Schwazer, le colpe del Coni

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Sandro Donati, oggi consulente della Wada e di molte procure della Repubblica, ha dedicato una vita, pagando di persona, alla lotta contro il doping. Lo ha sempre considerato, e lo considera, il male vero dello sport, un cancro da combattere con tutte le proprie forze.
Lo chiamo per capire qualcosa di più sul caso Schwazer. Lui sa tutto, nei minimi dettagli.

“Troppo comodo”, dice, “crocifiggere il ragazzo e chiudere la partita così. Gli atleti, ieri come oggi, sono sempre un po’ colpevoli e un po’ vittime. Pigliandosela soltanto con loro ci si lava la coscienza ma non si fa nulla per estirpare questa maledetta cultura del doping.

“Io dico, senza mezzi termini e molto serenamente, che oggi il presidente e il segretario generale del Coni dovrebbero dimettersi. E questo soprattutto per un motivo preciso e concreto: in vista delle Olimpiadi di Londra il Coni non ha fatto nessuno (o pochissimi) controlli antidoping a sorpresa. Questo vuol dire avere la guardia bassa, non aver messo questa battaglia in cima all’interesse dello sport italiano.

“Accanto a questo c’è una gestione quanto meno opaca e poco incisiva dell’antidoping. Si privilegiano i risultati, si vuol vincere a tutti i costi. Non posso dimenticare un’intervista, a fine luglio, del segretario generale del Coni Raffaele Pagnozzi in cui si diceva sicuro che Schwazer avrebbe fatto grandi risultati sia nella 20 che nella 50 chilometri.

“Eppure che quel ragazzo stesse facendo qualcosa di strano doveva essere chiaro a chiunque ne avesse seguito vita e spostamenti in un mese così cruciale. Come Coni, federazione e gli stessi carabinieri per i quali corre avrebbero dovuto fare.

“No. Non diamo la colpa solo a lui. Ben altre e complesse sono le responsabilità”.

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