Archivio Autore: Istantanea

La forza di Ventotene

170201_81D1916_remove_lowNegli ultimi mesi ho avuto un privilegio. Per preparare un libro che esce tra pochi giorni ho passato tanto, tanto tempo con gli uomini  segregati dal fascismo sull'isola di Ventotene. Volevo raccontare le storie di chi vi è stato rinchiuso perché antifascista e che poi non è arrivato fino in fondo. Non è riuscito a vedere il frutto del proprio sacrificio, l'Italia libera e democratica, perché ucciso da una malattia, da un plotone d'esecuzione nazista, da un lager. Seguendo le loro tracce è come avessi passeggiato per le strade della piccola isola del Tirreno con Altiero Spinelli e gli altri, come se mi fossi seduto al tavolo della loro mensa, la mensa E, la mensa Europa. Mangiato con loro, ascoltato i loro discorsi. Quando poi ho rialzato la testa dal lavoro al libro, sempre faticoso e "isolante", mi sono guardato intorno con uno sgomento che non avevo mai provato.

Avevo lasciato gli uomini della mensa E.

Avevo lasciato tutti gli altri che per le viuzze dell'isola studiavano, discutevano facevano politica e che poi si sarebbero ritrovati al centro della vita politica della Repubblica, nella Costituente, al vertice dei partiti e dei sindacati... Tutta gente chiusa Ventotene per le proprie idee, per non voler alzare il braccio destro nel saluto fascista, per non volersi piegare alla legge del più forte.

Avevo lasciato loro a e avevo ritrovato quel che sapevo, ma che adesso vedevo con maggior lucidità. Un'Europa sempre più in difficoltà, un'Italia attraversata da una tempesta politica senza nessuna concreta base teorica, senza nessuna reale prospettiva strategica.

Allora sono andato a rileggermi, ancora una volta, il Manifesto di Ventotene. Tanto per capirsi la sua prima edizione, uscita clandestinamente da Ventotene, porta la data dell'agosto 1941: gli Stati Uniti non erano ancora in guerra, la Germania aveva da poco attaccato l'Unione Sovietica, mancava più di un anno alla disfatta di El Alamein. Eppure l'Europa futura c'era tutta. Un'Europa che doveva rinascere dalle distruzioni della guerra, che doveva portare fratellanza, giustizia sociale, pace. Al suo interno e al di fuori dei propri confini.

Oggi quell'Europa si sta come disfacendo. Lentamente, come per una gigantesca forza d'inerzia negativa. E constatarlo dopo aver "vissuto" a Ventotene per quasi un anno e alla vigilia dei 60 anni dei trattati di Roma fa male, molto male.

Talvolta le medicine più ovvie vengono scartate perché appunto, ovvie e banali. Ma talvolta sono proprie le medicine più semplici a funzionare in modo insospettabile. Ecco, in questo caso la vecchia, buona medicina che su di me ha avuto un effetto eccezionale è sempre la solita. Guardare al passato non per rimpiangerlo o scimmiottarlo, ma per trarne forza per capire il presente e immaginare il futuro.

Nella foto. Ventotene, le rampe che i confinati percorrevano in catene per andare dal porto alla piazza della Chiesa, sullo sfondo l'isola di Santo Stefano (foto P.V. Buffa)

Voli legittimi

012104758-cb31f888-d7d2-452c-ab85-182837650fb4I dati sui voli di Stato divulgati da Repubblica suggeriscono qualche riflessione.

E' ovvio che abusare della propria carica pubblica per avere benefici personali sia una pratica da condannare e perseguire. E lì, in quei dati, di abusi probabilmente ce ne sono. Come è anche probabile, se si vanno ad analizzare le scelte fatte in merito alla flotta di aerei, che ci sia una non efficiente gestione della cosa pubblica.

Ma è il passaggio logico successivo che non funziona. Se, mettiamo, Alfano ha abusato dell'aereo di Stato per tornare a casa sua, questo non deve diventare un pretesto per fare, come si dice, di ogni erba un fascio, e puntare il dito contro chiunque salga su un aereo di Stato. Altrimenti si diventa soggetti passivi di quella egemonia culturale dei Cinque Stelle di cui ha parlato acutamente sul Corriere Angelo Panebianco.

Facciamo qualche esempio nel dettaglio. Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha preso l'aereo per andare, tra l'altro, a Kuwait City, a Bagdad, a Muscat, a Mosul, a La Valletta... Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan è andato a Francoforte, Bruxelles, Parigi, Bratislava... il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, ha girato mezza Europa, è andato in Africa, in Nord America, in Medio Oriente, a Tblisi, Baku, Erevan... per un totale di 54 voli. Tutte destinazioni che non possono non essere collegate a precise funzioni istituzionali (e lasciamo stare la questione sicurezza).

Sostenere, quindi, che gran parte dei voli fatti dai membri del governo italiano con i soldi degli italiani sono voli legittimi dovrebbe essere la cosa più naturale di questo mondo. Perché non vuol dire coprire gli abusi, ma distinguere con precisione tra abuso e uso legittimo. Invece, oggi, se si sostiene una cosa del genere, si rischia di essere additati come difensori della casta, dei privilegi dei politici, dei ladri.

Un rischio che corro volentieri perché sono convinto che non ci si debba mai adattare alle egemonie culturali e che ci si debba sforzare di pensare, sempre, con la propria testa.

 

 

Le colpe del proporzionale

Quello che sta accadendo nel Partito democratico può essere letto in tanti modi. E la responsabilità della scissione, o come la si vuole chiamare, può essere attribuita agli uni o agli altri con argomentazioni che hanno tutte una loro validità. Si può anche ritenere che tutto questo sia la fine della sinistra o l'inizio di una nuova e vera sinistra.

Quello che però sembra fuori discussione è il ruolo che ha avuto, in queste tormentate giornate,  la legge elettorale prossima ventura. Si sa che sulla prospettiva di una legge proporzionale si sta creando, come si dice, una "vasta convergenza". E si sa che una legge proporzionale più o meno pura attribuisce a formazioni anche di piccola o media consistenza un potere notevole, una "forza di interdizione" che altrimenti sarebbe praticamente inesistente. Per capirsi. Se sono minoranza in un partito devo seguire la linea della maggioranza, chiedere posti, avere ben poca forza. Se, invece di restare minoranza, esco dal partito potrò poi discutere con i suoi vertici da pari a pari e ottenere molto di più, sia in termini politici che di visibilità e di potere.

Tutto qui. Certo, alla base c'è un divaricarsi sempre più accentuato delle visioni politiche e sulla concezione stessa di Partito democratico. Ma se non si stesse disgraziatamente tornando a un meccanismo elettorale che la storia e gli italiani avevano condannato più di 20 anni fa l'accelerazione verso la frammentazione della sinistra sarebbe stata senz'altro più lenta o del tutto inesistente.

Un'altra buona ragione per contrastare il ritorno a un sistema elettorale proporzionale.

Di guardia a una buca

Ieri, in mezzo a un incrocio tra due strade di Roma molto trafficate, c'erano due vigili urbani. Non dirigevano il traffico, il semaforo era regolarmente in funzione, ma erano lì, immobili al centro dell'incrocio con le automobili che gli passavano intorno.

Una situazione troppo strana e particolare per non informarsi. Qualche domanda a chi vive intorno all'incrocio e il mistero è svelato. I due vigili sono di guardia a una buca. Sì, di guardia a una buca per evitare che macchine e, soprattutto, motorini ci vadano a finire dentro. Da più di un mese gli abitanti della zona la segnalavano. I portieri di due stabili avevano avvertito ripetutamente i vigili e diverse volte avevano tolto dalla strada i pezzi di asfalto che si staccavano intorno alla buca che si allargava ogni giorno di più. Poi un motorino l'ha presa in pieno, ha rotto una ruota, chi lo guidava ha protestato e solo a questo punto è scattato il piano di emergenza. Due vigili di guardia per un'intera mattina fino a quando gli operai hanno chiuso la buca.

Ma che città è mai questa? Vedere i due vigili di guardia alla buca, pensare a quello che sta accadendo in Campidoglio intorno alla sindaca e mettere insieme le immagini che queste due scene restituiscono ci regala l'istantanea del degrado materiale e culturale al quale la città è abbandonata. Non mi sembra ci sia altro da aggiungere.

 

Il gioco dell’oca

IMG_2838Ricordate il gioco dell'oca? C'era una casella che faceva tornare all'inizio, quella dello scheletro. Ecco, quando, parlando di legge elettorale, si evoca il "proporzionale puro" mi sembra di stare per cadere nella casella dello scheletro, la casella 58.

Formare, come si sta ipotizzando, Camera e Senato con il proporzionale puro (se nessun partito arriva al 40 per cento e si prende il premio di maggioranza) vorrebbe dire tornare a 25 anni fa, al 1992. In quell'anno venne eletto, per l'ultima volta, un parlamento con la vecchia legge proporzionale. Quella di fatto abbattuta dal "referendum Segni". Quella, per capirsi, della cosiddetta Prima Repubblica, dei governi di coalizione, delle infinite trattative, delle elezioni nelle quali tutti "vincevano" o "tenevano" e nessuno perdeva. Insomma di tutto quello che abbiamo voluto lasciarci alle spalle cercando una via italiana all'alternanza, alla certezza del vincitore delle elezioni, alla stabilità dei governi.

Il proporzionale è oggi il sistema che può mettere tutti d'accordo perché, sulla carta, non condanna o non promuove nessuno. Tutti i partiti, grandi e  piccoli, possono aspirare a governare. Tutti dovranno pensare, persino i Cinquestelle, ai possibili futuri alleati. Perché una cosa è chiara. Se nessun partito raggiungerà l'eventuale premio di maggioranza (conquistando un altissimo 40 per cento dei voti) si sarà caduti nella casella dello scheletro. Si tornerà agli incarichi esplorativi, si assisterà alla formazione di alleanze non scelte dagli elettori, si avranno governi che si reggono, magari, sul voto essenziale di piccole formazioni...

Anche se l'Italia è stata governata così per quasi 50 anni io non vorrei vedere questo ritorno al passato. Sarebbe, da parte della classe politica e quindi anche da parte nostra che l'abbiamo scelta, un drammatica dichiarazione di fallimento.

Per cui da oggi, per quello che può valere, dire "No al proporzionale" equivale a mantenere il desiderio e la forza di guardare al futuro. Con coraggio.

 

Terrorismo e memoria

genovaIeri, 16 gennaio, ero a Genova in una scuola, la Firpo-Buonarroti, a parlare di terrorismo, del terrorismo che ha attraversato il nostro paese negli anni Settanta e in parte degli anni Ottanta. Caterina Gallamini e Simona Cosso, docenti dell'istituto, mi avevano invitato come coautore di Mara, Renato e io, il libro che scrissi nel 1988 insieme a Franco Giustolisi per raccontare la storia di Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse.

Un'aula magna silenziosa e attenta. Centocinquanta ragazzi che avevano letto e studiato. Soprattutto riflettuto. E, di conseguenza, le domande sono state appropriate e intelligenti. Hanno voluto sapere dettagli, conoscere sensazioni, approfondire scenari. Ma c'è una cosa che mi ha colpito e sorpreso e che, quindi, mi sembra giusto condividere: una questione che i ragazzi hanno posto più volte, in modo non necessariamente esplicito. Ma perché si parla così poco di quegli anni? Perché non si trovano con facilità libri esaurienti? Perché non c'è nei programmi di scuola?

Gli studenti hanno ragione. Riferendoci alla storia del secolo corso si parla più di Grande Guerra o di sbarco in Normandia che del terrorismo italiano. Eppure quegli anni, a ripensarli e a ricostruirli in pochi minuti davanti a 150 studenti, fanno venire i brividi. Hanno creato dolore e lacerazioni, lasciato dietro di sé una scia profonda. Così profonda che non accenna a sparire.

Chi ha davvero ucciso Moro? Ma c'era davvero un filo rosso che legava le Brigate rosse ai partigiani? E' stata davvero una guerra? Domande alle quali possiamo rispondere solo con opinioni più o meno argomentate.

Ecco, è questo il punto. Con il  terrorismo (come, in parte, con gli anni bui della guerra in Italia del 1943-1945), non abbiamo ancora fatto i conti fino in fondo. Non abbiamo trovato, come si dice, una memoria condivisa. E' come se il dolore, gli odi, le ambiguità di allora fossero ancora tra noi.

Quante generazioni dovranno ancora passare? Per quanto tempo ancora i diciottenni dovranno chiedersi e chiedere: ma perché non ci spiegate per bene cosa accadde?

Caporetto

istanbulCerto che  aprire gli occhi sul nuovo anno con le notizie che arrivano da Istanbul trasmette sensazioni molto forti. Disagio, precarietà, paura, impotenza, rabbia... Forse sono queste ultime due a prevalere, almeno per me.

L'impotenza è quella di percepire come questa guerra in corso si combatta ovunque e contro tutti. Ovvio, viene da osservare, lo si sa da anni. Ma quel babbo natale armato di mitra (nella foto) che semina morte invece che regali dà a questa sensazione, con la quale conviviamo da tempo, una forza inusitata. Come se il travestimento scelto dall'assassino simboleggiasse il ribaltamento di ruoli, l'abbattimento di qualunque punto di riferimento. E noi siamo nelle nostre case attoniti, senza poter far nulla di concreto.

La rabbia è diretta conseguenza dell'impotenza. Quando accadono cose del genere vedi rimpiccolirsi tutto quello che negli ultimi giorni è stato per te importante. Discussioni, problemi, animosità... Tutto sparisce, diventa minuscolo. Ma la rabbia,  se non le si da uno sbocco, consuma, corrode, alla lunga uccide. Bisogna trasformare la rabbia in forza positiva. E questo non lo vedo accadere.

L'ultimo anno che finiva con il 17, il 1917, è rimasto scolpito nella storia del nostro paese come l'anno di Caporetto, l'anno in cui austriaci e tedeschi travolsero gli italiani e in pochi giorni li ricacciarono dalla Slovenia al Piave. Non è bello fare paragoni con una guerra in cui morirono centinaia di migliaia di persone. E non mi piace parlare di vittorie e sconfitte belliche come si fosse a un tavolo da gioco. Ma lo faccio lo stesso, e chiedo scusa in anticipo, perché mi sembra che il parallelo con Caporetto faccia capire meglio di tanti giri di parole quello a cui sto pensando da quando ho letto la notizia di Istanbul.

Caporetto determinò  negli italiani la disperazione per la sconfitta e un senso diffuso di impotenza e rabbia. La rabbia, per tutta una serie di ragioni, riuscì a tramutarsi in una forza positiva  e dare energia alla riscossa degli italiani e alla vittoria finale.

Ecco, l'augurio per possiamo farci per questo 2017 iniziato così è che la rabbia di Istanbul si possa tramutare in una forza positiva. Non per seminare altra morte, come fu nel 1917, ma per fare un passo verso un  mondo più giusto e sereno. Se un augurio del genere, banale e utopico quanto si vuole ma che viene spontaneo, non ce lo facciamo un primo gennaio quando mai ce lo potremmo fare?

Auguri!

 

 

Non solo Milano

barconeHa il fascino e la forza delle grandi sfide l'idea del regista Alejandro Gonzalez Iñárritu di esporre il barcone della morte a Milano, in piazza Duomo.

Il fascino perché è un'idea che spiazza e sorprende ma allo stesso tempo ti fa dire: ma certo, è la cosa più ovvia e giusta.

La forza perché vuole inserire nella vita di tutti i giorni di una grande città il segno tangibile del dolore  e della sofferenza di migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini.

Sarà difficile, passando accanto a questo scafo blu, nel quale sono morte 700 persone, voltarsi dall'altra parte e dire: no, non mi riguarda.

Sarà difficile, molto difficile guardarlo con attenzione e dire: no, non li voglio, che restino a casa loro.

Sarà difficile, molto, molto difficile non chiedersi: come si può evitare che sempre più barconi come questo finiscano in fondo al mare?

Per questo c'è da sperare che l'idea del regista messicano con quattro Oscar venga davvero realizzata in piazza Duomo a Milano. E c'è da augurarsi anche molto di più. Che il barcone non venga poi chiuso in un hangar ma inizi un lento girovagare che lo porti nelle grandi città italiane. A cominciare da Roma.

 

E adesso sì

>>>ANSA/EUROPEE: ULTIMA VOLATA, I TRE LEADER NELLE PIAZZEDal mese di aprile, quando argomentai perché la riforma costituzionale era a mio avviso errata e perché bisognava opporsi alla sua approvazione, sono successe davvero tante cose. Così tante e complesse che approfondire le conseguenze delle nuove norme costituzionali, analizzarne distorsioni e disequilibri, sembra quasi un esercizio inutile e stantio e decidere in serenità sembra oggi impossibile. Lo scontro sul voto è ormai tutto politico, di schieramento. Prescinde quasi completamente dal reale contenuto della legge. Si fa propaganda per slogan, si voterà di pancia e non di testa. E' quindi secondo me obbligatorio decidere di votare tenendo conto di quello che è accaduto da aprile a oggi. Provo ad abbozzare un ragionamento isolando alcune delle questioni sul tappeto.

  1. L'errore iniziale del presidente del Consiglio Matteo Renzi, quello di dire "Se non passa la riforma io me ne vado" è diventato il padre (o la madre) di tutti gli errori. Ha fatto diventare il dibattito, e il conseguente voto, sul merito del testo di riforma una lotta tra due schieramenti nella quale l'Italia si sta dividendo in un'atmosfera da 1948.
  2. In questi giorni, a sentire certi dibattiti e ad ascoltare le opinioni della gente comune, sembra che essere per il sì voglia dire essere per la conservazione, per mantenere il potere ai politici, per dare il paese a Renzi e ai suoi. Ed essere per il no sembra invece voglia dire essere tra coloro che vogliono davvero il cambiamento, che vogliono mandare a casa i politici corrotti, che vogliono una nuova Italia. Una semplificazione irritante e profondamente errata.
  3. Renzi e i suoi, con tutti gli errori commessi, "non sono" la vecchia classe politica e hanno comunque cercato una soluzione a problemi mai risolti (dall'ormai mitico bicameralismo perfetto, al Cnel, alle Regioni, alle province...). E stanno comunque cercando, pur con errori non secondari, di dare una rotta diversa al nostro paese.
  4. Nel fronte del no si mischiano persone integerrime che non vogliono vedere quegli articoli diventare Costituzione, pezzi di sinistra che spesso perdono di vista gli obiettivi strategici, simboli di un passato fallimentare come Silvio Berlusconi, leader politici che hanno inneggiato alla vittoria di Trump (Grillo e Salvini). Schieramento politico a dir poco disomogeneo.
  5. Se vince il sì Renzi ovviamente si rafforza, ma è tenuto a dare seguito a una promessa che, non mantenuta, lo screditerebbe in modo serio e decisivo: la modifica dell'Italicum, per evitare di consegnare il paese al 25 per cento degli elettori, e l'elezione diretta dei senatori. In questo modo due tra le principali storture introdotte dalla nuova Costituzione verrebbero fortemente attenuate.
  6. Se vince il si il paese non viene, per i prossimi decenni, consegnato a Renzi e i suoi, non si va incontro al rischio di una dittatura.
  7. Se vince il no si apre una stagione di grande incertezza con un probabile sbocco elettorale a breve termine. Ma con quale legge elettorale visto che l'Italicum, attualmente in vigore, non prevede l'elezione del Senato? Materia giuridicamente complessa ma non è difficile prevedere su questo tema scontri feroci. Chi ne uscirà vincitore? Se il no vincerà con ampi margini non è difficile immaginare che la guida del paese potrebbe essere presa, in forme articolate, da una strana miscela di Cinque Stelle e Lega.

Messi sulla bilancia questi ragionamenti, calibrati pesi e contrappesi, sono personalmente arrivato a una conclusione per me anomala. Quel no alla riforma costituzionale al quale ero arrivato dopo uno studio del testo abbastanza attento lascia il posto a un sì pronunciato con decisione e con il concreto auspicio che i cambiamenti promessi diventino rapidamente realtà.

 

Maggioranza silenziosa? No, grazie

renziMatteo Renzi sta usando sempre più spesso il termine "maggioranza silenziosa" per individuare gli italiani che, secondo lui, se ne stanno in silenzio, ma poi voteranno si al referendum. Beh, molti degli italiani che hanno qualche anno sulle spalle potrebbero davvero irritarsi a essere individuati come "maggioranza silenziosa". In Italia la maggioranza silenziosa, un movimento nato nel 1971, era un misto di qualunquismo, postfascismo e anticomunismo che prese le mosse dalla paura delle piazze rosse, dalla paura del 68. C'è chi potrebbe rispondere a Renzi: "Maggioranza silenziosa a me? In silenzio ti mollo un no, caro Matteo".

Speriamo però che la gran quantità di errori e scivolate accumulate in questa lunga campagna referendaria dal presidente del consiglio (a iniziare dal padre di tutti gli errori: "Se vince il no me ne vado") si perdano per strada e, al momento di votare, ciascuno di noi abbia ben chiaro quello che è in gioco.

Non la vita o la morte. Non il sole o il diluvio universale. Ma cose ben precise e che, purtroppo, più passa il tempo meno sono collegate al merito della riforma che siamo chiamati a votare.

 

La strada indicata da Renzo Piano

terremotoHo riletto, in questi giorni, un articolo scritto dall'architetto e senatore a vita Renzo Piano ai primi di ottobre. Un articolo per il Sole 24 ore in cui espone in modo semplice e chiaro quello che ritiene si debba fare per difendersi dai terremoti.

Spiega che abbiamo tecniche e conoscenze necessarie. E spiega, abbastanza nel dettaglio, come bisognerebbe operare. Non serve riassumere, le parole di Piano vanno lette, bastano due minuti. Il suo è un progetto di lungo respiro, lo definisce generazionale perché dovrebbe intervenire nel passaggio del patrimonio abitativo da una generazione all'altra. Dovrebbe "curare" le case, renderle sicure.

Non so se quella indicata da Piano è la strada giusta. Non ho le conoscenze necessarie per avere un'opinione tecnica. So però che è giusto il passo suggerito da Piano. Un passo che non porti a mettere toppe qua e là, dove il sisma ha colpito, dove ci sono più famiglie senza più una casa. Cose che vanno fatte, bene e subito, ma che non affrontano il problema nel medio e lungo periodo.

Ecco. Il governo, fino a questo momento, sta dimostrando di saper agire con prontezza ed efficienza. Sarebbe un segno di vera lungimiranza e cura dell'interesse pubblico se creasse, parallelamente, un qualcosa (una struttura, un gruppo di lavoro...) capace di produrre in poco tempo un piano di cura e prevenzione di lungo respiro e che abbia il passo indicato dal senatore Renzo Piano.

Il dolore etiope

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Etiopia. Un paese che conosco e nel quale qualche anno fa mi sono immerso. Difficile, duro, povero, poverissimo. La sua capitale, Addis Abeba, è la Bruxelles d'Africa, è la capitale dell'Unione africana. La sua storia è piena di sangue e sofferenze, molte inferte anche dagli italiani. Le sue chiese protocristiane sembrano un ponte tra civiltà.

Oggi, nel silenzio, l'Etiopia sta precipitando in una sanguinosa guerra civile. Nascondersi dietro un facile "è un paese  che non conosco, cose complesse da capire" è inutile. Per alzare l'attenzione basta sapere che ci sono centinaia di morti, che la gente viene arrestata per le sue idee, per la sua appartenenza etnica, perché è giornalista, perché ha un blog. Che un atleta (Feyisa Lilesa, secondo nella maratona), dopo aver fatto il gesto delle manette alle Olimpiadi, ha dovuto chiedere asilo politico per non rischiare la vita tornando a casa. Che l'Etiopia sta per sedere nel Consiglio di sicurezza dell'Onu per due anni. E che ai primi del mese, quando era in visita di Stato in Italia, il presidente etiope ha risposto a Mattarella, che esprimeva il suo cordoglio, che la colpa dell'ultima strage era "dell'azione di alcuni facinorosi".

Alzando l'attenzione si può contribuire a rompere il silenzio planetario che avvolge le sofferenze di una popolazione. E chiedere che la ragione di Stato non prevalga sulla tutela dei diritti umani.

Per saperne di più:

Il rapporto di Amnesty International

Il rapporto di Human Rights

 

Non facile

In vista del referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale una questione cruciale non riguarda quella riforma bensì la legge elettorale. Una questione all'apparenza complessa e molto tecnica ma decisiva per l'assetto istituzionale prossimo venturo.

La legge chiamata "Italicum", in massima sintesi, consente al partito che raccoglie inizialmente anche solo il 20-25 per cento dei voti di arrivare, dopo il ballottaggio e grazie al premio di maggioranza, ad avere la maggioranza della Camera dei deputati. E quindi di consentirgli, se dovesse essere confermata la riforma della Costituzione, di esprimere da solo il presidente del consiglio, dare la fiducia al suo governo, approvare leggi, nominare tre giudici costituzionali eccetera eccetera. E' il nodo del dibattito intorno alla riforma costituzionale, emerso con chiarezza anche durante il confronto televisivo tra Matteo Renzi e Gustavo Zagrebelsky. In altre parole: una legge elettorale che dà così tanto potere a un solo partito, anche se non ha un base di consensi maggioritaria, rafforza il più evidente e sottolineato difetto del nuovo impianto costituzionale. Uno squilibrio di poteri che metterebbe il paese nelle mani di un solo partito senza i necessari contrappesi.

E' per questo che la modifica della legge elettorale è importante e, per certi aspetti, decisiva. Servirebbe una legge capace di favorire l'aggregazione tra le forze politiche, che eviti di consegnare il paese a un partito appoggiato da un quinto degli elettori e che dia il giusto spazio alle opposizioni. I modelli sono tanti. Personalmente vedrei il ritorno ai collegi uninominali del Mattarellum, con o senza ballottaggi e con le dovute correzioni, come un bel ritorno al rapporto diretto dei cittadini con i legislatori. Ma anche altri sistemi raggiungono ugualmente lo scopo. Basta individuarne uno e mettersi d'accordo prima del referendum. Cosa non facile ma nemmeno impossibile.

 

“Ho detto no ed è no”

raggiC'è una cosa, soprattutto, che sconcerta nel comportamento della sindaca di Roma Virginia Raggi. Quel ripetere le stesse frasi, le stesse parole. Non argomentare, non spiegare, non dialogare.

Sulla questione Olimpiadi è come ripetesse un infantile "Ho detto no ed è no". Non è andata a vedere i dossier, non ha avuto la forza politica di confrontarsi con il presidente del Coni. Anzi, ha fatto peggio, si è sottratta parlando di contrattempi. E, comunque, prima di ripetere il suo "Ho detto no ed è no", aveva riservato alla questione, se anche fosse stata puntuale, un'ora.

Un'ora per capire? Un'ora per ascoltare? Un'ora per entrare nel merito? Non scherziamo.

"Diciamo no ai debiti, alle lobby e alle colate di cemento", ha ripetuto a memoria davanti ai giornalisti. Ma da chi governa ci si aspetterebbero altri discorsi. Discorsi tipo: questo si fa, ma come dico io; questo non si fa; quest'altro si fa ma vigileremo con tutte le nostre forze per sconfiggere lobby e bloccare colate; non voglio le Olimpiadi perché non credo alla loro funzione di volano per una città ma ecco qua, miei cittadini, come trovo gli stessi soldi e cosa ci faccio.

Se tutto questo non accade siamo di fronte a una fuga dalle proprie responsabilità. Una fuga, si direbbe in gergo militare, "di fronte al nemico". Il disonore di un soldato, il peggior difetto di chi vuole governare una città, un paese.

E intanto, mentre la sindaca fugge ripetendo il suo "Ho detto no ed è no" in città c'è sempre l'immondizia, le buche non possono che essere aumentate, di bus e tram ne circolano di meno, intere zone hanno i lampioni spenti, gli spazi verdi sono abbandonati, l'assessore al Bilancio non si trova e gli uffici, per quello che si legge, non hanno ancora capito chi comanda.

Semplicità e consenso

Gianfranco Pasquino, politologo, autore de “Le parole della poGianfranco Pasquino, Andrea Pertici, Maurizio Viroli e Roberto Zaccaria, sostenitori del No al referendum costituzionale, hanno elaborato una proposta di "manutenzione" della Carta in alternativa a quella approvata dal Parlamento e sostenuta dal governo di Matteo Renzi. Eccone una estrema sintesi (qui il testo integrale da scaricare).

Deputati e senatori. Riduzione drastica del numero ma mantenendo lo stesso rapporto tra le due Camere: 470 deputati e 230 senatori. Per un totale di 700 eletti a cui ridurre stipendi e rimborsi.

Governo. La fiducia gli viene data dalla sola Camera dei deputati. Il Senato libero dal "dal vincolo politico con l’esecutivo" potrebbe esercitare al meglio una incisiva attività di controllo.

Formazione delle leggi. Mantenimento della doppia lettura delle leggi con una commissione bicamerale paritetica per approvare leggi su cui le due assemblee hanno posizioni divergenti.

Democrazia diretta. Abbassamento del quorum necessario per la validità di un referendum. Obbligo di pronunciarsi sulle leggi di iniziativa popolare.

Cnel. Abolizione

Sono punti su cui si può essere più o meno d'accordo. Personalmente condivido pienamente quello che delinea Camera e Senato mentre mi convince di meno l'idea di mantenere la doppia lettura delle leggi. Ma quello che difficilmente non può non convincere è il metodo seguito per arrivare a queste conclusioni.

Il metodo, come si spiega nel breve documento che  illustra la proposta, della semplicità e del consenso. Per questo si parla di "manutenzione con modifiche significative" e si mantiene il bicameralismo perché non si registra"la necessaria convergenza per passare al monocameralismo".

Se il governo Renzi avesse seguito lo stesso metodo avrebbe potuto recepire soluzioni che avrebbero evitato il pasticcio del Senato semi-abolito e costruito una legge più efficace e meno "stravolgente".

 

La commozione del borgomastro

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Bastian Rosenau è il giovane borgomastro di un paese tedesco, Engelsbrand, diventato famoso per aver dato un'onorifecenza a un suo concittadino che era stato un sergente delle SS e che in Italia era stato condannato a due ergastoli per le stragi di Fivizzano e Marzabotto. Era un sergente del battaglione di Walter Reder. il 19 agosto, anniversario della strage di San Terenzo Monti-Fivizzano è lì, esattamente nel luogo dove il sergente Wilhelm Kusterer, insieme ai suoi commilitoni, massacrò 159 persone. E' venuto a chiedere scusa, a parlare di pace e fratellanza, a ricordare gli orrori di quegli anni. E davanti ai figli di chi venne ucciso sio è commosso una, du, tre, quattro volte. E' stato un privilegio essere testimone di questo piccolo ma grande avvenimento. Per questo ne ho voluto e ne voglio dare testimonianza. Qui sotto l'articolo che ho scritto per il Tirreno.

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De Gaulle e Renzi

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Rileggiamo insieme una pagina importante della storia recente della Francia.

1969. Presidente francese è Charles De Gaulle, l'uomo della guerra contro i tedeschi e il fondatore della Quinta Repubblica. Va a referendum una riforma costituzionale da lui fortemente voluta e che riguarda Senato e Regioni, due temi che sono parte cruciale anche della riforma costituzionale su cui in autunno saranno chiamati a votare gli italiani.

De Gaulle affida il proprio futuro politico all'approvazione di quella nuove regole e in uno storico discorso del 26 aprile 1969 dice testualmente: "..si je suis désavoué par une majorité d'entre vous...je cesserai aussitôt d'exercer mes fonctions" (Se verrò sconfessato da una maggioranza di voi... cesserò immediatamente di esercitare le mie funzioni).

Il referendum diventa così un voto pro o contro De Gaulle e il generale ne esce sconfitto. Dieci minuti dopo la mezzanotte del 28 aprile annuncia che cessa di esercitare le funzioni di presidente della Repubblica e che questa decisione avrà effetto alle ore 12 dello stesso giorno. Così si ritirò dalla scena politica l'uomo che aveva ricostruito e disegnato la Francia post-bellica.

Anche l'attuale presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, ha puntato tutto sulla riforma costituzionale su cui andremo a votare nel prossimo autunno. Il 20 gennaio 2016, in Senato, ribadì che "nel caso in cui perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza politica".

Ecco. In politica i paragoni, spesso, possono risultare azzardati. Ma se Renzi avesse letto (o riletto, o ricordato) cosa accade in quel passaggio della politica francese forse ne avrebbe potuto trarre qualche monito. Per se stesso, ma anche per il nostro paese.

(Qui sotto i discorsi di De Gaulle e Renzi)

La giustizia secondo Torquato

Bologna Station Blast TrialOggi, 2 agosto 2016, 36 anni dopo la strage alla stazione di Bologna, voglio ricordare un uomo eccezionale che ho potuto conoscere e frequentare: Torquato Secci.

Quel giorno, alla stazione, morì suo figlio Sergio.

Da quel giorno Torquato ha speso tutte le sue energie per avere verità e giustizia. Fonda l'associazione tra i familiari delle vittime. Ne diventa presidente e animatore.

Dice sul piazzale della stazione il 2 agosto 1981: "Per loro (per le 85 vittime, Ndr) vi è solo silenzio poiché dopo un anno non gli è stata ancora resa giustizia".

Ripete dopo un anno: "Oggi rinnoviamo agli uomini di Governo, con maggiore fermezza, la richiesta di rimuovere gli ostacoli che ancora intralciano il cammino verso la verità che cerchiamo. A noi, sino a questo momento, è stata negata giustizia; la patria del diritto non può permettere che la legge non sia uguale per tutti".

E così, anniversario dopo anniversario, fino al 1995. L'anno dopo, in aprile, Torquato muore senza conoscere quella verità che aveva cercato con lucida e disperata energia.

Lucida perché mai una volta l'ho visto perdere il controllo di sé. Accusava con forza ma pacatamente. Con cognizione di causa ma usando con abilità le sue affilate armi verbali.

Disperata perché aveva forse capito che non  avrebbe mai saputo quel che era davvero successo il 2 agosto. Ma continuava a lottare giorno dopo giorno, ora dopo ora.

E se oggi fosse qui con noi, Torquato combatterebbe ancora. Perché dopo 36 anni, anche se ci sono dei condannati all'ergastolo come autori materiali dell'attentato, la verità su quell'atto terribile è ancora lontana e giustizia, quella che voleva Torquato, non è stata fatta.

La giustizia che pretendeva è quella che dovrebbe pretendere ciascuno di noi, quella per cui ciascuno di noi dovrebbe lottare. La giustizia che uno Stato sa dare rimuovendo tutti gli ostacoli che consentano di conoscere la verità dei fatti. E questo, negli anni bui delle stragi, non è accaduto.

 

 

Attoniti

diazCucchi: familiari Stefano arrivati a piazzale ClodioIl disegno di legge che inserisce nel nostro ordinamento il reato di tortura dovrebbe essere uno di quelli che superano speditamente l'esame parlamentare e diventano subito legge dello Stato.

Perché punire chi abusa del proprio potere per commettere violenze non dovrebbe essere di destra o di sinistra. Non dovrebbe dividere cittadini e politici tra chi sta con la polizia o contro la polizia. Punire chi abusa del proprio potere per torturare un essere umano va punito. Punto e basta. E' un imperativo al quale nessuna società civile può sottrarsi.

Per questo il rinvio a non si sa quando del disegno di legge in discussione al Senato lascia attoniti.

Lascia attoniti la posizione del ministro dell'Interno (cosa vorrebbe Alfano, che la polizia possa picchiare e torturare?).

Lascia attoniti la non compattezza e decisione del Partito democratico nel chiedere l'approvazione in tempi rapidi.

Lascia attoniti che dopo le torture del passato e del presente e dopo i giovani morti tra le mani di poliziotti ci sia ancora qualcuno che abbia dei dubbi.

Lascia, infine, attoniti che non si capisca come una legge del genere aiuti soprattutto gli uomini in divisa a stare dalla parte giusta.

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Nelle foto: un'aula della scuola Diaz di Genova dopo il "massacro del G8" e la sorella di Stefano Cucchi con una foto del fratello

PS. Per chi voglia capire cosa è successo negli ultimi decenni intorno a questo tema suggerisco di leggere "Il partito della polizia" , un serio e documentato lavoro di Marco Preve pubblicato da Chiarelettere.

 

 

 

Spacchettamento

Spacchettamento. E' la brutta, ma magica parola che in questi giorni sta girando sempre più freneticamente per le strade della Roma politica. Spacchettare il referendum sulla riforma costituzionale vuol dire chiamare gli elettori a votare non più su tutta la riforma, si o no, ma su diversi "pacchetti", su gruppi di articoli omogenei. Lo avevano proposto i costituzionalisti che, lo scorso aprile, si erano pronunciati contro la riforma e ne avevo parlato, condividendo l'idea, anche in questo blog.

Il percorso verso lo spacchettamento, oltre a porre complesse tematiche giuridiche, ha tempi stretti e tortuosi. Ma, malgrado questo, è un'ipotesi che piace sempre di più anche all'interno della maggioranza. 

Il motivo è semplice. Lo spacchettamento disinnescherebbe la bomba a orologeria accesa da Matteo Renzi giocando tutto sull'esito del referendum.  La disinnescherebbe sia nei tempi che nel merito.

Nei tempi perché la procedura complessa, secondo gli esperti, porterebbe a un quasi sicuro slittamento della consultazione alla primavera del 2017, sempre più vicino cioè alla scadenza naturale della legislatura (15 marzo 2018). E con maggior maggior tempo a disposizione per una eventuale, e auspicabile, revisione della legge elettorale.

Nel merito perché ampie parti della riforma riscuotono consensi anche unanimi. Basti pensare al bicameralismo o all'abolizione di province e Cnel. Molti "pacchetti" verrebbero così senz'altro approvati e l'eventuale vittoria del no su alcuni punti (primo fra tutti quello che riguarda il nuovo Senato) avrebbe un impatto politico decisamente minore.