Archivio Categoria: Istantanea

Il Movimento muto

Questo video, pubblicato su Facebook dal Movimento Cinque Stelle è, in qualche modo, la sintesi dell'evoluzione (o involuzione) che il movimento stesso ha avuto negli ultimi mesi. Un'evoluzione (o involuzione) figlia della transizione che il Movimento sta vivendo. Da forza urlante dell'opposizione a forza che aspira, legittimamente, a guidare il paese.

Il video del Movimento che ha predicato (e praticato) lo streaming delle trattative politiche, la trasparenza assoluta dei propri atti e delle proprie decisioni, l'abolizione di qualunque accordo segreto o riservato è muto, totalmente muto. Si vedono gli uomini che stanno discutendo del futuro loro e del paese che si muovono come in un acquario. Nulla è dato sapere di quello che si stanno dicendo e nulla di sostanziale trapelerà se non le promesse di un accordo veloce che per giorni non verranno mantenute.

Indignarsi? Reclamare lo streaming? No. La politica è questa, piaccia o non piaccia. E' fatta di mediazioni, compromessi, sfumature. Non è cosa da urla e da streaming.

Quello che non torna, e questo sì indigna, è che un movimento-partito dalla base così ampia abbia potuto convincere milioni di italiani che la politica si poteva fare come la teorizzavano: ad alta voce, con i si e con i no irrevocabili. E che milioni di italiani abbiano creduto che così potesse essere. Adesso i Cinque Stelle sono lì, muti, a trattare in segreto e pronti, se serve, a incassare una posizione quanto meno "morbida" del "male assoluto", di Silvio Berlusconi.

Renzi, fai un bel viaggio

"Chi ha perso non può governare". L'ha detto l'ex segretario del  Partito democratico Matteo Renzi in televisione, a Che tempo che fa. E, in linea di principio, ha ragione. Ma dovrebbe dirlo soprattutto a se stesso: chi ha perso non può governare il paese, ma nemmeno il secondo partito del paese (com'è, almeno fino a  questo momento, il Pd). Non lo può governare formalmente, ma nemmeno informalmente, condizionandone la vita come Renzi sta facendo, andando in televisione a dettare la linea.

Matteo Renzi, come segretario del Pd, ha perso. Ha perso davvero, ha spinto il partito al suo minimo storico. Poco importa ragionare se la colpa sia o meno tutta sua. Renzi era il segretario, Renzi ha perso, Renzi deve rientrare nei ranghi. Non dettare linee, non parlare come se fosse ancora il segretario del partito. Potrebbe fare un lungo viaggio come Alessandro Di Battista. O starsene seduto sul suo seggio senatoriale aspettando le indicazioni di voto del partito. Farebbe bene a se stesso e a quello che resta del Pd.

Streaming al contrario

martinaSedersi al tavolo, non sedersi. Accettare, non accettare. Andare o non andare. Il dilemma nel quale il Partito democratico si sta avvitando è frutto della sindrome della sconfitta.E come tale è posto da perdenti.

Il Pd ha perso e sta a chi ha vinto governare. Giusto. Ma basta dirlo il 5 e il 6 marzo, non serve ripeterlo ogni giorno a mo' di autoflagellazione. Detto questo il Pd è sempre il secondo partito italiano e, pur nella sconfitta, ha doveri precisi verso i propri elettori e anche verso chi non lo ha votato. E' il dovere di portare avanti con tutte le proprie forze la linea politica votata dal 18-19 per cento degli italiani. E anche il dovere di agire perché il paese abbia un governo che cerchi di realizzare obiettivi il più possibile vicini a quella linea politica.

Allora non serve aspettare chiamate o dividersi sul cosa fare così, in astratto. Altrimenti si trasmettono solo due stati d'animo: l'altezzosità dello sconfitto che non accetta veramente la sconfitta e non vuole entrare in una ipotetica maggioranza. La smania di chi non sa stare, invece, lontano dal potere.

La strada giusta l'ha imboccata, anche se timidamente e non con la necessaria forza e chiarezza, Maurizio Martina quando ha indicato i tre punti su cui confrontarsi.

Bisognerebbe andare oltre, molto oltre. Arrivare quasi a uno streaming all'incontrario senza l'apparato scenografico del 2013. Il Pd potrebbe prendere una posizione semplice e chiara. Queste sono le nostre idee sui temi centrali (Europa, politica estera, immigrazione...), questi gli obiettivi prioritari (reddito di inclusione, lavoro, fisco...). E da qui deve partire chi vuole discutere per cercare di trovare una piattaforma comune sulla quale lavorare insieme.

Una chiarezza e trasparenza che il Pd deve a chi lo ha votato e anche a chi ha smesso di votarlo. Per rispetto di se stesso e della propria storia.

Il paradosso del non governo

1516892855814.jpg--luigi_di_maio__lo_scenario_sul_governo_grillino_con_matteo_salvini__il_primo_test_con_l_elezione_dei_presidenti_delle_camere

Dopo il 4 marzo, a pensarci bene, nessuna delle forze politiche vincenti ha un reale interesse a governare.

Non ce l'ha la Lega di Matteo Salvini che non essendo costretta a scegliere tra Berlusconi e  Di Maio, può restare nella coalizione di centrodestra continuando a erodere consensi a Forza Italia, a gridare contro gli immigrati senza doverne gestire il destino, a sventolare la bandiera della sicurezza perduta. A restare quindi in campagna elettorale pronta a incrementare i propri consensi in caso di nuove elezioni.

Non ce l'ha nemmeno Di Maio interesse ad andare al governo. Dopo la "conquista" della Camera può spingere a fondo sui vitalizi dei parlamentari continuando la campagna elettorale senza doversi misurare con problemi più gravosi e complessi come la gestione del denaro pubblico e via dicendo. Portando a casa anche la sola abolizione dei vitalizi vedrebbe anche lui incrementare i consensi in caso di nuove elezioni.

Un paradosso? Certamente. Perché prevederebbe un governo Gentiloni che resta in carica per il disbrigo degli affari correnti mentre una maggioranza eterogenea approva l'abolizione dei vitalizi e una nuova legge elettorale. Uno scenario che difficilmente potrebbe essere avallato dal Quirinale.

Ma i paradossi spesso nascondono delle verità e, personalmente, mi accingo a seguire le consultazioni del presidente della Repubblica tenendolo comunque presente.

 

La clava del codice penale

open armsSequestro della nave spagnola Open Arms: l'accusa è di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Ma basta leggere, o ascoltare, le testimonianze su quello che è davvero successo in mare il 15 marzo per mettere almeno un punto fermo. Non c'è legge, o accordo tra stati, o convenienza politica, o quant'altro che possano mettere in discussione uno dei principi cardine della convivenza umana. L'obbligo, e il diritto, di salvare chi è in pericolo di vita. E in mare, come in montagna, questo obbligo-diritto ha da sempre un valore universale. Gli spagnoli hanno fatto questo. Messo in salvo chi era in mezzo al mare, donne e bambini prima di tutto. Per poi dire no ai libici che intimavano la consegna di chi dal loro paese era appena fuggito.

La materia, si sa , è tra le più complesse e delicate. Il governo Gentiloni si è cimentato lungo un percorso difficile ma che qualche risultato lo ha dato. Quello che accadrà con l'esecutivo che avrà la fiducia del nuovo Parlamento lo si può intuire ma andrà verificato alla prova dei fatti.

E' però sicuro che la complessità e la delicatezza dei problemi sul tappeto dovrebbero sconsigliare l'uso del codice penale come una clava. Lo si usi pure, si raccolgano prove, le si vaglino con cura, si proceda con la riservatezza e la cautela che le circostanze impongono e se, alla fine, dei reati davvero ci saranno un pubblico ministero ha l'obbligo di intervenire.

Invece i sequestri, il processo sommario sulla base di informazioni di stampa, il sapore di intimidazione che simili iniziative assumono fanno solo confusione, disorientano l'opinione pubblica, appaiono come la voglia di un magistrato di governare a colpi di codice una questione planetaria. E rischiano addirittura, come qualcuno ha detto, di istituire un nuovo reato, quello del "salvataggio in mare".

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Un sabato da dimenticare e da ricordare

manRomaUn sabato da dimenticare e da ricordare.

Da dimenticare perché ha dato una visione plastica di quello che sta succedendo in Italia. Stanno salendo l'odio e la rabbia. E stanno salendo vestendosi con l'abito più a portata di mano che c'è, quello del fascismo. Lo stesso fascismo dell'olio di ricino, delle leggi razziali, del delitto Matteotti. Dice il capo di Casa Pound Simone Di Stefano: "Il fascismo è una dottrina politico sociale che non è esattamente una dittatura... non vogliamo sopprimere la democrazia... Il fascismo non lo rinneghiamo". Ma poi aggiunge: "Se i traditori della nazione faranno lo Ius soli voleranno le sedie in parlamento e li andiamo a cercare alla buvette".

Fa male ascoltare affermazioni del genere. Fa male a noi nati dopo il fascismo e che ne abbiamo solo letto. E fa male soprattutto a chi il fascismo lo ha vissuto direttamente sulla sua pelle o su quella dei suoi cari.

Delle storie storie di più di 70 anni fa non bisognerebbe più parlare, dovrebbero far parte del vissuto di tutti noi. Ma sembra proprio che non sia così. E allora torniamo indietro nel tempo e facciamo un esempio per tutti così da non dimenticare a cosa ha portato quella "dottrina politico sociale". A Sant'Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, il 12 agosto 1944, salirono le SS a uccidere 560 persone. Con loro, a fargli da spalla e da guida, numerosi fascisti collaborazionisti della zona. Così vigliacchi da uccidere a volto coperto. Ha ricordato una sopravvissuta, Cesira Pardini, che quel giorno perse la mamma, due sorelle, una nonna, quattro zie e cinque cugini: "Gli occhi dell’uomo che ha sparato alla mia mamma non li ho potuti vedere. Aveva la divisa da tedesco e la faccia coperta da una di quelle retine che fanno sembrare mascherati... Non ha parlato perché non poteva, l’avremmo riconosciuto tutti, sennò. Era italiano". Poco più di dieci giorni  dopo, dall'altra parte della montagna, un centinaio di brigatisti neri  parteciparono attivamente alla strage di Vinca, 174 morti.

Ma questo è anche un sabato da ricordare perché a Roma ha visto in piazza, insieme, buona parte di chi contro questi disvalori combatte da sempre. Pezzi di una sinistra sempre più divisa hanno sfilato per le strade scandendo gli stessi slogan, cantando le stesse canzoni. Non è stato certo un passo verso un'unità al momento inesistente. Ma una piccola prova che, cercando quello che unisce invece che quello che divide, si potrebbe costruire meglio il futuro e tenere lontani razzismi, violenze e fascismi.

 

Punt e Mes

punt_e_mes_carosello_Il sapore di questa campagna elettorale è, per me, come quello del Punt e Mes, il vermouth che piaceva a mio nonno. Da bambino ci appoggiavo le labbra e assaggiarlo adesso mi riporta al passato. Il passato dell'Italia proporzionale in cui ciascuno votava il proprio partito e poi aspettava che i leader delle singole formazioni decidessero quale governo dare all'Italia.

In questo 2018 stiamo andando alle urne un po' così. Voteremo il partito preferito, ascolteremo i risultati e, a meno di una clamorosa vittoria dello schieramento di centro destra e secondo tutti i sondaggi resi pubblici, dovremo aspettare che il presidente della Repubblica faccia le consultazioni, dia l'incarico eccetera eccetera. Con la probabilità che il risultato del voto porti a una "grande intesa" e alla spaccatura della coalizione che, stando sempre ai sondaggi, uscirà dalle urne come la più forte, il centro-destra. Mi riferisco all'ipotesi, per nulla remota, di un governo con Pd, e alleati, e Forza Italia. O anche ad alleanze più stravaganti.

Quello del Punt e Mes, come tutti i sapori che ciascuno di noi percepisce come antichi o legati alla propria infanzia, è un buon sapore. E quindi non necessariamente quello che avremo a primavera sarà un cattivo governo. E' però quasi sicuro che non sarà un governo scelto consapevolmente dagli italiani: contro ogni aspettativa e desiderio degli ultimi decenni, contro quel bisogno di stabilità e corretto rapporto elettori-eletti che andiamo inseguendo. Ed è questo il retrogusto amaro che, come lo ha il Punt e Mes, avrà l'epilogo di questa stagione elettorale.

Per questo c'è da augurarsi che la maggioranza che si formerà nel prossimo Parlamento metta nei primi punti del proprio programma la ricerca di un vasto consenso per varare una legge elettorale capace di dare queste garanzie. Altrimenti il Punt e Mes non lascerà mai il posto a qualcosa di più dolce e moderno.

Una bandiera di 10.000 anni fa

cheddar manQuesta testa è di un inglese di 10.000 anni fa. L'hanno ricostruita gli scienziati partendo dal Dna del cosiddetto Cheddar man, un fossile umano trovato un secolo fa nel Somerset, Inghilterra sud occidentale. Ha la pelle nera, i capelli ricci, gli occhi azzurri e una forma del volto del tutto peculiare. Da lui, dicono gli scienziati, discendono almeno il 10 per cento degli inglesi di oggi, con la pelle bianchissima.

Ma la pelle bianca di oggi? Da dove viene? Sarebbe arrivata dopo, molto dopo il Cheddar man. L'ipotesi più probabile è che la pelle si sia "scolorita" per assorbire meglio i raggi ultravioletti e quindi produrre la vitamina D. Quindi stesso albero genealogico ma colore della pelle diverso.

Facciamo allora di questo nostro antenato di 10.000 anni fa una sorta di bandiera.

Una bandiera da sventolare in faccia a chi divide l'umanità in razze e a chi utilizza il colore della pelle per seminare violenza e odio.

per approfondire:
UCL - London's Global University
National Geographic
The Guardian
Huffington Post Italia

Manconi, una cartina al tornasole

Cannabis: presentato Ddl per legalizzazione a fini terapeuticiAlla fine della "guerra delle candidature" del Pd i numeri sembrano abbastanza chiari: secondo calcoli e previsioni ai renziani dovrebbero andare più dei due terzi del pattuglione di deputati. Un risultato raggiunto "facendo fuori" persone che alla sinistra e al paese hanno dato non poco. E molto ancora potrebbero dare.

Un esempio per tutti: l'esclusione di Luigi Manconi.

Non c'è una sola ragione al mondo perché un partito come il Pd non abbia sentito il dovere civile e politico di ricandidare un uomo come lui.

Manconi, per chi non lo avesse chiaro, è impegnato da anni e anni in sacrosante battaglie di civiltà e di difesa dei diritti umani. Battaglie che dovrebbero essere il cuore di una sinistra proiettata verso il futuro.

È stato lui a dare il via all'iter parlamentare che ha portato all'approvazione della legge sulla tortura (un testo che ha però definito "un'occasione mancata"). È stato lui in prima fila nella battaglia persa per approvare lo Ius soli prima dello scioglimento del Parlamento. È stato lui tra i primi a battersi perché non venisse nascosta la verità sull'uccisione di Tullio Regeni... E potremmo continuare: l'elenco sarebbe lunghissimo ed emozionante.

Tenendo fuori Manconi dal prossimo Parlamento è come se il Pd volesse dire, al di là di ogni dichiarazione di intenti, che quelle dell'ormai ex senatore "non sono le nostre battaglie, non sono le nostre priorità...". Una scelta, quindi, che è anche una sorta di cartina al tornasole di quella che viene definita la "mutazione genetica" del Pd. Perché non è stata un'esclusione casuale, magari risultato di tristi giochi di corrente. È stata un'esclusione "politicamente" voluta e decisa. Anche davanti a un appello di decine e decine di persone che chiedevano, invece, la riconferma. Basta scorrere l'elenco dei primi firmatari per capire ancora meglio il peso specifico di questa decisione (qui il testo dell'appello).

 

 

Il ponte di Antonio

De Maria_AntonioIl presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 31 dicembre, aveva parlato dei ragazzi del 99, i giovani che nemmeno diciottenni vennero arruolati dopo la disfatta di Caporetto e schierati a difendere la linea del Piave. "In questi mesi di un secolo fa", ha detto Mattarella,  "i diciottenni di allora, i ragazzi del ’99, vennero mandati in guerra, nelle trincee. Molti vi morirono. Oggi i diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica”.

Sono andato a cercare quello che facevano e pensavano i ragazzi del 99 nel prezioso scrigno dell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano che conserva migliaia di diari, lettere, memoriali degli italiani. Ho trovato testimonianze forti e semplici di quegli anni terribili. E una voglio condividerla qui perché, anche se si svolge in una trincea lungo il Piave, non è una storia di morte ma di vita. Il protagonista è Antonio De Maria (nella foto), nato l'11 novembre 1899. Siamo in un giorno dell'aprile 1918, Antonio è di guardia, dall'altro lato del fiume c'è la trincea austriaca.

"Ad un tratto mi sembrò di sentire voci sommesse provenire dall'argine opposto... Adesso punto il fucile al centro dello squarcio del graticcio ed appena si staglia la sagoma di un altro soldato, sparo. Non c'è da sbagliare, lo colpirò senz'altro e lo stenderò morto sulla passerella. In fin dei conti alle ultime esercitazioni di tiro al bersaglio su sei colpi feci sei centri e la distanza era maggiore di questa. Sarà un bel risultato! Forse mi daranno una ricompensa, un encomio, oppure una medaglia, chissà.

Alzai il fucile e lo puntai attraverso la feritoia. Tolsi la sicura e mirai al centro dello squarcio, al punto giusto per colpire un uomo all'altezza del petto. Era quasi chiaro... Un riso fresco e giovane mi giunse all'orecchio. Questo riso è di un ragazzo come me. Perché ride con tanta disinvolta noncuranza a pochi passi dal nemico? Forse è il più spericolato, appunto perché più giovane, e ride di quella strana situazione in cui si trovano lui e i suoi compagni.

Ecco che passa un altro. Si ferma per un attimo al centro della passerella e fa un cenno a qualcuno che è rimasto di là. Lo vedo molto bene. È biondo, giovanissimo. È lui quello che rideva, sento ancora il suo riso sommesso, ma limpido, che ora proviene dall'altra parte del canale, dove è balzato.

Mi sorpresi a rimettere la sicura e a togliere il fucile dalla feritoia.

Perché non ho sparato?

Era giusto, è giusto che spari.

È la guerra, sono i nemici, devo ucciderli. Perché non l’ho fatto? Che cosa è successo?

Pietà per lui, per il suo riso gioioso, per la sua giovinezza, per il suo amore per la vita?

Perché ho abbassato il fucile?

Perché dunque ho voluto prendere parte a questo fatto assurdo e atroce che è la guerra?".

 

Ciascuno, da un piccolo episodio come questo, può trarre la morale che vuole. O anche non trarne nessuna.

A me è venuto di considerarlo una sorta di ponte tra due generazioni distanti un secolo. Un ponte fatto di solidarietà e di pace capace di non fermarsi al 2018 ma portare ancora più in là, molto più in là.

Il Quirinale e due eroi

9788864334349_0_0_300_75L'ultimo post del 2017 lo voglio dedicare a due uomini che non ci sono più, Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi. Due uomini giusti e coraggiosi, due partigiani che per salvare la vita a più di 200 ostaggi misero a serio rischio la propria. La loro storia è sintetizzata qui da Santino Gallorini, lo scrittore che l'ha ricostruita in un libro tutto da leggere, Vite in cambio. Non c'è bisogno di aggiungere altro per capire quel che successe in quel giugno del 1944. La determinazione e il coraggio di Mineo e Rosadi fermarono una strage che sarebbe stata tra le più sanguinose di quel terribile anno.

Voglio dedicare questo post a Mineo e Rosadi perché la loro storia è stata portata all'attenzione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella dallo stesso Santino Gallorini che ha chiesto per i due uomini un riconoscimento, un atto dello Stato italiano che sottolineasse il loro eroismo. Il capo dello Stato ha letto, ha scritto di suo pugno a Gallorini, lo ha ringraziato di avergli fatto conoscere la figura del partigiano Mineo e gli ha garantito che si sarebbe occupato della cosa. Da quel biglietto spedito dal Quirinale sono passati due anni, alcuni passi sono stati fatti ma, finora, nulla è successo. Dice Gallorini: "L’incredibile burocrazia italiana non ha permesso al Presidente di mantenere una sua promessa. Tutto è arenato tra Ministero della Difesa e Presidenza del Consiglio". E precisa: "A me e ai familiari dei due partigiani non interessa ottenere una onorificenza al valor militare o al valor civile, l’importante è che la Repubblica Italiana dica ufficialmente 'grazie' a Gianni Mineo e a Giuseppe Rosadi".

Ecco, nel momento in cui sta per iniziare un anno in cui sarà dovere di tutti noi difendere ancora di più il valore della memoria per costruire un solido futuro, mi sembra giusto ricordare questa piccola grande storia. E chiedere al presidente della Repubblica di sottolineare, con il riconoscimento promesso, la sua importanza nel patrimonio di valori della nostra comunità.

Buon 2018.

 

1938

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Sta per iniziare il 2018. Ottanta anni fa lo Stato italiano approvava le leggi razziali. Rileggiamone alcuni passaggi

“Il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza è proibito. Il matrimonio celebrato in contrasto con tale divieto è nullo.

L'appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione.

I cittadini italiani di razza ebraica non possono: prestare servizio militare in pace e in guerra… essere proprietari o gestori… di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione… essere proprietari di terreni… essere proprietari di fabbricati urbani …

“Gli appartenenti alla razza ebraica non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini italiani di razza ariana.

“Le Amministrazioni civili e militari dello Stato non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica”.

(dal Regio decreto 1728 del 17 novembre 1938).

Il tutto era firmato dal capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III, e tutto passò senza che gli italiani muovessero un dito avverso una legge contro natura.

Ricordiamocelo quell’anno, rimproveriamo a chi c’era, padri, madri, nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, di non aver fatto nulla per impedire che simili parole venissero scritte in una legge dello Stato per poi spianare la strada a deportazioni e uccisioni.

E diciamo a noi stessi che qualcosa del genere non potrà più accadere. Né in Italia né altrove.

Diciamocelo e facciamolo.

Nel 2018 poche celebrazioni e molti fatti, anche piccoli. Per non essere come allora. Per non assistere in silenzio alla ragione che si annebbia.

Foto del giorno per la Mogherini

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Foto del giorno per l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri dell'Unione europea Federica Mogherini.

Il primo ministro israeliano Benjamyn Netanyahu era in visita a Bruxelles pochi giorni dopo la decisione di Donald Trump di spostare l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e gli scontri avvenuti in Israele. "Gerusalemme capitale", ha detto Netanyahu, "è un passo verso la pace". E ha aggiunto che presto "la maggior parte dei Paesi europei sposterà le ambasciate a Gerusalemme".

Federica Mogherini ha risposto immediatamente: "Il premier Benyamin Netanyahu può tenere le sue aspettative per altri" perché i Paesi Ue non andranno con le ambasciate a Gerusalemme. Quanto alla pace in Palestina, ha detto la Mogherini, "l'unica soluzione realistica è basata su due Stati, con Gerusalemme capitale sia dello Stato di Israele sia dello Stato palestinese".

Una posizione chiara che condivido pienamente e che mi fa sentire ancora un po' più europeo di quanto già non sia. Ed è anche una presa di posizione che, a prescindere dalle conseguenze che potrà avere, dovrebbe far capire a tutti quanto sarebbe importante avere un Europa sempre più coesa e capace di esprimere una linea di politica estera unitaria.

Il database del passato

Lo storico Emilio Gentile, intervistato da Repubblica sulla vicenda dei naziskin a Como, sostiene che "questi fenomeni sono la spia della grave crisi che colpisce la democrazia, in Italia e in tutto l’Occidente", ma che le loro simbologie sono prive di senso, "non hanno niente a che vedere con la storia concreta dei regimi di Mussolini e Hitler". Ragionamento pienamente condivisibile anche quando arriva alla sua dura e amara conclusione: "Il dramma è che è venuta meno la passione per la democrazia come forma di convivenza".

Ma c'è una conseguenza di questa ineccepibile tesi che forse bisogna valutare con attenzione. Sostenendo che non c'è nessun legame tra questi comportamenti e i regimi che sconquassarono l'Europa e il mondo si rischia di attenuare l'allarme che dovrebbe scattare in tutti noi davanti a episodi come quelli di Como.

Per cui è sacrosanto sottolineare con forza la crisi che colpisce le democrazie occidentali. Ma è altrettanto sacrosanto non dimenticare che nazismo e fascismo si nutrirono proprio delle carni delle deboli democrazie post belliche.

Conoscere a fondo le conseguenze di quelle dittature può diventare così una potente arma per spingere ai margini chi vuole, adesso, tornare a nutrirsi di carni per certi versi simili a quelle di cui si nutrirono, negli anni Venti e Trenta, gli uomini di Hitler e di Mussolini.

E' per questo che il passato non va né riproposto in modo ossessivo e continuo né rimosso. Il passato è utile per quello che è: il più grande database dei comportamenti umani. E i database non vanno chiusi a chiave, vanno consultati quando serve. E adesso serve. Eccome se serve.

 

 

L’ignoranza

124211148-9c5ad0be-a599-4551-b3a5-5c5fbfc4dfc5Guardiamo bene la foto del giovane calciatore che esulta dopo un gol alzando la mano destra nel saluto fascista e mostrando una maglietta con le insegne della Repubblica di Salò.

Guardiamola bene perché non siamo in uno stadio qualunque, ma nello stadio di Marzabotto, nello stadio del paese dove quasi in ogni famiglia c'è stato qualcuno che ha visto e raccontato quello che i nazifascisti fecero in quella zona 74 anni fa. Uccisero quasi 800 donne, vecchi, e bambini che avevano la sola colpa di vivere tra quelle montagne.

Dopo aver visto quella foto e lasciato scorrere le immagini del filmato leggiamo cosa ha detto il calciatore: "Ho agito con leggerezza senza pensare alle conseguenze che da questo mio gesto sarebbe scaturito tanto a livello personale quanto comunitario. Ho lasciato passare un terribile messaggio di cui, ribadisco, sono totalmente pentito e dispiaciuto... la maglietta era normalissima".

Leggerezza, dispiaciuto, maglietta normalissima... A credergli sono parole di chi non sapeva. Non sapeva dei nazisti e dei fascisti, non sapeva quello che era successo in mezzo a quei boschi. Pensava di fare una goliardata, una cosa simpatica. E questo, a credergli, è ancora peggio che se avesse saputo, se avesse deciso, con un lucido disegno criminale, di fare quel gesto e di indossare quella maglietta. Così, a credergli, la colpa di quello che è successo va data alla peggiore malattia che possa affliggere una comunità: l'ignoranza.

Ignoranza delle proprie radici e del proprio passato, ignoranza del bene e del male che ne hanno caratterizzato l'esistenza. Una comunità ignorante rischia di non spezzare mai le terribili spirali della storia, di tornare sempre indietro, di riproporre a se stessa gli errori e le nefandezze del passato, di non saper guardare al futuro con gli occhi limpidi e densi di un saggio che ha vissuto a lungo.

La lezione che viene da quella maglietta e da quel braccio teso è quindi una sola. L'ignoranza è un nemico da combattere con tutte le nostre forze. Deve cominciare la scuola e deve continuare ciascuno di noi studiando, sapendo, ricordando, raccontando, trasmettendo. Con un obiettivo molto semplice: che nel prossimo futuro non ci possa più essere un venticinquenne che dica "Non sapevo".

L’ignoranza

124211148-9c5ad0be-a599-4551-b3a5-5c5fbfc4dfc5Guardiamo bene la foto del giovane calciatore che esulta dopo un gol alzando la mano destra nel saluto fascista e mostrando una maglietta con le insegne della Repubblica di Salò.

Guardiamola bene perché non siamo in uno stadio qualunque, ma nello stadio di Marzabotto, nello stadio del paese dove quasi in ogni famiglia c'è stato qualcuno che ha visto e raccontato quello che i nazifascisti fecero in quella zona 74 anni fa. Uccisero quasi 800 donne, vecchi, e bambini che avevano la sola colpa di vivere tra quelle montagne.

Dopo aver visto quella foto e lasciato scorrere le immagini del filmato leggiamo cosa ha detto il calciatore: "Ho agito con leggerezza senza pensare alle conseguenze che da questo mio gesto sarebbe scaturito tanto a livello personale quanto comunitario. Ho lasciato passare un terribile messaggio di cui, ribadisco, sono totalmente pentito e dispiaciuto... la maglietta era normalissima".

Leggerezza, dispiaciuto, maglietta normalissima... A credergli sono parole di chi non sapeva. Non sapeva dei nazisti e dei fascisti, non sapeva quello che era successo in mezzo a quei boschi. Pensava di fare una goliardata, una cosa simpatica. E questo, a credergli, è ancora peggio che se avesse saputo, se avesse deciso, con un lucido disegno criminale, di fare quel gesto e di indossare quella maglietta. Così, a credergli, la colpa di quello che è successo va data alla peggiore malattia che possa affliggere una comunità: l'ignoranza.

Ignoranza delle proprie radici e del proprio passato, ignoranza del bene e del male che ne hanno caratterizzato l'esistenza. Una comunità ignorante rischia di non spezzare mai le terribili spirali della storia, di tornare sempre indietro, di riproporre a se stessa gli errori e le nefandezze del passato, di non saper guardare al futuro con gli occhi limpidi e densi di un saggio che ha vissuto a lungo.

La lezione che viene da quella maglietta e da quel braccio teso è quindi una sola. L'ignoranza è un nemico da combattere con tutte le nostre forze. Deve cominciare la scuola e deve continuare ciascuno di noi studiando, sapendo, ricordando, raccontando, trasmettendo. Con un obiettivo molto semplice: che nel prossimo futuro non ci possa più essere un venticinquenne che dica "Non sapevo".

Sei minuti di lezione

filmatoHo guardato due volte questo breve filmato girato da un ufficiale tedesco, probabilmente un medico, durante l'occupazione nazista dell'Italia, nel 1944. L'ho guardato due volte e lo ripropongo qui perché racconta a chi non c'era cosa è stata una guerra totale come quella combattuta lungo la penisola italiana in quegli anni. Lo racconta con l'immediatezza e la genuinità che solo immagini naturali e non costruite possono restituire.

In un primo momento queste immagini possono apparire come una parentesi di quella guerra totale durante la quale i nazifascisti massacrarono 23.300 donne, bambini, anziani. Ci sono ragazze che sembrano serene, tre bambini che sorridono. E soldati rilassati anche se si esercitano a sparare. Dove sono la violenza estrema, i villaggi incendiati, le fucilazioni di massa? A pochi chilometri, al massimo a un giorno di viaggio. Eppure sembrano lontani, lontanissimi

Ma sarebbe un errore considerare le piccole scene del filmato come quelle di una comunità fino a quel momento rimasta immune dalla guerra, che l'ha vista da lontano, che è riuscita a vivere decentemente mentre altrove si moriva.

Per capirlo è sufficiente soffermarsi qualche istante sulle immagini dei tre bambini. Sono tre bambini ripresi da un uomo che ha il controllo su di loro. E' un uomo che sta occupando la loro terra, che li sta privando della loro libertà. Loro non lo possono sapere, ma sottomissione a paura sono scritte nei loro occhi. Impresse da quello che vedono e sentono. E il vecchio filmato ce le trasmette intatte.

E' questa la lezione di questi sei minuti di pellicola Agfa. Quando la guerra è totale, quando attraversa in profondità il corpo di una comunità nessuno ne resta immune. A prescindere dall'età, da quello che gli accade intorno, da quello che vede con i propri occhi.

 

L’ottimismo di Walter

Walter_Veltroni_1Walter Veltroni, primo segretario del Partito democratico, dice cose sagge e ascoltandolo si diventa, anche solo per un attimo, ottimisti sul futuro della sinistra italiana. Dice che "la sinistra deve ritrovare l'umiltà dell'unità", che "Il Pd dovrebbe recuperare il rapporto con Campo progressista e Mdp, solo questo ci permetterebbe di andare ben oltre l'attuale 26%", che un'alleanza tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi "sarebbe un errore, la forza del Pd è nella sua alternatività alla destra".

Ma sappiamo che le cose non andranno così. L'unità a sinistra è una chimera destinata, per quello che si può capire, a restare tale. E dopo le elezioni avremo una situazione politica molto diversa da quella auspicata da Veltroni. Gli ultimi sondaggi e le proiezioni su come potrebbe essere il Parlamento se venisse approvata la legge elettorale votata dalla Camera la scorsa settimana, dipingono scenari di grande instabilità: un Parlamento  diviso in tre, con nessuno dei tre schieramenti con i numeri sufficienti per governare. Si riaffacceranno ipotesi antiche (governi tecnici o del presidente) o vedremo gli schieramenti scomporsi per ricomporsi e formare maggioranze adeguate (e un'alleanza Pd-Forza Italia potrebbe raggiungere questo obiettivo).

Ma anche se sappiamo tutto questo teniamoci l'ottimismo ispirato dalle parole di Veltroni. Teniamocelo per un po' più di un attimo.