Archivio Categoria: Io ho visto

Varese, Io ho visto alla Anna Frank

Duecento studenti delle terze medie della Anna Frank di Varese hanno seguito con attenzione una presentazione di Io ho visto avvenuta lunedì 30 maggio. Gli studenti avevano preparato dei cartelli che hanno esposto davanti all’aula magna in cui si è svolta la presentazione

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La mattinata è stata organizzata e condotta dal professor Riccardo Prando e a parlare agli studenti delle stragi nazifasciste Pier Vittorio Buffa e Paola Medri, che ha anche letto alcuni brani del libro. I racconti di Gino Ventura, Francesco Pirini e Maddalena Gazzetta sono stati letti in un’aula attenta e silenziosa. Alla fine la canzone Sussidiario di un vecchio bambino scandita dai ragazzi con il battito ritmato delle mani.

Le letture hanno proposto via via diversi temi che hanno suggerito diverse domande ai ragazzi. Su una, in particolare, ci si è soffermati più a lungo. “Avete notato un atteggiamento diverso tra i sopravvissuti che hanno perdonato e quelli che invece non riescono a farlo?”, è stato chiesto. “Si, forse in chi ha perdonato c’è una pace diversa, come una serenità, ma nessuno sa se sia davvero così, perché non si dimentica e non si dimentica il dolore”.

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Nei giorni successivi i ragazzi della III E hanno discusso e ragionato su quello che hanno ascoltato, hanno riflettuto. Il loro professore, Riccardo Prando, ha riassunto i loro pensieri. Molti diretti a Paola e Pier Vittorio, altri sulla guerra, su quello che hanno ascoltato. Eccoli

“Ammiro la forza e il coraggio che ha avuto nell’ascoltare quelle storie così terribili: mi piacerebbe molto leggere il suo libro perché quanto ho ascoltato mi ha davvero commosso”.

“Se oggi viviamo così bene è grazie a quelle persone che si sono sacrificate per noi”.

“Vorrei ringraziarla per avermi fatto pensare per la prima volta in modo serio alla guerra, che prima davo per scontata e che rischia di andare dimenticata fra noi giovani”.

“Lei e sua moglie mi avete fatto venire i brividi: lo sentito la crudeltà dei nazisti verso persone inermi”.

“Tra qualche anno nessuno forse si ricorderà più di cosa è stata la guerra e quindi il futuro dipenderà tutto da noi, che avremo il compito di raccontare la storia”.

“Le storie che ha letto sua moglie non sono favole, ma testimonianze vere che ci fanno rivivere ogni atto di quelle tragedie. Il suo libro a mio parere dovrebbe fare il giro del mondo”.

“Mi sembra giusto scusarmi con lei per i problemi al computer. Peccato, perchè penso che lei abbia interpretato al meglio le vicende che ha raccolto in giro per l’Italia: dimenticarle sarebbe un grosso errore. Per questo sono felice di averla conosciuta”.

“non so se tutte le persone avrebbero il coraggio di ascoltare, come ha fatto lei, quelle storie terribili. Mi chiedo come abbiano potuto accadere. Faccia i complimenti a sua moglie per come le ha lette!: ci siamo immedesimati nei protagonisti”.

“Grazie a lei e a sua moglie, il concetto di atrocità mi è diventato più chiaro e mi ha particolarmente coinvolto”.

“Voglio ringraziarla per la lezione di vita che ci ha lasciato. Detto sinceramente, ci sono rimasta male perchè ci avete dedicato del tempo e poi il computer non funzionava. Sono rimasta stupita dalla sua forza nel raccontare quelle storie”.

“E’ sempre molto interessante capire cosa è successo, così da non rifare gli stessi errori. Invece molte persone se ne fregano e pensano che tutto sia passato e non accadrà mai più”.

“L’incontro mi è servito per capire il vero senso di quel dolore. Tra non molti anni quelle storie verranno dimenticate, ma rimarrà sempre il suo libro a ricordarcele”.

“Grazie perchè il vostro intervento mi ha permesso di approfondire un argomento già affrontato in classe e che, però, voi avete reso vivo attraverso le testimonianze dei sopravvissuti”.

Io ho visto a RaiNews24

Io ho visto è tornato sugli schermi televisivi la sera del 24 aprile 2016 a RaiNews24. In studio, insieme all’auotre, Emilio Martini uno dei protagonisti del libro. Si è parlato delle stragi nazifasciste, si è detto perché non bisogna dimenticare. Ecco il video.

Giorno della Memoria, Io ho visto a Latina

IMG_3296Mattinata intensa quella organizzata dall’Istituto Alessandro Volta di Latina per celebrare il Giorno della Memoria. Nell’auditorium della scuola sono stati gli stessi studenti di medie e superiori a essere protagonisti. Hanno cantato, hanno mostrato un documentario ben fatto e hanno letto alcuni racconti di Io ho visto. Insieme a loro, gli attori Clemente Pernarella e Melania Maccaferri che hanno interpretato le storie di Fernando Piretti e Cesira Pardini. Ecco il racconto che della mattinata ha fatto il sito di Radioluna.

“Oggi parliamo del passato pensando al presente, al Mediterraneo che inghiotte gente ogni giorno, alle stragi in Siria e alle altre che ci sono nel Mondo”. Lo dice Pier Vittorio Buffa, giornalista del gruppo Repubblica, per anni all’Espresso, autore di “Io ho visto” il libro scelto dall’Istituto Comprensivo Alessandro Volta per ragionare sugli eccidi durante l’occupazione tedesca dell’Italia tra il 1943 e il 1945 e  sulla necessità di coltivare il ricordo di quei fatti perché ci facciano da guida nella storia di oggi e nelle scelte della vita.

“Le stragi nazifasciste in Italia sono state talmente tante che nessuno sa dire esattamente quante persone morirono, quindicimila, ventimila, forse di più. Una guerra condotta contro i civili per fare il vuoto intorno alle truppe partigiane, ma soprattutto contro la Resistenza della quotidianità”, racconta Buffa al teatro Ponchielli davanti a decine di ragazzi illustrando il lavoro fatto in collaborazione con la moglie Paola Medri.

QUI LA PAGINA DI RADIOLUNA CON FOTO E AUDIO

E’ il Giorno della Memoria visto da Latina, la città nata con il Fascismo che non vuole rinnegare la storia. E’ il settantunesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, giornata scelta dall’Onu per ricordare le vittime dell’Olocausto. “Con il tempo il significato di questa giornata si è allargato facendola diventare sempre di più occasione per ricordare, oltre alle vittime dell’Olocausto, le vittime di tutte le guerre e di tutte le violenze. Un impegno a diffondere i principi di pace e fratellanza esorta l’autore del libro sul suo sito.

Al Ponchielli va in scena la buona scuola: sullo schermo scorre un video prodotto dai ragazzi del liceo scientifico Grassi, si sentono le musiche suonate dagli allievi della sezione musicale della Volta, le letture degli studenti del Classico e della scuola media, quelle di due genitori che per mestiere fanno gli attori, Clemente Pernarella e Melania Maccaferri.  Tutte storie tratte dal libro di Buffa nel quale scorrono come in un film le vite di 33 persone, per lo più ragazzini e ragazzi, scampati per caso alla morte, ma che hanno visto cadere mamme, papà, nonni, fratelli, amici. Loro hanno visto. E non hanno dimenticato.

La giornata è stata introdotta dalla dirigente del’istituto Comprensivo Volta, Claudia Rossi. E’ intervenuta Maria Letizia Parisi, Presidente Società Filosofica Feronia, curatrice del libro “La guerra vista da un bambino”; ha moderato il responsabile della redazione di Latina del Messaggero, Vittorio Buongiorno. L’organizzazione dell’evento è stata stata curata in collaborazione dalle insegnanti di lettere Roberta Caiazza, Rita Di Marco, Luisa Fiorito e Giusi Merola  e dalle docenti di musica Patrizia Pomilia e Rita Bove dell’Istituto Comprensivo Alessandro Volta.

Hanno partecipato in ordine di apparizione: Gioele Di Sauro al pianoforte con la colonna sonora di Schindler list; gli alunni della 3^ D del Liceo Scientifico Grassi, coordinati dalla professoressa Teofani autori del video “Per non dimenticare”; Mattia Del Mastro e  Xavier Piacentini della scuola Volta; gli alunni della V Ginnasio del Liceo Classico Alighieri, coordinati dalla Prof.ssa Verrengia;  Clemente Pernarella attore; gli alunni della Volta Elisa Di Mezza, Francesco Tamburini e Irene Tagliaferri; Sara Sorbellini alla voce con Elisa Bonomo al pianoforte in “Beautiful that way”; gli alunni V A del  Liceo Classico Martina Urbani, Stefano Rosso, Sara Di Marcantonio; l’attrice Melania Maccaferri; Martina Crivellari ha cantato Lili Marleen. La chiusura è stata affidata alle note della canzone Sussidiario di un vecchio bambino di Luca Bussoletti ispirata al libro di Pier Vittorio Buffa.

A “Io ho visto” il premio Omegna giovani

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Gli studenti delle scuole superiori di Omegna hanno assegnato a Io ho visto il premio Omegna giovani 2014. Il premio “Della Resistenza” 2014 è stato invece assegnato a Giuseppe Catozzella con Non dirmi che hai paura  (Feltrinelli 2014). I premi sono stati consegnati il 29 novembre, al teatro sociale della città, dal sindaco Maria Adelaide Mellano. Dopo la lettura delle motivazioni e la consegna dei premi il pomeriggio è stato animato da un vivace dibattito sui temi proposti dai due libri. Il giorno prima, sempre al teatro sociale, gli studenti avevano incontrato Pier Vittorio Buffa insieme all’assessore alla Cultura Alessandro Buzio. Continua »

A Caiazzo per il 71° della strage

La presentazione di Io ho visto ha chiuso, il 18 ottobre, le celebrazioni per il 71° anniversario della strage di Caiazzo, in provincia di Caserta. Nella suggestiva sala del consiglio comunale insieme all’autore c’erano il giornalista Enzo Perretta, che ha moderato l’incontro, e l’attore Antonio Friello che ha letto, raccogliendo commossi applausi, alcune pagine del libro. L’incontro è stato presentato dal sindaco di Caiazzo Tommaso Sgueglia. In sala, tra gli altri, il direttore del settimanale l’Espresso Luigi Vicinanza.

A Monte Carmignano, a circa tre chilometri dal paese, il 13 ottobre 1943, i soldati tedeschi appartenenti al 29° reggimento granatieri motorizzato, agli ordini del Tenente Wolfang Lehningk Emden, uccisero 22 civili. Per quella strage è stato celebrato un processo che, nel 1994, ha portato a due condanne all’ergastolo. La strage e tutte le vicende processuali che hanno portato alle condanne sono raccontate nel libro (La strage di Caiazzo, 13 ottobre 1943) scritto dal magistrato che istruì il processo, Paolo Albano, insieme ad Antimo della Valle per l’editore Mursia

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Boston, una nuova testimonianza su Sant’Anna di Stazzema

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Serata emozionante quella vissuta a Boston, in una sala del Mit, il Massachusetts Institute of Technology di Cambridge. Il circolo italiano della citttà, il 6 ottobre, vi ha organizzato la presentazione di Io ho visto.  Un pubblico numeroso e attento, composto soprattutto da italiani che vivono e lavorano a Boston e Cambridge, ha seguito con attenzione la presentazione di Pier Vittorio Buffa e le letture di Paola Medri che sono state precedute da un’introduzione della presidente del circolo, Susan Angelastro. E’ stato anche proposta una parte della testimonianza dell’ex SS Adolf Beckert al processo per la strage di Sant’Anna di Stazzema (racconta l’eccidio davanti alla chiesa di Sant’Anna) e, alla fine, la canzone di Luca Bussoletti, Sussidiario di un vecchio bambino.

Molte, alla fine, le domande del pubblico. Poi ha chiesto di parlare Barbara Poggio (nella foto qui sotto).

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La sua non è stata una domanda, ma una struggente testimonianza. Ha raccontato di sua mamma Maria Pia Mascaretti che il 12 agosto 1944 era sfollata a Sant’Anna di Stazzema.

“La mia mamma era davanti alla chiesa di Sant’Anna di Stazzema, ha visto quello che ha descritto l’SS che abbiamo ascoltato prima. E’ rimasta viva per miracolo. I tedeschi uccidevano le persone a gruppi di dieci.  La mamma era nell’ultimo, l’ultima dell’ultimo gruppo. Le SS iniziano a sparare. Le arrivano vicino, la donna accanto ha un bimbo in braccio, sta per essere uccisa, passa il piccolo alla mia mamma. L’ufficiale tedesco che è davanti alle due donne si infuria, afferra il bimbo, lo sgozza all’istante. Arriva un altro ufficiale che urla “Basta kaput, basta kaput”. E la carneficina finisce. Ecco, la mia mamma si è salvata così. Ma io tutto questo l’ho saputo tardi, molto tardi, quando ho cominciato a chiedermi il perché di strani comportamenti, delle sua urla notturne, del suo tapparsi le orecchie quando sentiva qualcuno parlare tedesco. Ma non da lei. La mamma, per tutta la vita, non mi ha mai detto di Sant’Anna di Stazzema. Solo a 84 anni mi ha raccontato. Ed è mancata poco dopo l’inizio del processo di La Spezia”.

Io ho visto a Boston

Appuntamento negli Stati Uniti per Io ho visto.

Il Circolo Italiano di Boston ha organizzato, per il prossimo 6 ottobre, una presentazione del libro. L’evento, voluto dalla presidente Susan Angelastro, è previsto per le 19,30 in una sala del Center for International Studies del MIT (Massachusetts Institute of Technology), a Cambridge.

Durante la presentazione, a cui sarà presente l’autore, verranno letti brani del libro, proiettate le immagini dei protagonisti di Io ho visto, proposta la canzone di Luca Bussoletti Sussidiario di un vecchio bambino.

Lunedi 6 Ottobre 2014
7:30 pm – 9:30 pm

MIT – Center for International Studies
Building E40-496 (Muckley Building) 4th floor
1 Amherst Street Cambridge MA 02139

www.circoloitaliano.org

 

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Cassano Valcuvia, il valore della memoria

Il valore della memoria, l’importanza della Resistenza nella costruzione dello Stato democratico, il perché della guerra ai civili condotta tra il 43 e il 45 dai nazifascisti. Sono stati questi alcuni dei temi toccati durante la presentazione di Io ho visto al Centro documentale di Cassano Valcuvia, in provincia di Varese. Un luogo scelto non certo a caso perché nelle sue belle sale si ricorda uno dei primi atti di resistenza all’occupazione tedesca. Quello cioè che ebbe come protagonisti il colonnello Carlo Croce e il Gruppo Militare Cinque Giornate Monte di San Martino di Vallata-Varese e che ebbe come epilogo la battaglia del San Martino.

Un pubblico numeroso ha seguito con attenzione gli attori Paola Manfredi e Dario Villa che hanno letto alcune pagine del libro e ha partecipato con interesse al dibattito che si è intrecciato con la presentazione. A condurre la serata Riccardo Prando, giornalista della Prealpina e docente di lettere mentre il vice sindaco di Cassano, Enrico Semeraro, ha introdotto e chiuso la manifestazione.

 

 

 

Tutto esaurito a Prato

Tutto esaurito la sera del 30 luglio a Prato, alla biblioteca Lazzerini. A causa del maltempo lo spettacolo Io ho visto si è tenuto all’interno dove i posti a disposizione, quasi duecento, sono andati rapidamente esauriti tanto che molte persone hanno dovuto, per motivi di sicurezza, rinunciare ad assistere alla performance di Pamela Villoresi.

Pier Vittorio Buffa ha introdotto la serata parlando del libro, delle stragi nazifasciste, dell’armadio della vergogna, dei processi celebrati dopo decenni.

Poi Pamela Villoresi, vestita di bianco, ha donato al pubblico della sua città cinquanta minuti di recitazione appassionata. Ecco la cronaca della serata nei tweet della giornalista del Tirreno Ilenia Reali.

E qui il video con la prima parte dell’interpretazione di Cesira Pardini, postato su Facebook

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La sera prima posti esauriti anche a Radicondoli (Siena) dove Pamela Villoresi ha recitato nella suggestiva navata della Pieve Vecchia nell’ambito del Festival organizzato da Massimo Luconi.

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Teatro, Io ho visto a Radicondoli e Prato

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Una due giorni toscana per Io ho visto.

Lo spettacolo tratto dal libro, che ha come protagonista Pamela Villoresi (nella foto), è in programma il 29 luglio al festival di Radicondoli (Siena). L’appuntamento è alle 21.15 alla Pieve Vecchia della Madonna.

Il giorno dopo, alle 21,30, l’appuntamento è invece a Prato alla Corte delle Sculture della Biblioteca Lazzerini  (Via Puccetti, 3 – Via Santa Chiara, 30).

Della riabilitazione e della memoria

Tre considerazioni sulla sentenza della Corte d’appello di Milano che ha assolto l’ex cavaliere del lavoro Berlusconi Silvio.

1. Che una sentenza di secondo grado ribalti quella di primo grado costituisce una prova di vitalità della giustizia, di autonomia reale dei giudici. Se non ci sono, come spero davvero non ci siano, interferenze di altro tipo, la sentenza sul caso Ruby smonta dalle fondamenta tutte le tesi di complotto e persecuzione che hanno avvelenato questi anni. E rinforza i due principi cardine sui quali si basa il nostro sistema penale. L’azione penale è obbligatoria, nessun deve essere considerato colpevole sino alla passaggio in giudicato.

2. I fatti accaduti restano, per quello che se ne sa, incontrovertibili. L’allora presidente del Consiglio chiamò la questura per chiedere che una ragazza fermata venisse rilasciata e consegnata a donna di propria fiducia spacciata per consigliere ministeriale. Questa ragazza, la famosa Ruby che all’epoca dei fatti era minorenne, ha fatto sesso a pagamento presso la residenza del presidente del consiglio in carica. I giudici hanno stabilito che questi fatti non costituiscono reato. Bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, ma l’ipotesi più probabile è che le ragioni siano in una diversa definizione della concussione stabilita dalla famosa legge Severino  e dalla non provata conoscenza, da parte dell’imputato, che la ragazza fosse minorenne. La sentenza, dunque, non modifica di una virgola la sostanza dei comportamenti tenuti dall’allora presidente del Consiglio.

3. Una lettura superficiale dell’accaduto sta portando a una sorta di riabilitazione politica di un uomo che, già capo del governo del nostro paese, sta scontando una pena comminatagli in via definitiva per frode fiscale ed è ancora imputato in un buon numero di processi. No, per favore, non si cada in una trappola del genere. Berlusconi Silvio è sempre lo stesso: quello di oggi, di ieri, dell’altro ieri, di dieci anni fa, di vent’anni fa. E’ bene ricordarlo perché a leggere affermazioni come quelle della vice segretaria del Pd, Deborah Serracchiani (“Berlusconi è sempre il benvenuto”), sembra davvero che la memoria, in tutti i sensi, stia diventando un bene sempre più raro.

Condividere la memoria

Un mese fa è andato online il sito “Grande Guerra, i diari raccontano”, di cui avevo parlato in questo post.

Da allora, all’indirizzo mail appositamente creato, sono arrivate numerose segnalazioni. Nipoti e pronipoti dei combattenti di un secolo fa hanno scritto di avere diari, foto, lettere conservate con cura negli anni e che adesso mettono volentieri a disposizione dell’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano e del gruppo Espresso. Insieme a tutte le altre che arriveranno verranno raccolte, vagliate, selezionate, pubblicate.

Non mi aspettavo una reazione così pronta e vasta e me ne sono chiesto la ragione. La risposta che mi sono dato non so se è quella corretta, ma vorrei provare a ragionarne insieme.

Inviare oggi a un archivio e a dei giornali un diario scritto in trincea cent’anni fa penso sia frutto di un bisogno che il nostro paese, nel suo oltre secolo e mezzo di vita, non è riuscito a soddisfare.

Quello, di ciascun cittadino, di avere una memoria comune a quella del vicino di casa, dell’amico, del conoscente. Il bisogno, cioè, di vedere le sofferenze e le gioie di chi ci ha preceduto far parte di un unico, riconosciuto e condiviso processo storico. Mandando anche una sola lettera di un nonno o bisnonno perché sia conservata e magari pubblicata è come si volesse dire: “Ecco anche lui che non è stato un eroe ma sicuramente ha sofferto fa parte della nostra storia, e per quella sofferenza gli dobbiamo, tutti, riconoscenza”.

E in questa direzione, quella di una memoria condivisa, va una recente iniziativa di cui ho dato notizia sull’Espresso di questa settimana. Uno storico magistrato militare, Sergio Dini, oggi sostituto alla procura ordinaria di Padova, ha scritto, insieme a due suoi colleghi, una lettera al ministro della Difesa che qui si può leggere integralmente. Il magistrato chiede che venga promulgato un “provvedimento clemenziale” in favore dei soldati che vennero fucilati nella Grande Guerra. Perché, spiega, “quelle fucilazioni, da un punto di vista strettamente utilitaristico ebbero un senso e contribuirono, in certo modo, alla vittoria finale”. In altre parole fanno anche loro parte di una memoria che deve essere condivisa.

Parole sante

Parole sante quelle pronunciate dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a margine dell’incontro con il presidente uscente della commissione Ue, Manuel Barroso.

L’Europa deve parlare in modo più chiaro, documenti e discorsi devono poterli capire tutti, dobbiamo “liberarci tutti da un centro codice cifrato”, ha detto in sostanza il presidente.

Matteo Renzi, nel suo primo discorso da presidente di turno, ha fatto un piccolo passo in questo senso: ha messo da parte elenchi programmatici complessi e ha cercato di essere diretto ed esplicito, di farsi capire da tutti. Ma Napolitano si riferisce a molto altro. Al linguaggio da casta che deve imparare chi ha a che fare con l’Europa. A quei modi di dire, “cifrati” appunto, che dovrebbero essere messi da parte per chiamare ciascuna cosa nel modo più semplice e comprensibile. A documenti che invece di spiegare e creare consenso, creano un fossato tra l’istituzione europea e i suoi cittadini.

Forse può non essere uno degli obiettivi principali del semestre italiano. Ma un qualche segnale, bello forte, in questa direzione potrebbe davvero far capire che l’Europa ha deciso di cambiare, di avvicinarsi di più ai propri cittadini.

La barricata

Si stringono i tempi sulle riforme del nostro impianto istituzionale: Senato e legge elettorale. E questa è una buona notizia.

Ma aumentano anche i dissensi sulla “non elettività” del Senato, la “fronda” trasversale, interna ai partiti, che vede sulla stessa, provvisoria sponda, tra gli altri, Vannino Chiti Augusto Minzolini.

Io, in tutta sincerità e come ho già avuto modo di osservare, non capisco perché la “non elettività” stia diventando un barricata da difendere quasi a ogni costo. Per risparmiare? Per fare un taglio di costi chiaro e visibile da tutti? Può darsi. Ma ancora nessuno ha spiegato con adeguata chiarezza perché non possa essere seguita un’altra e, a mio avviso, più efficiente strada.

Oggi abbiamo 630 deputati e 315 senatori (più quelli a vita nominati dal presidente della Repubblica) per un totale di 945 parlamentari eletti. La proposta del governo Renzi, se dovesse essere approvata, lascerebbe i 630 deputati eletti direttamente a cui andrebbe aggiunto  il centinaio di senatori senza indennità ed eletti da consigli comunali e regionali ma che sempre a degli uffici dovrebbero appoggiarsi per svolgere il loro lavoro.

Se noi immaginassimo un parlamento eletto direttamente e composto da 400 deputati e 100 senatori (non rieleggibili) avremmo un minor numero complessivo di parlamentari (130 in meno con conseguente, significativo risparmio) e una maggiore teorica efficienza  di una Camera meno pletorica (cosa farebbero mai 400 deputati meno di di 630?) e di un Senato composto da senatori a tempo pieno.

Quanto ai poteri mi sembrano corretti quelli previsti dalla riforma governativa. Anche se cento senatori a tempo pieno e non rieleggibili potrebbero esercitare una incisiva funzione di controllo sugli atti governativi e avere forti poteri di inchiesta. Il che potrebbe non essere secondario in un sistema che sta prevedendo, come è giusto che sia, una legge elettorale che assegni a un’unica camera una maggioranza capace di esprimere un governo stabile e con maggiori poteri dell’attuale.

La malattia

«Mazzacurati mi disse che mi avrebbe corrisposto circa 200mila euro all’anno e alla fine del mio mandato un riconoscimento di alcuni milioni di euro. Io, imbarazzato, accettai».

Così ha detto ai giudici l’ex Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta. Che poi i soldi li ha presi davvero in  cambio della nomina dei collaudatori del Mose scelti direttamente dal Consorzio Venezia Nuova. Il controllato si sceglieva quindi, con un pacco di banconote, i propri controllori.

Vale la pena soffermarsi su questa frase del signor Cuccioletta. Quelle poche parole sono un condensato della malattia che attanaglia il nostro paese. Soprattutto le ultime tre: “Io, imbarazzato, accettai”.

Io. Sono io che ho deciso, io che ero importante, io la persona alla quale devono rivolgersi, io l’uomo chiave.

Imbarazzato. Sono per bene, mai fatto cose del genere, sono onesto, non sono come quelli.

Accettai. Ma tengo famiglia e sono uomo di mondo, non potevo fare altrimenti. Sono vittima di un sistema che non ho certo creato io. L’ho trovato, non potevo mica oppormi, da solo, a forze così potenti.

Invece il signor Cuccioletta (se, come è obbligatorio precisare, tutto verrà confermato dai giudici) non è una vittima ma un corrotto che con le sue azioni ha contribuito in modo significativo a inquinare le istituzioni. Se tutti i Cuccioletta d’Italia facessero seguire alla parola imbarazzato invece che “accettai” un bel “rifiutai” il grande castello si sgretolerebbe, il sistema cadrebbe su stesso. Ma questo, per ora, è un sogno.

Grande Guerra, i diari raccontano

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Da ieri è online un lavoro al quale, negli ultimi mesi, mi sono dedicato con una certa intensità. E’ un sito che vivrà sia di vita propria che all’interno dei siti dei giornali locali del gruppo Espresso e di quello del settimanale l’Espresso.

Il titolo è sufficientemente esplicativo: “La Grande Guerra, i diari raccontano”.

Grazie a un accordo tra il Gruppo Espresso e l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano abbiamo, Nicola Maranesi (un giovane e bravo giornalista) e io, letto i diari dell’archivio che si riferiscono alla Prima guerra mondiale e selezionato i brani più interessanti. Dopo la loro digitalizzazione li abbiamo catalogati, geolocalizzati, spiegati…

Ne è nato uno strumento che consente a ciascuno un viaggio davvero particolare nelle trincee di quella immane tragedia che fu la guerra 1914-1918, di cui quest’anno ricorre il centenario.

Anche per noi che vi abbiamo lavorato è stato un viaggio eccezionale.

Riprendere in mano, dopo cent’anni, pagine scritte nel fango o nei ripari della seconda linea. Riuscire quasi a vedere con i propri occhi le atrocità che vengono descritte con parole semplici e crude. Restare stupiti di fronte alla profonda sensibilità che l’uccidere e il veder morire non riesce a sopprimere. Leggere di un uomo fucilato perché aveva la pipa in bocca o di un capitano che uccide due suoi soldati che non vanno all’attacco.

Tutto questo ci ha restituito emozioni profonde che speriamo di essere riusciti a trasmettere.

Ma ci ha anche consentito di stabilire un rapporto diverso con la generazione che ha combattuto la 14-18, quella dei miei nonni e dei bisnonni di Nicola. Una generazione alla quale noi, nati nel secondo dopoguerra, abbiamo prestato poca attenzione umana. Era guerra vecchia, guerra d’altri tempi… Abbiamo sbagliato. Perché le guerre non sono mai vecchie, né di altri tempi. Sono solo da sempre e per sempre la cosa più terribile che l’uomo possa causare.

I racconti dei diaristi aiutano a non dimenticarlo, a imprimerselo bene nella mente, a rispettare tutti coloro che sono stati costretti a combatterle. E a fare quanto è in proprio potere perché di guerre, nel mondo, ce ne siano sempre di meno.

 

Partita decisiva

Oggi, piu’ di prima, molto piu’ di prima, e’ chiara una cosa.

La sua vera partita Matteo Renzi la gioca sul campo della moralita’ pubblica, della lotta alla corruzione. Il bubbone scoppiato a Venezia ne è solo l’ultima, clamorosa conferma.

Il ventennio lungo, iniziato con Mani pulite e con la caduta di Dc e Psi, non e’ finito. Il ciclone che sembrava tutto dovesse pulire per creare una nuova Italia, e’ diventato una burraschetta, di quelle capaci di spaventare solo i bagnanti della domenica.

Gran parte delle responsabilita’ sono sicuramente del berlusconismo, che dichiarava di voler andare oltre il passato e che invece del passato si e’ dimostrato il peggior continuatore,

Ma e’ stata ed e’ anche responsabilita’ della sinistra nel suo complesso che in questi anni, per lunghi periodi, ha, in qualche modo, guidato il paese. E che, almeno in parte, di quel passato e’ stata ugualmente continuatrice.

E’ per questo quindi che la vera, decisiva partita di Matteo Renzi si gioca su una concreta operazione di sradicamento che porti via la malapianta che cresce da decenni nei palazzi del potere di cui e’ disseminata la penisola.

Piu’ decisiva di tutto il resto.

No, non è la Dc

Il Partito democratico è la nuova Democrazia cristiana? E’ il nuovo grande partito dell’italiano medio un po’ cattolico, un po’ conservatore, un po’ pauroso del cambiamento, un po’ di sinistra ma poco poco, un po’ di destra ma poco poco?

Senza avventurarsi in paralleli storici complessi, e anche inutili tanto sono differenti le situazioni, penso si possa rispondere tranquillamente no, il Pd non è la nuova Dc.

I progetti del segretario-presidente del consiglio hanno un così forte contenuto di cambiamento, in Italia e in Europa, che è difficile trovare qualcosa di appena simile nei decenni di dominio dc.

Matteo Renzi non difende l’esistente, ma indica cosa e come va modificato con precisione e con grande energia. Viene addirittura accusato di fare programmi troppo densi e con tempi impossibili, esattamente l’opposto di quello che faceva la Dc. E non è, almeno fino a questo momento, il terminale di interessi consolidati che devono essere protetti.

Certo, tra chi ha votato Pd ci sono sicuramente uomini e donne che l’ultima volta hanno fatto il segno sul nome di Berlusconi o anche di Grillo. E questa capacità dimostrata da Renzi di attrarre voti dai settori più disparati è uno degli elementi principali a favore della tesi Pd=Dc.

Ma invece dimostra l’opposto. Dimostra cioè che una buona fetta di elettorato si sente rassicurata e da fiducia a chi vuole mettere mano alla costituzione, combattere i privilegi, incidere radicati bubboni, lottare per una diversa Europa.

Non è un ritorno della Dc, ma una stagione nuova dove tutto è rimescolato e che è stata aperta da un voto inequivocabile: la maggioranza del paese vuole davvero cambiare le cose. Sembra una frase generica e retorica, ma non lo è.

Demagogia

L’altra sera ho seguito con grande attenzione la prima volta di Beppe Grillo da  Bruno Vespa. E ho aspettato qualche giorno prima di cercare di fare qualche riflessione. Per non cedere agli impulsi del momento, per lasciar sedimentare impressioni ed emozioni.

Belli slogan, efficaci battute. Considerazioni condivisibili sulla necessità di mandare a casa politici corrotti, di costruire una classe politica sana.

Ma per fare cosa? Grillo, come in tanti hanno osservato, non ha illustrato proposte, non ha indicato coperture finanziarie per cose belle come il reddito di cittadinanza, non ha risposto alle garbate ma precise domande, non ha controbattuto con fatti concreti ai paterni “Ma dai su…”  di Vespa. E se un leader non ha idee chiare su cosa fare, non sa spiegare cosa farebbe se dovesse andare al governo io non mi fido.

Perché la politica dovrebbe essere l’arte del costruire, non del distruggere. E costruire è più faticoso e rischioso. Vuol dire mettere in conto  l’impopolarità, affrontare i problemi concreti, proporre ciò che si sa, o si immagina, realizzabile.

Altrimenti è demagogia, cioè la “pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni specialmente economiche, con promesse difficilmente realizzabili” (Vocabolario Treccani). O, secondo al definizione di Tullio De Mauro (Grande dizionario italiano dell’uso), la ”ricerca del consenso politico ottenuto sfruttando le passioni e i pregiudizi delle masse”.

 

 

 

 

 

 

 

Due lezioni

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L’altra sera ho seguito un dibattito pubblico in cui Luigi Berlinguer presentava la candidata del partito democratico alle europee Silvia Costa.

Berlinguer, nato nel 1932 e parlamentare europeo uscente, ha spiegato con parole semplici e dirette perché l’Europa non è solo una questione economica e perché non ne possiamo fare a meno. E ha cominciato da dove spesso ci si dimentica di cominciare.

Da 70 anni, e per la prima volta nella storia, ha sostanzialmente detto Berlinguer, in Europa non ci sono guerre. E questo dopo un secolo, il Novecento, in cui gli europei hanno ucciso milioni e milioni di europei. La pace in cui viviamo, ha concluso, la dobbiamo all’Europa Unita.

Ha usato frasi forti ma comprensibili da tutti, è andato al nocciolo della questione. Senza urlare, ma con calma e guardando dritto negli occhi.

Ne ho tratto due lezioni.

La prima che non bisogna mai dimenticare da dove si viene. Non dobbiamo dimenticarlo noi e non dobbiamo farlo dimenticare agli altri. Parlando, spiegando, ricordando, in questo caso, come e perché è nata l’Europa Unita. Si capisce meglio quello che accade oggi. Si traccia meglio la rotta per il futuro.

La seconda è che dovremmo ascoltare un po’ più spesso chi ha parecchi anni di vita alle proprie spalle. Se ne possono trarre, appunto, lezioni importanti, come a me è capitato l’altra sera. Con calma, seduto su una sedia a seguire discorsi pacati.