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La giustizia della memoria

Il Tirreno il giorno di Pasqua ha pubblicato un mio articolo in vista del 25 aprile e del Festival organizzato a sant’Anna di Stazzema e al quale partecipo con Pamela Villoresi. Ecco il testo e il link all’articolo del Tirreno.

Sono salito per la prima volta a Sant’Anna di Stazzema esattamente 15 anni fa, il 25 aprile 2004, insieme a Franco Giustolisi, per la presentazione del suo libro L’Armadio della vergogna. Il libro che ha dato il nome al mobile che ha nascosto per decenni la verità sulle stragi di civili compiute in Italia dai nazisti e dai fascisti, il libro che è diventato il simbolo della lotta per avere verità e giustizia su quegli anni bui e sanguinosi.

Ci sono tornato nel 2012 insieme a Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna che il 12 agosto 1944 perse tutta la famiglia. Era il 27 di giugno e stavo iniziando a preparare il mio libro Io ho visto. L’aria era tiepida. C’era silenzio e un verde accecante. Più Enrico mi indicava i luoghi del 12 agosto, più il silenzio e la pace nei quali ero immerso entravano dentro di me. Quando arrivammo sulla piazzetta della chiesa ed Enrico disse del mucchio di corpi e del fuoco ricordo che girai su me stesso come a voler abbracciare tutta Sant’Anna con un unico sguardo.

Com’è possibile arrivare fin lassù armati come se si dovesse combattere contro nemici agguerriti e invece uccidere cento, duecento, trecento, quattrocento, cinquecento civili inermi, uomini, donne, bambini, vecchi? Com’è possibile non aver rispetto di quella pace e di quel silenzio? Com’è possibile coltivare dentro di sé un simile disprezzo della vita umana?

E com’è possibile che un paese abbia nascosto tali ignominie senza sentire il bisogno urgente e assoluto di dare giustizia a chi era morto in modo così brutale?

Sono domande che non avranno mai risposte capaci di placare la rabbia che suscitano. Me ne sono convinto ogni giorno di più durante il viaggio, che ha avuto proprio Sant’Anna come prima tappa, che mi ha poi portato sui luoghi delle stragi nazifasciste. Da Castiglione in Sicilia a Borgo Ticino, da Marzabotto a Pietransieri, da Vinca a Pedescala… Per parlare con chi “aveva visto”, per creare un’ulteriore traccia materiale di quegli ordini criminali che portarono all’uccisione di più di 20.000 civili, per dare un piccolo contributo a quella che si potrebbe definire una “giustizia della memoria”.

Sono sicuro di non essere riuscito del tutto a trasformare in parole scritte tutto il dolore che ho letto negli occhi delle persone che mi hanno raccontato. Dolori profondi e incancellabili. Dolori tenuti dentro di sé per la paura di non essere creduti tanto era terribile quello che si era visto. Dolori vissuti spesso in solitudine assoluta.

Un paio di mesi dopo l’uscita di Io ho visto una protagonista del libro mi disse: “Ho letto tutto quello che hai scritto, con grande fatica, giorno dopo giorno. Pensavo di non riuscire ad arrivare in fondo, invece ci sono arrivata e mi ha fatto bene perché ho capito che non ero stata solo io a soffrire così. E mi è stato di sollievo”.

Le parole dei trentatré protagonisti di Io ho visto sono diventate teatro grazie alla passione e alla sensibilità di una donna straordinaria, l’attrice Pamela Villoresi. Teatro costruito “per non dimenticare” e indirizzato soprattutto ai più giovani. Una volta, a Varese, un migliaio di studenti ha seguito in totale silenzio la performance. Alla fine, uno di loro si è alzato in piedi e ha fatto all’attrice la domanda più ovvia ma anche più difficile: “Ma perché ricordare tutto questo? A cosa serve ricordare cose di più di settant’anni fa?”. Pamela rispose senza pensarci su tanto. “Vedi, se anche uno solo di voi uscisse da questa sala dicendo a sé stesso che nella sua vita farà di tutto perché non accadano più cose simili, vorrebbe dire che quest’ora passata insieme non è stata inutile”.

Il dovere di un ministro

Il 25 aprile sarò a Sant’Anna di Stazzema insieme a Pamela Villoresi. Sulla piazzetta della Chiesa l’attrice interpreterà i racconti dei sopravvissuti alle stragi di civili italiani compiute tra il 1943 e il 1945; dai nazisti e dai fascisti. Racconti tratti dal mio libro Io ho visto.

Su quella piazzetta vennero accumulati e bruciati i cadaveri di decine e decine di persone uccise a raffiche di mitragliatrice. Nel breve filmato un ex soldato tedesco interrogato dai giudici italiani nel 2004 racconta quello che successe su quella piazzetta.

Il 25 aprile non c’è il derby fascisti comunisti di cui parla l’attuale ministro dell’Interno della Repubblica italiana. Non ci sono i fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi con cui, sempre lo stesso ministro, dice di non voler sfilare.

Il 25 aprile ci sono quei 25.000 morti innocenti massacrati dai nazifascisti. Ci sono le migliaia e migliaia di coraggiosi italiani che hanno imbracciato le armi per combattere a fianco degli Alleati e sconfiggere il fascismo e il nazismo.

E c’è da ribadire che questa in cui viviamo è una Repubblica libera e democratica che ha tratto e trae la sua linfa vitale da quella guerra contro i totalitarismi, dai principi e dagli ideali che la animarono.

Certo. Fa bene il ministro dell’Interno ad andare a Corleone. Ma ogni anno ha 364 giorni per farlo. Il trecentosessantacinquesimo, cioè il 25 aprile, “deve” (non “dovrebbe”) ricordare anche lui da dove viene la sua stessa libertà. Non è un’opzione politica. E’ un dovere istituzionale al quale un ministro della Repubblica, per essere davvero tale, non può venir meno.

Vicenza, cancellata la parola nazisti

A Vicenza hanno cancellato un pezzo di storia del nostro paese. Nell’anniversario dell’Eccidio dei Martiri, dieci uomini fucilati dai nazisti per rappresaglia, la giunta comunale di centro destra ha deciso di non chiamarlo più “eccidio nazifascista” ma “eccidio compiuto dalle truppe di occupazione”. E dal manifesto per l’anniversario è spartita anche la parola “Resistenza”. Questo, dicono, in nome della memoria condivisa. “Abbiamo agito nel rispetto di quello che è accaduto, delle vittime che ci sono state da entrambe le parti”, ha detto il sindaco. Ma lì non c’erano vittime di “entrambe le parti”.
C’erano i soldati con la croce uncinata, SS e non SS, che uccidevano uomini, donne e bambini inermi. Per seminare terrore, per creare il vuoto intorno a sé. Accanto a loro i soldati della Repubblica sociale, che guidavano per le valli e uccidevano con la mascherina in volto per non farsi riconoscere dai compaesani.
Parlare di “entrambi le parti” per creare una memoria condivisa equivale a mettere sullo stesso piano le guardie di un campo di concentramento e i prigionieri che venivano sterminati nelle camere a gas.
La storia non si può adattare a proprio piacimento. E chiamare le cose con il proprio nome serve a non perdere la memoria, a ricordarsi che l’uomo è capace di commettere nefandezze, che la perdita della ragione è sempre dietro l’angolo.
A Vicenza non ci fu una battaglia tra truppe regolari con perdite da “entrambe le parti” ma una rappresaglia a freddo contro 10 detenuti dopo un attentato partigiano che non provocò morti (così L’Atlante delle stragi nazifasciste).
Grazie al Giornale di Vicenza per aver dato la notizia e a Gian Antonio Stella per averne parlato sul Corriere della sera.

Mai più morti in caserma

 “Fu un’azione combinata. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore. Spinsi Di Bernardo ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra…”. (Testimonianza del carabiniere Francesco Tedesco , presente al pestaggio che ha poi portato alla morte di Stefano Cucchi).

Dunque fatti del genere accadono davvero nelle caserme delle forze dell’ordine. Non sono frutto dell’invenzione di parenti straziati dal dolore o delle indagini di magistrati “perversi”. Per chi avesse ancora dei dubbi le parole del testimone diretto li spazzano via: Cucchi è stato picchiato a morte mentre era custodito da uomini in divisa. L’epilogo più drammatico di quello che in una democrazia sana non dovrebbe mai accadere, nemmeno nelle sue forme più lievi: chiunque deve potersi fidare ciecamente di chi ha giurato di servire il proprio paese rispettandone le leggi e per difendere i suoi cittadini. Deve poterlo seguire con serenità, non temere di entrare in caserma, sapere che, se è innocente, ne uscirà indenne e, se è colpevole, verrà trattato secondo le leggi.

E quando questo non succede perché un poliziotto o un carabiniere vengono meno ai propri doveri, non dovrebbe essere necessaria la straordinaria tenacia di una sorella perché la verità venga alla luce. Dovrebbero concorrere tutti, dai ministri ai comandanti, ai singoli colleghi dei sospettati, a tutte le forze politiche, ai sindacati di polizia a far sì che la verità emerga con forza e chiarezza.

E invece non è quasi mai così. Si cerca di nascondere, occultare, omettere, sviare, minimizzare. Basti pensare a quello che è successo dopo le violenze commesse durante il G8 di Genova. O al tempo che c’è voluto, trent’anni, perché un funzionario di polizia raccontasse della tortura programmata utilizzata in una particolare fase della lotta al terrorismo. Per non parlare del caso Aldrovandi e degli agghiaccianti applausi ai poliziotti condannati tributati dai membri di un sindacato di polizia.

Eppure la “lezione Cucchi” insegna cose molto semplici.

Di fronte alla denuncia di violenze durante un fermo o un arresto si dovrebbe procedere con la massima fermezza per capire davvero quello che è successo, individuare gli eventuali responsabili, isolarli, mandarli a processo.

Se questo non accade si diffonde, all’interno delle forze di polizia, un clima di supposta impunità che non può che favorire il ripetersi di episodi di violenza. E fuori, nel paese, una sfiducia diffusa che non corrisponde al reale valore di chi ogni giorno rischia la vita per garantire la nostra sicurezza.

Il tutto con una parola d’ordine che ciascuno di noi, a partire da chi ci governa, dovrebbe fare propria: “Mai più morti in caserma”.

L’ultimo post

Dopo più di undici anni, il primo post è del 28 marzo 2007, ho deciso di chiudere il blog Istantanea.

È stato per me uno strumento eccezionale che mi ha consentito di seguire lo sviluppo tumultuoso della rete, approfondire temi particolari, segnalare fatti o episodi che ritenevo sottovalutati, esprimere liberamente le mie opinioni, conoscere, attraverso i commenti, centinaia di persone.

Continuerò a restare in rete utilizzando i suoi straordinari strumenti per partecipare al dibattito pubblico, per dire come la penso. E terrò comunque aperto, come lo è da anni, il mio sito personale.

Quando una storia si chiude, anche se piccola come questa di Istantanea, e si è ricevuto qualcosa è giusto ringraziare.

Io devo ringraziare l’editore (il gruppo Espresso, oggi Gedi) per la totale libertà che mi ha concesso nel gestire questo spazio.

E devo ringraziare chi negli anni ha letto i miei post. Per i commenti, le critiche, e anche gli apprezzamenti, che sono stati per me veri arricchimenti.

Grazie

Crimine contro l’umanità

Una nave poteva salvare 120 vite umane, ma non l’ha fatto. Anzi, nottetempo si è allontanata dal punto in cui il gommone alla deriva era stato segnalato perché la Guardia Costiera italiana non le ha dato ordine di intervenire e il capitano non se l’è sentita di fare di testa sua. La mattina dopo, in quelle acque, del gommone non c'era traccia.

A raccontare questa storia è una giovane volontaria imbarcata sulla Seefuchs, Giulia Bertoni. La racconta alla giornalista di Repubblica Caterina Pasolini ed è una storia che in un paese civile dovrebbe far gridare all'orrore.

Orrore per l’ordine non dato dalla Guardia costiera italiana di fare quello che in mare si fa da che esiste il mare e i marinai, cioè salvare chi è in pericolo.

Orrore, se diamo pieno credito alla testimonianza della volontaria, per il comportamento del capitano che non ha obbedito all'unica legge che si dovrebbe davvero seguire in mare, quella, sempre la stessa, di salvare chiunque sia in pericolo.

Un orrore che dovrebbe farci scendere in piazza tutti insieme, andare sotto il palazzo del governo a gridare che queste cose, nel nostro paese, e in nessun paese del mondo, dovrebbero mai succedere.

Invece non accade nulla. Uno dei due vicepresidenti del consiglio italiano, Matteo Salvini, continua a diramare gli stessi ordini e a usare toni sempre più minacciosi fino a quel terribile: "Se Toninelli (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti da cui la Guardia costiera dipende funzionalmente, Ndr) chiederà alla Guardia costiera di non rispondere agli Sos avrà mio totale sostegno" . E  così accade che un’intervista come questa a Giulia Bertoni diventi quasi un’intervista di routine, il  racconto di qualcosa successo lontano da noi e, in fondo, non così tanto grave.

No, non dobbiamo permettere questo. Se qualcuno che parla anche a nome nostro, come fa un vicecapo del governo italiano, è complice di un simile crimine contro l’umanità, o, a voler essere indulgenti, di una strage, noi dovremmo fare di tutto perché ciò non accada mai più.
Unendoci, coalizzandoci, mettendo da parte tutto il resto e impegnandoci per creare un unico fronte capace di mandare a casa, o in prigione, chi commette, in nome nostro, simili crimini.

Lo striscione vietato

172220239-9ead9ecc-8989-4e48-bcdb-807f7c1f2a9eUn piccolo, ma gravissimo episodio che prima dell'insediamento del governo Salvini-Di Maio-Conte (l'ordine non è casuale) forse non si sarebbe verificato.

Siamo a  Ivrea. Parla Matteo Salvini, neo ministro dell'Interno, vice primo ministro e vero leader del governo presieduto da Giuseppe Conte. E' una manifestazione elettorale. A un certo punto appare uno striscione: "Prima gli italiani... Ma Giulio?". E' uno striscione che chiede la verità sull'omicidio, al Cairo, di Giulio Regeni. Un omicidio che il neo ministro aveva liquidato così: "Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. Come dire: il "problema Regeni" è una questione della famiglia, l'Italia ha altro a cui pensare.

Quello striscione giallo voleva solo attirare l'attenzione sull'irrisolto caso del ricercatore assassinato e criticare la linea assunta dal governo. Era una normale manifestazione del pensiero, un pacifico esercizio delle libertà sancite dalla Costituzione.

Ebbene, gli attivisti che lo hanno dispiegato sono stati fermati e identificati dai poliziotti presenti.

Sembra una cosa da niente.

Invece è un grave atto di intimidazione verso chi esprime una libera opinione e richiama il governo ai propri doveri. Una cosa che in uno Stato sinceramente e profondamente democratico non dovrebbe proprio accadere, mai. Prendiamone nota e non dimentichiamo.

 

 

“I fogli te li cerco io”

Replica del presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il dibattito sulla fiducia alla Camera. Roberto Fico, che presiede la seduta, gli da la parola, ma Conte non trova gli appunti. Luigi Di Maio, che è alla sua destra, gli va in aiuto. "Dai va avanti, te li cerco io, hai il microfono acceso". Poi mentre il neo presidente del consiglio inizia il suo intervento parlando molto lentamente e dicendo cose generiche Di Maio scartabella tra i fogli per mettere in vista, sotto gli occhi di Conte, quelli giusti.

Una scenetta all'apparenza innocente, interpretabile come una normale  collaborazione tra membri dello stesso governo.

Ma se la si osserva considerando i reali rapporti di forza al vertice del neo governo Lega-Cinque Stelle sembra la scenetta del compagno di scuola bravo che aiuta il suo amico meno bravo a non fare brutta figura. O quella del capo che aiuta un suo collaboratore. O quella del suggeritore che deve dare la battuta all'attore subentrato all'ultimo momento al protagonista ammalato.

Insomma una scenetta che potrebbe essere la plastica sintesi della debolezza del presidente del Consiglio rispetto ai due azionisti del governo che dovrebbe guidare.

Ecco, c'è da augurarsi che non sia così, che questa sia davvero una scenetta innocente. Perché tra le cose peggiori che potrebbero succedere nei prossimi mesi e anni c'è anche quella di avere un presidente del consiglio dimezzato, palesemente agli ordini dei suoi due vice che sono anche i capi dei due partiti che sostengono il governo.

Sarebbe una grave ferita alle nostre istituzioni e alla nostra immagine nel mondo.

 

 

Le chiacchiere stanno a zero

gentiloni_veltroni_renzi_lapresse_2017_thumb660x453La campagna elettorale è già cominciata, anzi, non è mai finita.

Saranno mesi duri, in cui il tripolarismo al quale ci stavamo abituando sembra destinato a sgretolarsi per ricomporsi in un bipolarismo dai contorni ancora indefiniti. Lo impone la legge elettorale (anche e soprattutto se venisse cambiata in senso ulteriormente maggioritario) per cercare di arrivare a una maggioranza capace di governare da sola. Lo dice la posta politica in gioco, così alta da far diventare le prossime elezioni una sorta di referendum sul nostro rapporto con l'Europa e sulla nostra permanenza nell'euro.

Cinquestelle e Lega si presenteranno insieme? Forse. Il centro destra resterà compatto? Forse. E il Partito democratico?

Il Pd ha una sola strada, di cui si comincia a parlare ma che, per il momento, sembra più che altro un'utopia. Mettere da parte le tristi beghe interne e fare uno scatto in avanti. Di qualità e di contenuti. Di forza e chiarezza politica. Il Pd dovrebbe probabilmente mettere da parte se stesso per diventare il volano di una più ampia forza di centro sinistra che creda nel futuro dell'Europa, nell'euro, nell'equità fiscale...

Se fossimo in un bar, in questi casi, si potrebbe dire: "le chiacchiere stanno a zero". Che, tradotto, vuol dire non c'è più tempo per parole e distinguo, personalismi e vendette. Chi oggi "sta con Mattarella", chi ha letto preoccupato il contratto Lega-M5S, chi ha visto nella "tassa piatta" la più iniqua delle riforme fiscali, chi è convinto che l'uscita dall'euro metterebbe in ginocchio il nostro paese e i suoi abitanti dovrebbe avere un'unica forza politica di riferimento. Con un leader credibile ed efficace, un programma semplice e chiaro, una comunicazione aggressiva e convincente.

Ecco perché "le chiacchiere stanno a zero".  Per far diventare questa utopia una realtà bisognerebbe discutere poco e agire molto, da subito.

No grazie, avvocato

Ha detto il presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte: "Mi accingo ora a difendere gli interessi di tutti gli italiani, in tutte le sedi, europee e internazionali... mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano".

No grazie, avvocato. Non ho bisogno di essere difeso da lei in quanto italiano.

Mi piacerebbe essere difeso come cittadino europeo, come cittadino del mondo. Perché i miei diritti e le mie aspirazioni non sono diverse da quelle di un francese o di un tedesco, di uno statunitense o di un ghanese.

Se chi governa il mio paese sente il bisogno di difendere i diritti di 60 milioni di persone da attacchi esterni vuol dire che stiamo innestando la retromarcia, che stiamo rischiando di fare un passo indietro di decenni e di tornare, concettualmente, alle frontiere europee e ai muri.

Quelli che andrebbero difesi sono i diritti dei più deboli, di qualunque paese essi siano. E andrebbero difesi e promossi il rispetto, la giustizia sociale, la dignità...

 

Il Movimento muto

Questo video, pubblicato su Facebook dal Movimento Cinque Stelle è, in qualche modo, la sintesi dell'evoluzione (o involuzione) che il movimento stesso ha avuto negli ultimi mesi. Un'evoluzione (o involuzione) figlia della transizione che il Movimento sta vivendo. Da forza urlante dell'opposizione a forza che aspira, legittimamente, a guidare il paese.

Il video del Movimento che ha predicato (e praticato) lo streaming delle trattative politiche, la trasparenza assoluta dei propri atti e delle proprie decisioni, l'abolizione di qualunque accordo segreto o riservato è muto, totalmente muto. Si vedono gli uomini che stanno discutendo del futuro loro e del paese che si muovono come in un acquario. Nulla è dato sapere di quello che si stanno dicendo e nulla di sostanziale trapelerà se non le promesse di un accordo veloce che per giorni non verranno mantenute.

Indignarsi? Reclamare lo streaming? No. La politica è questa, piaccia o non piaccia. E' fatta di mediazioni, compromessi, sfumature. Non è cosa da urla e da streaming.

Quello che non torna, e questo sì indigna, è che un movimento-partito dalla base così ampia abbia potuto convincere milioni di italiani che la politica si poteva fare come la teorizzavano: ad alta voce, con i si e con i no irrevocabili. E che milioni di italiani abbiano creduto che così potesse essere. Adesso i Cinque Stelle sono lì, muti, a trattare in segreto e pronti, se serve, a incassare una posizione quanto meno "morbida" del "male assoluto", di Silvio Berlusconi.

Renzi, fai un bel viaggio

"Chi ha perso non può governare". L'ha detto l'ex segretario del  Partito democratico Matteo Renzi in televisione, a Che tempo che fa. E, in linea di principio, ha ragione. Ma dovrebbe dirlo soprattutto a se stesso: chi ha perso non può governare il paese, ma nemmeno il secondo partito del paese (com'è, almeno fino a  questo momento, il Pd). Non lo può governare formalmente, ma nemmeno informalmente, condizionandone la vita come Renzi sta facendo, andando in televisione a dettare la linea.

Matteo Renzi, come segretario del Pd, ha perso. Ha perso davvero, ha spinto il partito al suo minimo storico. Poco importa ragionare se la colpa sia o meno tutta sua. Renzi era il segretario, Renzi ha perso, Renzi deve rientrare nei ranghi. Non dettare linee, non parlare come se fosse ancora il segretario del partito. Potrebbe fare un lungo viaggio come Alessandro Di Battista. O starsene seduto sul suo seggio senatoriale aspettando le indicazioni di voto del partito. Farebbe bene a se stesso e a quello che resta del Pd.

Streaming al contrario

martinaSedersi al tavolo, non sedersi. Accettare, non accettare. Andare o non andare. Il dilemma nel quale il Partito democratico si sta avvitando è frutto della sindrome della sconfitta.E come tale è posto da perdenti.

Il Pd ha perso e sta a chi ha vinto governare. Giusto. Ma basta dirlo il 5 e il 6 marzo, non serve ripeterlo ogni giorno a mo' di autoflagellazione. Detto questo il Pd è sempre il secondo partito italiano e, pur nella sconfitta, ha doveri precisi verso i propri elettori e anche verso chi non lo ha votato. E' il dovere di portare avanti con tutte le proprie forze la linea politica votata dal 18-19 per cento degli italiani. E anche il dovere di agire perché il paese abbia un governo che cerchi di realizzare obiettivi il più possibile vicini a quella linea politica.

Allora non serve aspettare chiamate o dividersi sul cosa fare così, in astratto. Altrimenti si trasmettono solo due stati d'animo: l'altezzosità dello sconfitto che non accetta veramente la sconfitta e non vuole entrare in una ipotetica maggioranza. La smania di chi non sa stare, invece, lontano dal potere.

La strada giusta l'ha imboccata, anche se timidamente e non con la necessaria forza e chiarezza, Maurizio Martina quando ha indicato i tre punti su cui confrontarsi.

Bisognerebbe andare oltre, molto oltre. Arrivare quasi a uno streaming all'incontrario senza l'apparato scenografico del 2013. Il Pd potrebbe prendere una posizione semplice e chiara. Queste sono le nostre idee sui temi centrali (Europa, politica estera, immigrazione...), questi gli obiettivi prioritari (reddito di inclusione, lavoro, fisco...). E da qui deve partire chi vuole discutere per cercare di trovare una piattaforma comune sulla quale lavorare insieme.

Una chiarezza e trasparenza che il Pd deve a chi lo ha votato e anche a chi ha smesso di votarlo. Per rispetto di se stesso e della propria storia.

Il paradosso del non governo

1516892855814.jpg--luigi_di_maio__lo_scenario_sul_governo_grillino_con_matteo_salvini__il_primo_test_con_l_elezione_dei_presidenti_delle_camere

Dopo il 4 marzo, a pensarci bene, nessuna delle forze politiche vincenti ha un reale interesse a governare.

Non ce l'ha la Lega di Matteo Salvini che non essendo costretta a scegliere tra Berlusconi e  Di Maio, può restare nella coalizione di centrodestra continuando a erodere consensi a Forza Italia, a gridare contro gli immigrati senza doverne gestire il destino, a sventolare la bandiera della sicurezza perduta. A restare quindi in campagna elettorale pronta a incrementare i propri consensi in caso di nuove elezioni.

Non ce l'ha nemmeno Di Maio interesse ad andare al governo. Dopo la "conquista" della Camera può spingere a fondo sui vitalizi dei parlamentari continuando la campagna elettorale senza doversi misurare con problemi più gravosi e complessi come la gestione del denaro pubblico e via dicendo. Portando a casa anche la sola abolizione dei vitalizi vedrebbe anche lui incrementare i consensi in caso di nuove elezioni.

Un paradosso? Certamente. Perché prevederebbe un governo Gentiloni che resta in carica per il disbrigo degli affari correnti mentre una maggioranza eterogenea approva l'abolizione dei vitalizi e una nuova legge elettorale. Uno scenario che difficilmente potrebbe essere avallato dal Quirinale.

Ma i paradossi spesso nascondono delle verità e, personalmente, mi accingo a seguire le consultazioni del presidente della Repubblica tenendolo comunque presente.

 

La clava del codice penale

open armsSequestro della nave spagnola Open Arms: l'accusa è di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Ma basta leggere, o ascoltare, le testimonianze su quello che è davvero successo in mare il 15 marzo per mettere almeno un punto fermo. Non c'è legge, o accordo tra stati, o convenienza politica, o quant'altro che possano mettere in discussione uno dei principi cardine della convivenza umana. L'obbligo, e il diritto, di salvare chi è in pericolo di vita. E in mare, come in montagna, questo obbligo-diritto ha da sempre un valore universale. Gli spagnoli hanno fatto questo. Messo in salvo chi era in mezzo al mare, donne e bambini prima di tutto. Per poi dire no ai libici che intimavano la consegna di chi dal loro paese era appena fuggito.

La materia, si sa , è tra le più complesse e delicate. Il governo Gentiloni si è cimentato lungo un percorso difficile ma che qualche risultato lo ha dato. Quello che accadrà con l'esecutivo che avrà la fiducia del nuovo Parlamento lo si può intuire ma andrà verificato alla prova dei fatti.

E' però sicuro che la complessità e la delicatezza dei problemi sul tappeto dovrebbero sconsigliare l'uso del codice penale come una clava. Lo si usi pure, si raccolgano prove, le si vaglino con cura, si proceda con la riservatezza e la cautela che le circostanze impongono e se, alla fine, dei reati davvero ci saranno un pubblico ministero ha l'obbligo di intervenire.

Invece i sequestri, il processo sommario sulla base di informazioni di stampa, il sapore di intimidazione che simili iniziative assumono fanno solo confusione, disorientano l'opinione pubblica, appaiono come la voglia di un magistrato di governare a colpi di codice una questione planetaria. E rischiano addirittura, come qualcuno ha detto, di istituire un nuovo reato, quello del "salvataggio in mare".

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Un sabato da dimenticare e da ricordare

manRomaUn sabato da dimenticare e da ricordare.

Da dimenticare perché ha dato una visione plastica di quello che sta succedendo in Italia. Stanno salendo l'odio e la rabbia. E stanno salendo vestendosi con l'abito più a portata di mano che c'è, quello del fascismo. Lo stesso fascismo dell'olio di ricino, delle leggi razziali, del delitto Matteotti. Dice il capo di Casa Pound Simone Di Stefano: "Il fascismo è una dottrina politico sociale che non è esattamente una dittatura... non vogliamo sopprimere la democrazia... Il fascismo non lo rinneghiamo". Ma poi aggiunge: "Se i traditori della nazione faranno lo Ius soli voleranno le sedie in parlamento e li andiamo a cercare alla buvette".

Fa male ascoltare affermazioni del genere. Fa male a noi nati dopo il fascismo e che ne abbiamo solo letto. E fa male soprattutto a chi il fascismo lo ha vissuto direttamente sulla sua pelle o su quella dei suoi cari.

Delle storie storie di più di 70 anni fa non bisognerebbe più parlare, dovrebbero far parte del vissuto di tutti noi. Ma sembra proprio che non sia così. E allora torniamo indietro nel tempo e facciamo un esempio per tutti così da non dimenticare a cosa ha portato quella "dottrina politico sociale". A Sant'Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, il 12 agosto 1944, salirono le SS a uccidere 560 persone. Con loro, a fargli da spalla e da guida, numerosi fascisti collaborazionisti della zona. Così vigliacchi da uccidere a volto coperto. Ha ricordato una sopravvissuta, Cesira Pardini, che quel giorno perse la mamma, due sorelle, una nonna, quattro zie e cinque cugini: "Gli occhi dell’uomo che ha sparato alla mia mamma non li ho potuti vedere. Aveva la divisa da tedesco e la faccia coperta da una di quelle retine che fanno sembrare mascherati... Non ha parlato perché non poteva, l’avremmo riconosciuto tutti, sennò. Era italiano". Poco più di dieci giorni  dopo, dall'altra parte della montagna, un centinaio di brigatisti neri  parteciparono attivamente alla strage di Vinca, 174 morti.

Ma questo è anche un sabato da ricordare perché a Roma ha visto in piazza, insieme, buona parte di chi contro questi disvalori combatte da sempre. Pezzi di una sinistra sempre più divisa hanno sfilato per le strade scandendo gli stessi slogan, cantando le stesse canzoni. Non è stato certo un passo verso un'unità al momento inesistente. Ma una piccola prova che, cercando quello che unisce invece che quello che divide, si potrebbe costruire meglio il futuro e tenere lontani razzismi, violenze e fascismi.

 

Punt e Mes

punt_e_mes_carosello_Il sapore di questa campagna elettorale è, per me, come quello del Punt e Mes, il vermouth che piaceva a mio nonno. Da bambino ci appoggiavo le labbra e assaggiarlo adesso mi riporta al passato. Il passato dell'Italia proporzionale in cui ciascuno votava il proprio partito e poi aspettava che i leader delle singole formazioni decidessero quale governo dare all'Italia.

In questo 2018 stiamo andando alle urne un po' così. Voteremo il partito preferito, ascolteremo i risultati e, a meno di una clamorosa vittoria dello schieramento di centro destra e secondo tutti i sondaggi resi pubblici, dovremo aspettare che il presidente della Repubblica faccia le consultazioni, dia l'incarico eccetera eccetera. Con la probabilità che il risultato del voto porti a una "grande intesa" e alla spaccatura della coalizione che, stando sempre ai sondaggi, uscirà dalle urne come la più forte, il centro-destra. Mi riferisco all'ipotesi, per nulla remota, di un governo con Pd, e alleati, e Forza Italia. O anche ad alleanze più stravaganti.

Quello del Punt e Mes, come tutti i sapori che ciascuno di noi percepisce come antichi o legati alla propria infanzia, è un buon sapore. E quindi non necessariamente quello che avremo a primavera sarà un cattivo governo. E' però quasi sicuro che non sarà un governo scelto consapevolmente dagli italiani: contro ogni aspettativa e desiderio degli ultimi decenni, contro quel bisogno di stabilità e corretto rapporto elettori-eletti che andiamo inseguendo. Ed è questo il retrogusto amaro che, come lo ha il Punt e Mes, avrà l'epilogo di questa stagione elettorale.

Per questo c'è da augurarsi che la maggioranza che si formerà nel prossimo Parlamento metta nei primi punti del proprio programma la ricerca di un vasto consenso per varare una legge elettorale capace di dare queste garanzie. Altrimenti il Punt e Mes non lascerà mai il posto a qualcosa di più dolce e moderno.

Una bandiera di 10.000 anni fa

cheddar manQuesta testa è di un inglese di 10.000 anni fa. L'hanno ricostruita gli scienziati partendo dal Dna del cosiddetto Cheddar man, un fossile umano trovato un secolo fa nel Somerset, Inghilterra sud occidentale. Ha la pelle nera, i capelli ricci, gli occhi azzurri e una forma del volto del tutto peculiare. Da lui, dicono gli scienziati, discendono almeno il 10 per cento degli inglesi di oggi, con la pelle bianchissima.

Ma la pelle bianca di oggi? Da dove viene? Sarebbe arrivata dopo, molto dopo il Cheddar man. L'ipotesi più probabile è che la pelle si sia "scolorita" per assorbire meglio i raggi ultravioletti e quindi produrre la vitamina D. Quindi stesso albero genealogico ma colore della pelle diverso.

Facciamo allora di questo nostro antenato di 10.000 anni fa una sorta di bandiera.

Una bandiera da sventolare in faccia a chi divide l'umanità in razze e a chi utilizza il colore della pelle per seminare violenza e odio.

per approfondire:
UCL - London's Global University
National Geographic
The Guardian
Huffington Post Italia