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“Massacrato di botte”

Dunque ci sarebbero le "botte", le "botte" subite in una caserma dei carabinieri all'origine della morte di Stefano Cucchi.

Lo dicono in maniera chiara e netta due militari dell'Arma ascoltati dai difensori della famiglia del ragazzo morto all'ospedale Pertini il 28 ottobre 2009. Certo, adesso si dovranno attendere le decisioni dei magistrati, ma quello che dicono i due carabinieri, un uomo e una donna, è quello che tutti noi abbiamo pensato vedendo il corpo martoriato di Cucchi.

Perché negare? Perché coprire? Perché non ammettere subito quello che affermano oggi i due testimoni della difesa, cioè che i carabinieri che avevano in consegna Cucchi "non si erano regolati", avevano esagerato con le "botte"?

I responsabili avrebbero subito pagato per quello che è uno dei reati più pericolosi per la salute di una democrazia, l'abuso del potere affidato dallo Stato a un proprio cittadino per far del male, picchiare, torturare.

Stefano Cucchi e i suoi familiari avrebbero avuto giustizia.

Il rapporto di fiducia tra i cittadini e le forze dell'ordine sarebbe, paradossalmente, cresciuto.

E invece, siamo qua, dopo sei anni ad aspettare la verità che, se arriverà, arriverà dopo lunghi slalom tra menzogne e reticenze andati avanti solo grazie alla tenacia della sorella di Stefano, dei suoi familiari, dei suoi amici vecchi e nuovi.

Questo, in una comunità con anticorpi efficienti, non dovrebbe proprio accadere. Mai.

Indossare una divisa

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Ancora una morte non chiara. Una morte avvenuta quando una persona in difficoltà è, di fatto, sotto il controllo fisico delle forze dell’ordine. E ancora una sola persona, il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato, capace di alzare la voce, di farne parlare i giornali, di impedire che tutto finisca per essere dimenticato. Come aveva fatto, recentemente, per il caso di Giuseppe Uva.

Riccardo Magherini è morto la notte tra il 2 e il 3 marzo e qui Il Fatto ricostruisce dettagliatamente quello che si sa degli ultimi atti di vita dell’ex calciatore. Maria Elena Vincenzi su Repubblica ha dato conto di una mail inviata dal pubblico ministero Luigi Bocciolini all’avvocato della famiglia Magherini: «Sotto il profilo del segreto investigativo, Le rappresento la situazione: vi è in fondato (qui un errore di battitura, tutto fa pensare che il pm volesse dire «il » o «un ») motivo di ritenere che almeno uno dei militari intervenuti abbia colpito il ragazzo con dei calci al fianco mentre era a terra ammanettato».

Un paese non può definirsi civile se un cittadino non è sicuro, in caso di difficoltà, di poter contare su forze di polizia capaci di rispettare fino in fondo la dignità umana e di ripudiare l’uso della violenza fine a se stessa. La giustizia stabilirà quel che è accaduto davvero a Magherini. A ciascuno di noi penso corra l’obbligo di non far scivolare queste vicende nell’oblio. Perché solo parlandone e chiedendo giustizia si può contribuire a emarginare chi ancora pensa che indossare una divisa voglia dire poter calpestare i diritti degli altri.

Nella foto qui sopra il volto dell’ex calciatore dopo la morte.

 

Il No Tav e il carabiniere