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L’Alcatraz italiana

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L'ultima settimana ho passato qualche giorno sull'isola di Ventotene per seguire un convegno sul carcere di Santo Stefano, il vecchio ergastolo abbandonato, e per capire se davvero ha senso impiegare energie e risorse per sistemarlo e dargli un futuro. Il governo ha infatti stanziato 70 milioni per rimettere in piedi il carcere. L'interrogativo, quindi, è legittimo. Sono arrivato alla conclusione che, a certe condizioni, ha molto senso recuperare quel pezzo di storia d'Italia. In un articolo sull'Espresso cerco di spiegarlo. Lo si può leggere qui 

Hotel Regina Coeli

_D8E6787Regina Coeli, San Vittore, Poggioreale. Il dibattito sul destino delle tre grandi carceri che vivono nel centro di tre grandi città (Roma, Milano, Napoli) è innestato. Il governo sta approntando un piano per vendere i grandi e obsoleti istituti ai privati e costruire carceri moderne alle periferie delle città. Nulla da eccepire sul piano penitenziario. Chi anche solo per un attimo si è affacciato al di là dei cancelli di Regina Coeli piuttosto che di San Vittore o di Poggioreale, sa quanto alla pena della privazione della libertà si aggiunga quella di vivere in strutture secolari e inadeguate.

Ma cosa fare di questi enormi complessi? La loro storia è strettamente intrecciata con quelle delle città. In quelle celle, in quei corridoi, in quei cortili generazioni e generazioni di italiani hanno sofferto. Poco importa che fossero colpevoli o innocenti. I luoghi di sofferenza vanno rispettati. Così come vanno rispettati i luoghi che hanno visto passare la storia del nostro paese. Negli anni dell'occupazione nazista e della Repubblica sociale nelle grandi carceri cittadine sono stati rinchiusi uomini della resistenza ed ebrei, dalle celle di Regina Coeli vennero prelevati i martiri delle Fosse Ardeatine... Per tutto questo l'idea, di cui già si parla, di sfruttare economicamente questi complessi (alberghi, centri commerciali...) mi ripugna.

Posti così dovrebbero diventare centri di aggregazione culturale, di memoria storica, di studio. Non posti dove divertirsi e dimenticare quello che sono stati.

Alla fine del mondo, a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, c'è il carcere intorno al quale nacque la città. Una volta dismesso è diventato un museo (nella foto) in cui si racconta, cella per cella, la storia di quella parte di mondo, Ci sono le storie dei prigionieri e dei velieri scomparsi, degli avventurieri e dei santi, della gente comune e dei generali.

E Alcatraz, in mezzo alla baia di San Francisco? Poteva diventare uno straordinario albergo a cinque stelle. Ma gli americani lo hanno preservato com'era. E adesso nelle celle e lungo i corridoi raccontano, alle decine di migliaia di turisti che lo visitano, la storia di banditi ed evasi. Molto all'americana, ma in modo efficace.

In Italia c'è un progetto simile appena abbozzato. Riguarda l'ex ergastolo dell'isola di Santo Stefano, a un miglio da Ventotene, nell'arcipelago pontino. Un sostanzioso stanziamento del governo vuol far diventare quell'enorme e ormai fatiscente struttura, in cui soffrirono e morirono migliaia di persone e dove venne rinchiuso anche Sandro Pertini, un centro di cultura europea.

Ecco, si faccia lo stesso con le grandi carceri cittadine. Diventino i gangli di un tessuto capace di costruire e tenere viva la memoria storica del nostro paese.

Gli alberghi no, per favore. Proprio no.