questa nostra vecchia ma santa Costituzione.