A Ventotene, in piazza Castello

Prima presentazione a Ventotene per Non volevo morire così. L’appuntamento era per le 22 di sabato 8 luglio in piazza Castello, accanto alla libreria di Fabio Masi, L’Ultima Spiaggia. Insieme all’autore, a parlare del libro, c’erano Roberto Bernabò, direttore editoriale dei quotidiani locali dell’Espresso, Salvatore Schiano di Colella, l’uomo che Buffa, nelle pagine del libro, definisce uno “speciale custode di Santo Stefano”, e Nicola Valentino, animatore dell’associazione Liberi dall’ergastolo. L’8 luglio era anche il giorno scelto da Liberi dell’ergastolo per “portare un fiore” sulle tombe dei detenuti sepolti nel cimitero di Santo Stefano. Ma al momento l’isola è chiusa alle visite così, in mattinata, insieme a Schiano di Colella, Bernabò e Buffa, Valentino e gli altri quindici membri dell’associazione arrivati a Ventotene hanno visitato le Cisterne dei carcerati.

All’incontro serale hanno partecipato almeno cinquanta persone. Bernabò e Buffa hanno parlato a lungo del libro, del suo significato, di come il progetto è nato e si è sviluppato. Poi è stata la volta di Salvatore, l’uomo che più di tutti conosce storia e segreti del vecchio ergastolo. In modo chiaro e sintetico ne ha descritto storia e struttura. Valentino ha invece raccontato l’esperienza di Liberi dall’ergastolo (di cui si parla in Non volevo morire così), ha spiegato il significato dell’annuale pellegrinaggio nell’arcipelago e ribadito il significato della battaglia contro la pena dell’ergastolo, definita la condanna al carcere “fino alla morte del reo”. Paola Medri ha letto alcuni brani del libro. 

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A Meleto Valdarno nell’anniversario della strage nazifascista

Presentazione di Non volevo morire così a Meleto Valdarno (Cavriglia, Arezzo) la sera del 3 luglio 2017, una serata particolare per quella comunità. Il giorno dopo è l’anniversario della strage compiuta dai nazifascisti nel 1944: 192 civili uccisi. E il 3 si inaugura la nuova piazza dedicata a uno dei tre sacerdoti vittime della strage, don Giovanni Fondelli. Insieme al vice sindaco Filippo Boni a presentare il libro c’è lo storico Fabio Bertini che analizza a fondo la struttura e il contenuto del libro (qui il testo integrale del suo intervento). L’attore Andrea Biagiotti, insieme a Dario Agnoletti, legge brani del libro portando tra i cittadini di Meleto le storie dei protagonisti di Non volevo morire così. In piazza, a seguire l’evento, anche Aldo Dini, sopravvissuto alla strage del 1944, uno dei protagonisti del precedente libro di Buffa, Io ho visto,. E alla fine della serata, proprio per ricordare la strage sono state proiettate le immagini di tutti i protagonisti di Io ho visto con il sottofondo della canzone di Luca Bussoletti, Sussidario di un vecchio bambino.

(Nella prima foto, da sinistra, Filippo Boni, Pier Vittorio Buffa e Fabio Bertini. Nella seconda foto, da sinistra, Dario Agnoletti e Andrea Biagiotti)

Il compromesso sulla tortura

La buona notizia è che da oggi, 5 luglio 2017, anche in Italia la tortura è un reato.

La cattiva notizia è che quella approvata definitivamente dalla Camera è, come ho già scritto, una legge di compromesso. Un compromesso al ribasso.

Nelle dichiarazioni di chi, nel Partito democratico, si è occupato della legge e l'ha sostenuta ci sono, anche se appena accennati, segnali di non completa soddisfazione. "Un risultato importante, il migliore possibile oggi in Parlamento" (Anna Finocchiaro). "Il testo sarebbe stato più incisivo se non fosse stato modificato due anni fa" (Walter Verini). Affermazioni che possono essere lette come un impegno politico. Adesso che la parola tortura è entrata nel nostro ordinamento diamoci da fare per farla diventare quello che dovrebbe essere. Un reato proprio del pubblico ufficiale, che non ha bisogno di essere reiterato per essere consumato, sostanzialmente imprescrivibile.

Ce la farà mai il Pd a fare questo passo ulteriore? Riuscirà a costruire, o a contribuire a costruire, la forza politica necessaria per sconfiggere il corporativismo che ha finora coperto chi ha disonorato la propria divisa e il proprio giuramento? Sarà capace di inserire la "vera tortura" nel suo programma elettorale?

Tortura, una legge da cambiare

cucchiLunedì 26 giugno la Camera dei deputati torna a discutere di tortura sulla base del testo approvato dal Senato. Un testo  sbagliato che introduce sì il reato di tortura ma lo fa in un modo tale da rendere sostanzialmente inapplicabili le sanzioni previste.

Senza entrare nel dettaglio è sufficiente ricordare che al momento del voto, al Senato, si è assentato Luigi Manconi, che questa legge aveva proposto e che portava il suo nome. Che Amnesty international, che quando si parla di tortura e maltrattamenti è un indiscutibile punto di riferimento, l'ha definita "difficilmente applicabile". Che un gruppo di autorevoli giuristi la definisce "un'informe creatura giuridica". Che il commissario dei diritti umani del Consiglio d'Europa ha chiesto al Parlamento italiano di modificare la legge perché quella attualmente in discussione non è in linea con gli standard internazionali.

E non si può non essere d'accordo con queste dure critiche. La legge, per esempio, non configura la tortura come reato proprio del pubblico ufficiale e prescrive, perché si possa parlare di tortura, che il fatto sia "commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità".

Eppure sarebbe tutto molto semplice. L'Onu ha definito la tortura nel 1984 (qui il testo integrale della Convenzione) e basterebbe rifarsi all'articolo 1 per approvare una legge capace di individuare e punire il pubblico ufficiale che commette il più ignominioso dei reati: utilizzare l'autorità conferitagli dallo Stato, cioè da ciascuno di noi, per usare violenza su una persona che gli è affidata.

Perché in uno Stato civile ciascuno deve poter entrare in una caserma o in un commissariato con la certezza che verrà trattato secondo la legge, senza aver di fronte a sé la terribile immagine di Stefano Cucchi e degli altri massacrati da tutori dell'ordine che hanno tradito il loro giuramento.

La Camera, dove la sinistra ha, teoricamente, una salda maggioranza, può cambiare rapidamente il testo. E al Senato potrebbe cercare i consensi necessari a far diventare legge un testo in linea con la legislazione internazionale. Sempre che lo voglia davvero e non si lavi la coscienza approvando una legge sbagliata.

Effetto maggioritario

E' naturale che nelle elezioni comunali si assista a una "bipolarizzazione" dello schieramento politico. E' la diretta conseguenza del sistema con il quale vengono eletti i sindaci, un sistema che spinge con forza verso l'aggregazione delle forze politiche per consentire al candidato di vincere al primo turno o di andare al ballottaggio. E' quello che accadrebbe anche a livello politico nazionale se per eleggere il parlamento avessimo, per esempio, un sistema a collegi uninominali più o meno puro.

Rischioso quindi trarre indicazioni frettolose dal voto dell'11 giugno. Anche perché ogni città, come sappiamo, fa storia a sé e in questa tornata elettorale questa banale affermazione è ancora più vera se si pensa  alle città più grandi andate alle urne: Palermo, Genova, Parma, Verona.

Tra le domande cruciali poste dal voto due riguardano i Cinque Stelle.  Hanno terminato la loro ascesa? E' iniziata la fase calante del movimento? Sinceramente non vedo elementi sufficienti per rispondere con ragionevolezza. E sarebbe miope da parte del centro sinistra e del centro destra dare il movimento per sconfitto.

Caso mai ci sarebbero da fare ulteriori riflessioni sulla legge elettorale con cui gli italiani dovranno scegliere il prossimo parlamento. Una legge proporzionale favorirebbe la "tripolarizzazione" di cui si è finora discusso. Una legge maggioritaria favorirebbe fenomeni come quelli dell'11 giugno, la "bipolarizzazione" dello schieramento politico. Le leggi elettorali non possono certo far cambiare idea agli elettori. Ma hanno la straordinaria forza di incanalare la volontà popolare, di farla diventare, o meno, forza di governo.

Anche dopo l'11 giugno, quindi, la partita è sempre la stessa. Stabilire le regole per le prossime politiche. Il voto amministrativo, caso mai, ha mischiato le carte e ha fornito ai giocatori, e agli elettori, la visione plastica degli effetti di un sistema  capace di spingere le forze politiche ad aggregarsi.

Il rischio tedesco

export.1.1446243.jpg--_ecco_come_ho_finanziato_le_cene_a_renzi_e_berlusconi__Siamo al martedì successivo alle prossime elezioni, quelle che si svolgeranno con il sistema elettorale sul quale i quattro maggiori partiti sembrano ormai d'accordo. Il cosiddetto "sistema tedesco" adattato, sostanzialmente un proporzionale più o meno puro.

Il primo partito (dicono alcuni degli ultimi sondaggi) è il Pd, un po' come, nei primi 50 anni o quasi della Repubblica italiana, era la Democrazia cristiana. Il presidente della Repubblica, verosimilmente, inizia le consultazioni, quell'antico rito che vede sfilare al Quirinale ex capi di Stato e delegazioni di partito per poi dare l'incarico al leader del partito vincitore, Matteo Renzi.

Renzi accetta con riserva, fa anche lui le sue consultazioni e poi torna sul Colle per sciogliere la riserva perché ha trovato un accordo con Forza Italia per formare un governo di coalizione. Così due partiti che si sono combattuti per più di vent'anni, due partiti che dovrebbero incarnare due concezioni opposte della vita pubblica, dello sviluppo, dei rapporti sociali, si ritrovano a governare insieme. Ma almeno, si potrebbe pensare, sarà uno stabile governo capace di durare una legislatura. Invece no, perché sarà un governo esposto ai venti parlamentari, ai cambi di casacca, ai piccoli gruppi che si potranno formare acquistando forza e potere attraverso la capacità di essere decisivi per le sorti della maggioranza.

Questo scenario non muterebbe molto se il partito più votato dovesse essere il Movimento 5 stelle. Cambierebbero gli attori dell'accordo di governo, ma ci si muoverebbe sullo stesso palcoscenico e con lo stesso copione.

Quindi crisi di governo durante la legislatura sempre dietro l'angolo come ai vecchi tempi,  quelli che quasi tutti gli italiani speravano non tornassero più.

E questo anche perché, come in molti hanno osservato in questi giorni, è bene ricordare che al sistema tedesco che si sta per adottare manca un requisito essenziale e impossibile da inserire perché è materia costituzionale. La "sfiducia costruttiva", quella formula magica che consente ai cancellieri tedeschi di restare alla guida del paese per tutta la legislatura. In poche parole il Bundestag può sfiduciare il cancelliere solo se, contemporaneamente, ne nomina un altro.

Ci piace questo scenario? A me, devo essere sincero, proprio no. Mi sembra che ci si stia preparando a correre un brutto rischio, il rischio tedesco, appunto, che, però, di tedesco non ha nulla

#20maggiosenzamuri

20maggio_locaOggi non sono a Milano. Ci sono passato due giorni fa e, se avessi potuto, ci sarei rimasto volentieri fino a oggi, 20 maggio, per partecipare alla grande marcia contro tutti i muri e  le divisioni, per l'accoglienza. Perché oggi, per le strade della città, ci sono tutti coloro che pensano che la "partita" delle migrazioni non si gioca con la violenza e la chiusura. Ma con le buone regole, l'umanità, l'integrazione.

E con questo post che, per quello che può contare, lo considero come la mia personale adesione al "20 maggio senza muri", voglio ricordare un passaggio dell'intervento di Emma Bonino al Lingotto, lo scorso 11 marzo. Il passaggio in cui ricorda quando Nelson Mandela le disse “Sai, se ci sono i moscerini in un grande stagno, i fucili non servono. Forse è meglio bonificare lo stagno”. "E io credo", ha chiosato la leader radicale, "che dobbiamo bonificare lo stagno riducendo l’ irregolarità, la clandestinità, il lavoro nero, le donne nigeriane costrette a prostituirsi, i minori non accompagnati che non sappiamo dove sono finiti. Ma per fare questo noi dobbiamo soprattutto prosciugare il nostro stagno di paura, pretese, stereotipi e pregiudizi: questo mi piacerebbe per governare questo Paese in un problema che sarà con noi per decenni".

Pistole per tutti

M9-pistoletQuando si alza l'asticella sotto la quale è lecito difendersi da soli sino a uccidere non è mai un buon segno. E' come se lo Stato abdicasse al proprio ruolo, come se la comunità rinunciasse a difendere i propri membri contro violenze e soprusi.

Non c'è nemmeno bisogno di entrare nel merito della proposta di legge approvata dalla Camera e ora all'esame del Senato sulla legittima difesa per capire che quella imboccata non è la strada giusta. Prima di ritoccare quelle norme, prima di stabilire che si è più liberi di sparare contro un ladro, anche disarmato, bisognerebbe lavorare sulla prevenzione e sul controllo del territorio, sull'efficienza e sulla formazione delle forze di polizia, sulle loro dotazioni... Non bisognerebbe, bisogna. Altrimenti si fa demagogia e si crea violenza.

La prima presentazione a Roma. Il messaggio di Napolitano

 

Prima e affollata presentazione, il 2 maggio, per Non volevo morire così. L’appuntamento era a Roma, alla libreria Feltrinelli di largo Argentina.

A parlare del libro, insieme all’autore c’era la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Sesa Amici, l’ex presidente della Camera dei deputati Luciano Violante e il giornalista Bruno Manfellotto. L’attore Andrea Biagiotti ha letto alcune pagine del libro.  Manfellotto, che ha moderato la discussione, ha letto il messaggio inviato all’editore Andrea Palombi, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano: “Desidero esprimere il mio apprezzamento”, ha scritto Napolitano, “per la ricostruzione che nel libro viene fatta, con scrupolo e partecipazione emotiva, delle storie di ergastolo e di confino vissute da tanti oppositori del regime fascista, a Santo Stefano e Ventotene. I miei complimenti all’autore del libro, e i miei più cordiali saluti  ai presentatori”.

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La discussione, intervallata dalle letture di Biagiotti, ha naturalmente ruotato intorno ai temi affrontati dal libro, un libro, come ha detto Manfellotto, “che racconta la vita degli ultimi e dei primi”. “Gli ultimi sono gli ergastolani rinchiusi a Santo Stefano, i primi i confinati di Ventotene destinati a diventare classe dirigente della futura Repubblica”. E’ stato anche affrontato il nodo del futuro delle due  isole. E in particolare di Santo Stefano dove il carcere sta andando in rovina e per la quale il governo, su impulso dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, aveva stanziato 70 milioni per il suo recupero e la sua destinazione a centro europeo di studi e formazione. La sottosegretaria Amici ha ribadito l’impegno del governo ad andare avanti su questa strada. Dopo l’intervento di Violante (“queste pagine ci portano dentro quello che fu l’ergastolo di Santo Stefano, ce ne fanno rivivere sofferenze e ingiustizie”), Buffa ha raccontato la genesi del suo lavoro, la ricchezza delle fonti alle quali ha attinto, lo sforzo di immedesimarsi nella vita dei protagonisti di Non volevo morire così per raccontarne le storie.

Qui sotto alcuni momenti della presentazione pubblicati sul canale YouTube del Circolo del PD di Formia  “Piancastelli – Diana

Le letture di Andrea Biagiotti

 

 

 

 

 

Un 25 aprile per i bambini

Senza titolo-1120630_DSC6928_c_2Una mia amica che insegna alle elementari di un piccolo centro del nord mi ha raccontato che qualche giorno fa dei bambini hanno chiesto perché il 25 aprile è festa e si sta a casa. La mia amica, allora, ha preso l'iniziativa e ha chiesto di poter mettere insieme le due quinte della scuola. "La seconda guerra mondiale", mi ha spiegato, "non rientra nel programma delle elementari, così ho dovuto fare una breve premessa per inquadrare il periodo". Poi ha proiettato sullo schermo il girotondo dei bambini di Sant'Anna di Stazzema (nella foto in alto) e ha letto la storia di uno di quei bambini, la storia di Enio Mancini (nella foto), sopravvissuto alla strage del 12 agosto 1944 grazie  a un giovanissimo soldato tedesco dagli occhi azzurri che non uccise, sparò in aria e fece scappare le donne e i bambini che gli erano stati affidati. "L'ho scelta", mi ha spiegato la mia amica, "perché mi sembrava particolarmente adatta ai bambini perché  non si limita a raccontare la tragedia ma lascia anche un segno positivo sulla speranza di trovare umanità e pietà anche nei nostri nemici".

L'effetto è stato immediato. "Dopo poche righe la classe era come ipnotizzata. Alla fine della lettura è partito un applauso commosso. Credo che questi alunni  abbiano capito perché il 25 aprile è una festa e non lo dimenticheranno tanto facilmente!".

Ecco. Facciamo tutti così, come la mia amica. Scegliamo una storia, un evento particolare, una persona, un gesto... E raccontiamolo. Ai bambini che abbiamo intorno, ai giovani, a chiunque pensiamo possa essere utile.

Utile a dare sempre più sostanza a una festa che rischia di perderla e che sta anche diventando una triste occasione in cui si si divide e ci si conta. Utile a creare una memoria della nostra comunità che sia forte e condivisa. Utile a guardare in avanti sapendo bene il sangue e il dolore che sono serviti per arrivare fin qui.

Le tre Storie

Al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, la scorsa settimana, si è parlato, come sempre, di tante, tantissime cose. Tre le voglio condividere su questo blog perché sono di interesse davvero generale e hanno un forte denominatore comune. Condividere senza tanti commenti, perché non servono.

Due sono Storie molte note: il caso Regeni e il caso Cucchi. Il pubblico ha ascoltato, applaudito, quasi fisicamente abbracciato i genitori di Giulio e la sorella di Stefano con applausi dal ritmo intenso, affettuoso, appassionato. Tutti dovrebbero avere la possibilità di stare a pochi metri dai genitori che hanno visto un figlio ucciso perché faceva il proprio lavoro o dalla donna che ha avuto il coraggio di esporre il corpo martoriato del fratello per avere giustizia. Le loro parole sono semplici, dirette, vanno al nocciolo del problema. Fanno capire come una società civile non possa mai smettere di pretendere giustizia, esigere verità, chiedere il rispetto delle leggi e della persona umana.

La terza  è una Storia di identica gravità, ma meno nota e della quale, proprio per questo, bisogna parlare. E' un'altra drammatica Storia in cui non c'è verità, non c'è giustizia, non c'è rispetto. E c'è una sostanziale inazione del governo italiano.

E' la Storia di Andrea Rocchelli, fotografo di 31 anni ucciso in Ucraina il 24 maggio 2014 insieme ad Andrei Mironov. Tre anni dopo non si sa chi  lo ha ucciso e perché. L'inchiesta è piena di omissioni e falsità. L'oblìo era sembrato scendere su una vicenda in cui, ancora una volta, sono in gioco principi essenziali. L'incontro con i suoi genitori e con William Roguelon, il fotografo francese testimone diretto e mai  ascoltato del duplice omicidio, si è concluso anch'esso con applausi dal ritmo intenso, affettuoso, appassionato. E ha avuto, dichiaratamente, un obiettivo preciso. Spingere il governo italiano a "riaccendere i riflettori", a pretendere risposte dall'Ucraina.

Qui sotto i filmati dei tre incontri di Perugia, per stare a pochi metri dai genitori, dalla sorella, dal testimone. E fare anche noi il nostro applauso, accendere i nostri riflettori.

“Non volevo morire così” in libreria dal 6 aprile

Non volevo morire così, di Pier Vittorio Buffa (Editore Nutrimenti, in libreria dal 6 aprile), è, come si legge nella quarta di copertina, una “Spoon River di Santo Stefano e Ventotene, le due piccole isole del Tirreno culle dell’idea d’Europa e della Costituzione italiana”. Le guide scelte da Buffa sono gli uomini che sulle due isole sono stati segregati. “A Santo Stefano gli ergastolani morti nel carcere e in parte sepolti sull’isola: storie sconosciute di chi ha scontato anni e anni di reclusione e vissuto rivolte, fughe, violenze, ingiustizie. A Ventotene i confinati che hanno lottato contro il fascismo, per la libertà, per la nascita di un’Italia libera e democratica, ma che non hanno potuto vedere il frutto del loro sacrificio”.

Nel libro, al quale Emma Bonino ha scritto la prefazione, si fa la conoscenza con personaggi come il comunista calabrese Rocco Pugliese, ucciso dai secondini dell’ergastolo di Santo Stefano o come il partigiano greco Giorgio Capuzzo che aveva combattuto contro gli italiani. Le loro storie sono precedute dal numero di matricola di ciascuno e da un distico che, come spiega Buffa “racchiude i possibili ultimi pensieri, quelli che nessuno sa se si riescono davvero a fare prima di morire”.

Gli anni del confino di Ventotene, quelli in cui presero forma l’idea di Europa e la futura Costituzione italiana, li raccontano, tra le altre, le storie di Mario Maovaz, il giellista triestino bibliotecario del confino. Dell’anarchico Gigino lo Stipettaio (si narra che nel sottofondo di un suo mobiletto sia uscita dall’isola una copia del Manifesto per l’Europa). Di un altro anarchico poi morto in un lager, Giovanni Domaschi. Uomini che, insieme ai futuri protagonisti dell’Italia democratica, hanno lottato, studiato, fatto politica.

“È per tutto questo”, conclude Buffa, “che a Santo Stefano e Ventotene si incrociano i destini dell’Italia, dell’Europa e delle migliaia di uomini costretti a viverci. Con loro rileggiamo i grandi fatti della storia come in una lente di ingrandimento per cogliere particolari sfuggiti o ignorati, rivedere giudizi stereotipati”.

da “L’Espresso”, 4 aprile 2017

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La forza di Ventotene

170201_81D1916_remove_lowNegli ultimi mesi ho avuto un privilegio. Per preparare un libro che esce tra pochi giorni ho passato tanto, tanto tempo con gli uomini  segregati dal fascismo sull'isola di Ventotene. Volevo raccontare le storie di chi vi è stato rinchiuso perché antifascista e che poi non è arrivato fino in fondo. Non è riuscito a vedere il frutto del proprio sacrificio, l'Italia libera e democratica, perché ucciso da una malattia, da un plotone d'esecuzione nazista, da un lager. Seguendo le loro tracce è come avessi passeggiato per le strade della piccola isola del Tirreno con Altiero Spinelli e gli altri, come se mi fossi seduto al tavolo della loro mensa, la mensa E, la mensa Europa. Mangiato con loro, ascoltato i loro discorsi. Quando poi ho rialzato la testa dal lavoro al libro, sempre faticoso e "isolante", mi sono guardato intorno con uno sgomento che non avevo mai provato.

Avevo lasciato gli uomini della mensa E.

Avevo lasciato tutti gli altri che per le viuzze dell'isola studiavano, discutevano facevano politica e che poi si sarebbero ritrovati al centro della vita politica della Repubblica, nella Costituente, al vertice dei partiti e dei sindacati... Tutta gente chiusa Ventotene per le proprie idee, per non voler alzare il braccio destro nel saluto fascista, per non volersi piegare alla legge del più forte.

Avevo lasciato loro a e avevo ritrovato quel che sapevo, ma che adesso vedevo con maggior lucidità. Un'Europa sempre più in difficoltà, un'Italia attraversata da una tempesta politica senza nessuna concreta base teorica, senza nessuna reale prospettiva strategica.

Allora sono andato a rileggermi, ancora una volta, il Manifesto di Ventotene. Tanto per capirsi la sua prima edizione, uscita clandestinamente da Ventotene, porta la data dell'agosto 1941: gli Stati Uniti non erano ancora in guerra, la Germania aveva da poco attaccato l'Unione Sovietica, mancava più di un anno alla disfatta di El Alamein. Eppure l'Europa futura c'era tutta. Un'Europa che doveva rinascere dalle distruzioni della guerra, che doveva portare fratellanza, giustizia sociale, pace. Al suo interno e al di fuori dei propri confini.

Oggi quell'Europa si sta come disfacendo. Lentamente, come per una gigantesca forza d'inerzia negativa. E constatarlo dopo aver "vissuto" a Ventotene per quasi un anno e alla vigilia dei 60 anni dei trattati di Roma fa male, molto male.

Talvolta le medicine più ovvie vengono scartate perché appunto, ovvie e banali. Ma talvolta sono proprie le medicine più semplici a funzionare in modo insospettabile. Ecco, in questo caso la vecchia, buona medicina che su di me ha avuto un effetto eccezionale è sempre la solita. Guardare al passato non per rimpiangerlo o scimmiottarlo, ma per trarne forza per capire il presente e immaginare il futuro.

Nella foto. Ventotene, le rampe che i confinati percorrevano in catene per andare dal porto alla piazza della Chiesa, sullo sfondo l'isola di Santo Stefano (foto P.V. Buffa)

Voli legittimi

012104758-cb31f888-d7d2-452c-ab85-182837650fb4I dati sui voli di Stato divulgati da Repubblica suggeriscono qualche riflessione.

E' ovvio che abusare della propria carica pubblica per avere benefici personali sia una pratica da condannare e perseguire. E lì, in quei dati, di abusi probabilmente ce ne sono. Come è anche probabile, se si vanno ad analizzare le scelte fatte in merito alla flotta di aerei, che ci sia una non efficiente gestione della cosa pubblica.

Ma è il passaggio logico successivo che non funziona. Se, mettiamo, Alfano ha abusato dell'aereo di Stato per tornare a casa sua, questo non deve diventare un pretesto per fare, come si dice, di ogni erba un fascio, e puntare il dito contro chiunque salga su un aereo di Stato. Altrimenti si diventa soggetti passivi di quella egemonia culturale dei Cinque Stelle di cui ha parlato acutamente sul Corriere Angelo Panebianco.

Facciamo qualche esempio nel dettaglio. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha preso l'aereo per andare, tra l'altro, a Kuwait City, a Bagdad, a Muscat, a Mosul, a La Valletta... Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan è andato a Francoforte, Bruxelles, Parigi, Bratislava... il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, ha girato mezza Europa, è andato in Africa, in Nord America, in Medio Oriente, a Tblisi, Baku, Erevan... per un totale di 54 voli. Tutte destinazioni che non possono non essere collegate a precise funzioni istituzionali (e lasciamo stare la questione sicurezza).

Sostenere, quindi, che gran parte dei voli fatti dai membri del governo italiano con i soldi degli italiani sono voli legittimi dovrebbe essere la cosa più naturale di questo mondo. Perché non vuol dire coprire gli abusi, ma distinguere con precisione tra abuso e uso legittimo. Invece, oggi, se si sostiene una cosa del genere, si rischia di essere additati come difensori della casta, dei privilegi dei politici, dei ladri.

Un rischio che corro volentieri perché sono convinto che non ci si debba mai adattare alle egemonie culturali e che ci si debba sforzare di pensare, sempre, con la propria testa.

 

 

Le colpe del proporzionale

Quello che sta accadendo nel Partito democratico può essere letto in tanti modi. E la responsabilità della scissione, o come la si vuole chiamare, può essere attribuita agli uni o agli altri con argomentazioni che hanno tutte una loro validità. Si può anche ritenere che tutto questo sia la fine della sinistra o l'inizio di una nuova e vera sinistra.

Quello che però sembra fuori discussione è il ruolo che ha avuto, in queste tormentate giornate,  la legge elettorale prossima ventura. Si sa che sulla prospettiva di una legge proporzionale si sta creando, come si dice, una "vasta convergenza". E si sa che una legge proporzionale più o meno pura attribuisce a formazioni anche di piccola o media consistenza un potere notevole, una "forza di interdizione" che altrimenti sarebbe praticamente inesistente. Per capirsi. Se sono minoranza in un partito devo seguire la linea della maggioranza, chiedere posti, avere ben poca forza. Se, invece di restare minoranza, esco dal partito potrò poi discutere con i suoi vertici da pari a pari e ottenere molto di più, sia in termini politici che di visibilità e di potere.

Tutto qui. Certo, alla base c'è un divaricarsi sempre più accentuato delle visioni politiche e sulla concezione stessa di Partito democratico. Ma se non si stesse disgraziatamente tornando a un meccanismo elettorale che la storia e gli italiani avevano condannato più di 20 anni fa l'accelerazione verso la frammentazione della sinistra sarebbe stata senz'altro più lenta o del tutto inesistente.

Un'altra buona ragione per contrastare il ritorno a un sistema elettorale proporzionale.

Di guardia a una buca

Ieri, in mezzo a un incrocio tra due strade di Roma molto trafficate, c'erano due vigili urbani. Non dirigevano il traffico, il semaforo era regolarmente in funzione, ma erano lì, immobili al centro dell'incrocio con le automobili che gli passavano intorno.

Una situazione troppo strana e particolare per non informarsi. Qualche domanda a chi vive intorno all'incrocio e il mistero è svelato. I due vigili sono di guardia a una buca. Sì, di guardia a una buca per evitare che macchine e, soprattutto, motorini ci vadano a finire dentro. Da più di un mese gli abitanti della zona la segnalavano. I portieri di due stabili avevano avvertito ripetutamente i vigili e diverse volte avevano tolto dalla strada i pezzi di asfalto che si staccavano intorno alla buca che si allargava ogni giorno di più. Poi un motorino l'ha presa in pieno, ha rotto una ruota, chi lo guidava ha protestato e solo a questo punto è scattato il piano di emergenza. Due vigili di guardia per un'intera mattina fino a quando gli operai hanno chiuso la buca.

Ma che città è mai questa? Vedere i due vigili di guardia alla buca, pensare a quello che sta accadendo in Campidoglio intorno alla sindaca e mettere insieme le immagini che queste due scene restituiscono ci regala l'istantanea del degrado materiale e culturale al quale la città è abbandonata. Non mi sembra ci sia altro da aggiungere.

 

Il gioco dell’oca

IMG_2838Ricordate il gioco dell'oca? C'era una casella che faceva tornare all'inizio, quella dello scheletro. Ecco, quando, parlando di legge elettorale, si evoca il "proporzionale puro" mi sembra di stare per cadere nella casella dello scheletro, la casella 58.

Formare, come si sta ipotizzando, Camera e Senato con il proporzionale puro (se nessun partito arriva al 40 per cento e si prende il premio di maggioranza) vorrebbe dire tornare a 25 anni fa, al 1992. In quell'anno venne eletto, per l'ultima volta, un parlamento con la vecchia legge proporzionale. Quella di fatto abbattuta dal "referendum Segni". Quella, per capirsi, della cosiddetta Prima Repubblica, dei governi di coalizione, delle infinite trattative, delle elezioni nelle quali tutti "vincevano" o "tenevano" e nessuno perdeva. Insomma di tutto quello che abbiamo voluto lasciarci alle spalle cercando una via italiana all'alternanza, alla certezza del vincitore delle elezioni, alla stabilità dei governi.

Il proporzionale è oggi il sistema che può mettere tutti d'accordo perché, sulla carta, non condanna o non promuove nessuno. Tutti i partiti, grandi e  piccoli, possono aspirare a governare. Tutti dovranno pensare, persino i Cinquestelle, ai possibili futuri alleati. Perché una cosa è chiara. Se nessun partito raggiungerà l'eventuale premio di maggioranza (conquistando un altissimo 40 per cento dei voti) si sarà caduti nella casella dello scheletro. Si tornerà agli incarichi esplorativi, si assisterà alla formazione di alleanze non scelte dagli elettori, si avranno governi che si reggono, magari, sul voto essenziale di piccole formazioni...

Anche se l'Italia è stata governata così per quasi 50 anni io non vorrei vedere questo ritorno al passato. Sarebbe, da parte della classe politica e quindi anche da parte nostra che l'abbiamo scelta, un drammatica dichiarazione di fallimento.

Per cui da oggi, per quello che può valere, dire "No al proporzionale" equivale a mantenere il desiderio e la forza di guardare al futuro. Con coraggio.

 

Terrorismo e memoria

genovaIeri, 16 gennaio, ero a Genova in una scuola, la Firpo-Buonarroti, a parlare di terrorismo, del terrorismo che ha attraversato il nostro paese negli anni Settanta e in parte degli anni Ottanta. Caterina Gallamini e Simona Cosso, docenti dell'istituto, mi avevano invitato come coautore di Mara, Renato e io, il libro che scrissi nel 1988 insieme a Franco Giustolisi per raccontare la storia di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse.

Un'aula magna silenziosa e attenta. Centocinquanta ragazzi che avevano letto e studiato. Soprattutto riflettuto. E, di conseguenza, le domande sono state appropriate e intelligenti. Hanno voluto sapere dettagli, conoscere sensazioni, approfondire scenari. Ma c'è una cosa che mi ha colpito e sorpreso e che, quindi, mi sembra giusto condividere: una questione che i ragazzi hanno posto più volte, in modo non necessariamente esplicito. Ma perché si parla così poco di quegli anni? Perché non si trovano con facilità libri esaurienti? Perché non c'è nei programmi di scuola?

Gli studenti hanno ragione. Riferendoci alla storia del secolo corso si parla più di Grande Guerra o di sbarco in Normandia che del terrorismo italiano. Eppure quegli anni, a ripensarli e a ricostruirli in pochi minuti davanti a 150 studenti, fanno venire i brividi. Hanno creato dolore e lacerazioni, lasciato dietro di sé una scia profonda. Così profonda che non accenna a sparire.

Chi ha davvero ucciso Moro? Ma c'era davvero un filo rosso che legava le Brigate rosse ai partigiani? E' stata davvero una guerra? Domande alle quali possiamo rispondere solo con opinioni più o meno argomentate.

Ecco, è questo il punto. Con il  terrorismo (come, in parte, con gli anni bui della guerra in Italia del 1943-1945), non abbiamo ancora fatto i conti fino in fondo. Non abbiamo trovato, come si dice, una memoria condivisa. E' come se il dolore, gli odi, le ambiguità di allora fossero ancora tra noi.

Quante generazioni dovranno ancora passare? Per quanto tempo ancora i diciottenni dovranno chiedersi e chiedere: ma perché non ci spiegate per bene cosa accadde?

Caporetto

istanbulCerto che  aprire gli occhi sul nuovo anno con le notizie che arrivano da Istanbul trasmette sensazioni molto forti. Disagio, precarietà, paura, impotenza, rabbia... Forse sono queste ultime due a prevalere, almeno per me.

L'impotenza è quella di percepire come questa guerra in corso si combatta ovunque e contro tutti. Ovvio, viene da osservare, lo si sa da anni. Ma quel babbo natale armato di mitra (nella foto) che semina morte invece che regali dà a questa sensazione, con la quale conviviamo da tempo, una forza inusitata. Come se il travestimento scelto dall'assassino simboleggiasse il ribaltamento di ruoli, l'abbattimento di qualunque punto di riferimento. E noi siamo nelle nostre case attoniti, senza poter far nulla di concreto.

La rabbia è diretta conseguenza dell'impotenza. Quando accadono cose del genere vedi rimpiccolirsi tutto quello che negli ultimi giorni è stato per te importante. Discussioni, problemi, animosità... Tutto sparisce, diventa minuscolo. Ma la rabbia,  se non le si da uno sbocco, consuma, corrode, alla lunga uccide. Bisogna trasformare la rabbia in forza positiva. E questo non lo vedo accadere.

L'ultimo anno che finiva con il 17, il 1917, è rimasto scolpito nella storia del nostro paese come l'anno di Caporetto, l'anno in cui austriaci e tedeschi travolsero gli italiani e in pochi giorni li ricacciarono dalla Slovenia al Piave. Non è bello fare paragoni con una guerra in cui morirono centinaia di migliaia di persone. E non mi piace parlare di vittorie e sconfitte belliche come si fosse a un tavolo da gioco. Ma lo faccio lo stesso, e chiedo scusa in anticipo, perché mi sembra che il parallelo con Caporetto faccia capire meglio di tanti giri di parole quello a cui sto pensando da quando ho letto la notizia di Istanbul.

Caporetto determinò  negli italiani la disperazione per la sconfitta e un senso diffuso di impotenza e rabbia. La rabbia, per tutta una serie di ragioni, riuscì a tramutarsi in una forza positiva  e dare energia alla riscossa degli italiani e alla vittoria finale.

Ecco, l'augurio per possiamo farci per questo 2017 iniziato così è che la rabbia di Istanbul si possa tramutare in una forza positiva. Non per seminare altra morte, come fu nel 1917, ma per fare un passo verso un  mondo più giusto e sereno. Se un augurio del genere, banale e utopico quanto si vuole ma che viene spontaneo, non ce lo facciamo un primo gennaio quando mai ce lo potremmo fare?

Auguri!

 

 

Non solo Milano

barconeHa il fascino e la forza delle grandi sfide l'idea del regista Alejandro Gonzalez Iñárritu di esporre il barcone della morte a Milano, in piazza Duomo.

Il fascino perché è un'idea che spiazza e sorprende ma allo stesso tempo ti fa dire: ma certo, è la cosa più ovvia e giusta.

La forza perché vuole inserire nella vita di tutti i giorni di una grande città il segno tangibile del dolore  e della sofferenza di migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini.

Sarà difficile, passando accanto a questo scafo blu, nel quale sono morte 700 persone, voltarsi dall'altra parte e dire: no, non mi riguarda.

Sarà difficile, molto difficile guardarlo con attenzione e dire: no, non li voglio, che restino a casa loro.

Sarà difficile, molto, molto difficile non chiedersi: come si può evitare che sempre più barconi come questo finiscano in fondo al mare?

Per questo c'è da sperare che l'idea del regista messicano con quattro Oscar venga davvero realizzata in piazza Duomo a Milano. E c'è da augurarsi anche molto di più. Che il barcone non venga poi chiuso in un hangar ma inizi un lento girovagare che lo porti nelle grandi città italiane. A cominciare da Roma.