Archivio Autore: Pier Vittorio Buffa

La giustizia della memoria

Il Tirreno il giorno di Pasqua ha pubblicato un mio articolo in vista del 25 aprile e del Festival organizzato a sant’Anna di Stazzema e al quale partecipo con Pamela Villoresi. Ecco il testo e il link all’articolo del Tirreno.

Sono salito per la prima volta a Sant’Anna di Stazzema esattamente 15 anni fa, il 25 aprile 2004, insieme a Franco Giustolisi, per la presentazione del suo libro L’Armadio della vergogna. Il libro che ha dato il nome al mobile che ha nascosto per decenni la verità sulle stragi di civili compiute in Italia dai nazisti e dai fascisti, il libro che è diventato il simbolo della lotta per avere verità e giustizia su quegli anni bui e sanguinosi.

Ci sono tornato nel 2012 insieme a Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna che il 12 agosto 1944 perse tutta la famiglia. Era il 27 di giugno e stavo iniziando a preparare il mio libro Io ho visto. L’aria era tiepida. C’era silenzio e un verde accecante. Più Enrico mi indicava i luoghi del 12 agosto, più il silenzio e la pace nei quali ero immerso entravano dentro di me. Quando arrivammo sulla piazzetta della chiesa ed Enrico disse del mucchio di corpi e del fuoco ricordo che girai su me stesso come a voler abbracciare tutta Sant’Anna con un unico sguardo.

Com’è possibile arrivare fin lassù armati come se si dovesse combattere contro nemici agguerriti e invece uccidere cento, duecento, trecento, quattrocento, cinquecento civili inermi, uomini, donne, bambini, vecchi? Com’è possibile non aver rispetto di quella pace e di quel silenzio? Com’è possibile coltivare dentro di sé un simile disprezzo della vita umana?

E com’è possibile che un paese abbia nascosto tali ignominie senza sentire il bisogno urgente e assoluto di dare giustizia a chi era morto in modo così brutale?

Sono domande che non avranno mai risposte capaci di placare la rabbia che suscitano. Me ne sono convinto ogni giorno di più durante il viaggio, che ha avuto proprio Sant’Anna come prima tappa, che mi ha poi portato sui luoghi delle stragi nazifasciste. Da Castiglione in Sicilia a Borgo Ticino, da Marzabotto a Pietransieri, da Vinca a Pedescala… Per parlare con chi “aveva visto”, per creare un’ulteriore traccia materiale di quegli ordini criminali che portarono all’uccisione di più di 20.000 civili, per dare un piccolo contributo a quella che si potrebbe definire una “giustizia della memoria”.

Sono sicuro di non essere riuscito del tutto a trasformare in parole scritte tutto il dolore che ho letto negli occhi delle persone che mi hanno raccontato. Dolori profondi e incancellabili. Dolori tenuti dentro di sé per la paura di non essere creduti tanto era terribile quello che si era visto. Dolori vissuti spesso in solitudine assoluta.

Un paio di mesi dopo l’uscita di Io ho visto una protagonista del libro mi disse: “Ho letto tutto quello che hai scritto, con grande fatica, giorno dopo giorno. Pensavo di non riuscire ad arrivare in fondo, invece ci sono arrivata e mi ha fatto bene perché ho capito che non ero stata solo io a soffrire così. E mi è stato di sollievo”.

Le parole dei trentatré protagonisti di Io ho visto sono diventate teatro grazie alla passione e alla sensibilità di una donna straordinaria, l’attrice Pamela Villoresi. Teatro costruito “per non dimenticare” e indirizzato soprattutto ai più giovani. Una volta, a Varese, un migliaio di studenti ha seguito in totale silenzio la performance. Alla fine, uno di loro si è alzato in piedi e ha fatto all’attrice la domanda più ovvia ma anche più difficile: “Ma perché ricordare tutto questo? A cosa serve ricordare cose di più di settant’anni fa?”. Pamela rispose senza pensarci su tanto. “Vedi, se anche uno solo di voi uscisse da questa sala dicendo a sé stesso che nella sua vita farà di tutto perché non accadano più cose simili, vorrebbe dire che quest’ora passata insieme non è stata inutile”.

Il dovere di un ministro

Il 25 aprile sarò a Sant’Anna di Stazzema insieme a Pamela Villoresi. Sulla piazzetta della Chiesa l’attrice interpreterà i racconti dei sopravvissuti alle stragi di civili italiani compiute tra il 1943 e il 1945; dai nazisti e dai fascisti. Racconti tratti dal mio libro Io ho visto.

Su quella piazzetta vennero accumulati e bruciati i cadaveri di decine e decine di persone uccise a raffiche di mitragliatrice. Nel breve filmato un ex soldato tedesco interrogato dai giudici italiani nel 2004 racconta quello che successe su quella piazzetta.

Il 25 aprile non c’è il derby fascisti comunisti di cui parla l’attuale ministro dell’Interno della Repubblica italiana. Non ci sono i fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi con cui, sempre lo stesso ministro, dice di non voler sfilare.

Il 25 aprile ci sono quei 25.000 morti innocenti massacrati dai nazifascisti. Ci sono le migliaia e migliaia di coraggiosi italiani che hanno imbracciato le armi per combattere a fianco degli Alleati e sconfiggere il fascismo e il nazismo.

E c’è da ribadire che questa in cui viviamo è una Repubblica libera e democratica che ha tratto e trae la sua linfa vitale da quella guerra contro i totalitarismi, dai principi e dagli ideali che la animarono.

Certo. Fa bene il ministro dell’Interno ad andare a Corleone. Ma ogni anno ha 364 giorni per farlo. Il trecentosessantacinquesimo, cioè il 25 aprile, “deve” (non “dovrebbe”) ricordare anche lui da dove viene la sua stessa libertà. Non è un’opzione politica. E’ un dovere istituzionale al quale un ministro della Repubblica, per essere davvero tale, non può venir meno.

La sfida

E’ il 3 gennaio 1925. Il 16 agosto del 1924 il cadavere del deputato socialista Giacomo Matteotti era stato trovato in un bosco vicino Roma. Matteottti era stato rapito davanti casa il 10 giugno.

Benito Mussolini è presidente del Consiglio dei ministri e alla Camera, durante un discorso rimasto famoso e che segnò una svolta nella storia d’Italia, afferma:

L’articolo 47 dello Statuto dice: «La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del Re, e di tradurli dinanzi all’Alta Corte di giustizia ». Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c’è qualcuno che si vuol valere dell’articolo 47. ( Vivissimi prolungati applausi — Moltissimi deputati sorgono in piedi — Grida di Viva Mussolini! Applausi anche dalle tribune)

Ebbene, dichiaro qui, al conspetto di questa Assemblea e al conspetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. ( Vivissimi e reiterati applausi — Molte voci: Tutti con voi ! Tutti con voi!) Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori -la corda; se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa ! (Applausi). Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere ! (Vivissimi e prolungati applausi — Molte voci: Tutti con voi !) [dal resoconto della Camera dei deputati che si può leggere qui a partire da pagina 2028] 

Queste frasi di Mussolini mi sono tornate in mente subito dopo aver ascoltato quello che ha detto uno dei due vice presidenti del Consiglio della Repubblica italiana, Matteo Salvini, dopo essere stato mandato a processo dal tribunale dei ministri.

Sono passati un bel po’ di anni. Non ci sono i fucili e le pistole degli anni Venti del secolo scorso, non ci sono gli ex combattenti. Ma allora un presidente del Consiglio sfidò il paese, le opposizioni politiche, i magistrati, la giustizia. E sappiamo com’è andata. Oggi leggiamo e ascoltiamo questo:

“Ho appena ricevuto gli atti del Tribunale di Catania. Torno a essere indagato per sequestro aggravato di persone e di minori. Io non cambio di un centimetro la mia posizione, se sono stato sequestratore una volta, ritenetemi sequestratore anche per i mesi a venire. Rischio dai 3 ai 15 anni di carcere, ma adesso la palla passa al Senato, saranno i senatori a decidere se sono colpevole o innocente”

Non traggo conclusioni. Dico solo che quando un uomo che governa il mio paese sfida la giustizia mi preoccupo. E molto.

Centodiciassette problemi in meno

Il ministro dell’Interno, vice presidente del consiglio dei ministri e capo della Lega Matteo Salvini ha snocciolato, fiero, le cifre sull’immigrazione: duemila sbarchi nei primi 19 giorni del 2018, cento sbarchi nei primi 19 giorni di quest’anno. E’ chiaro, ha commentato che così “ci sono meno problemi per chi parte e meno problemi per gli italiani”.

Venerdì, però, in mare sono morte 117 persone. Sono morte perché abbandonate in balia di loro stesse, su un barcone che faceva acqua. Quando la nave Sea Watch avverte Roma del naufragio rilevato dall’aereo di Pilotes Volontaires, Roma “rifiuta di dare info, comunica che la Libia è responsabile per il caso; tuttavia la comunicazione con gli ufficiali libici risulta impossibile in nessuna delle seguenti lingue: EN,FR,ITA, nè Arabo». A poco servono due zattere lanciate da un aereo della Marina militare e sono solo tre le persone che un elicottero della nave militare Caio Duilio può recuperare in mare. “Eravamo in 120, c’erano anche dieci donne e due bambini”, dice uno dei sopravvissuti portato a Lampedusa.

Come li conta gli altri 117 ministro Salvini?

Come le conta le 117 persone morte perché nessuno è andato a soccorrerle?

Centodiciassette problemi in meno per gli italiani?

Centodiciassette problemi in meno per chi vuole trovare un po’ di pace e di benessere?

Oppure sono 117 pesi sulla coscienza in più? Centodiciassette cadaveri di uomini, donne e bambini che cercavano solo di vivere dignitosamente e che il nostro paese non ha voluto salvare?

Vede ministro, io, essendo un cittadino italiano, mi sento invece come se sulla porta di casa mia, non a casa mia per carità, ma per la strada, in una zona Sar, per fare un parallelo con il mare, non di mia competenza, ma di competenza delle forze di polizia di cui lei è il responsabile politico, una persona stia per morire. Ha un infarto, rantola per terra. Io la vedo dalla finestra, ma tiro la tenda e mi rimetto a sedere in poltrona perché, mi dico, non è cosa che mi riguarda. E’ cosa dello Stato. Al massimo, ma proprio al massimo, posso fare una telefonata al 112 e pazienza se arrivano in ritardo, io ho avuto un problema in meno.

No. Non è così che ho insegnato a vivere ai miei figli. E non è così che voglio si comporti il mio paese.

La vita umana, e mi vergogno a scriverlo per quanto la cosa dovrebbe essere ovvia e naturale, viene prima di tutto.

Perché quei 117 non sono 117 problemi in meno per gli italiani, ma 117 uomini, donne e bambini che gli italiani hanno ucciso.

La giustizia ai giudici

Quando un latitante condannato in via definitiva viene rintracciato e arrestato è una buona notizia. Un successo della giustizia. Un successo degli organi dello Stato che hanno svolto con efficienza il loro compito.
Così è per l’arresto in Bolivia di Cesare Battisti.

Ma nel leggere le cronache e i commenti all’avvenimento c’è qualcosa che stona e molto. Non tanto le legittime esclamazioni di giubilo di membri del governo. Quanto affermazioni precise. Una del ministro dell’Interno e capo della Lega Matteo Salvini : “Dovrà marcire in galera fino all’ultimo dei suoi giorni”. L’altra del ministro della Giustizia e deputato Cinque Stelle Alfonso Bonafede: “Riteniamo che verrà a scontare l’ergastolo”.

Sono affermazioni che un membro dell’esecutivo non deve mai fare. Quanto e come debba stare in prigione un cittadino lo stabiliscono soltanto la legge e la magistratura con il suo libero convincimento. Quando questa linea di confine si supera, quando chi governa dice quanto e come un detenuto debba stare in prigione si mette a rischio uno dei pilastri di un sistema democratico, cioè la precisa e netta separazione tra i poteri dello Stato. Chi governa, chi fa le leggi, chi giudica.

Saranno i giudici a stabilire quanto e come dovrà stare in prigione il detenuto Cesare Battisti. Loro e nessun altro.

E sostenere questo non vuol dire essere filo-Battisti o poco rispettosi delle sue vittime. Vuole solo dire avere a cuore oltre ogni cosa la buona salute della nostra democrazia.

A me capitò, qualche anno fa, nel 1982, di raccogliere, da cronista dell’Espresso qual ero, la testimonianza di alcuni poliziotti che denunciavano l’uso della tortura in commissariato per far parlare i brigatisti arrestati dopo il sequestro Dozier. Al magistrato che mi chiese i loro nomi opposi il silenzio che mi imponeva la legge dell’Ordine dei giornalisti e fui arrestato. Denunciare quelle torture fu un’azione di fiancheggiamento delle Brigate Rosse? Passai una notte insonne prima di scrivere quella storia e alla fine mi convinsi che non era fiancheggiamento ma difesa dello Stato e della democrazia dove mai si deve abusare dei propri poteri e dove anche il peggior delinquente deve essere trattato con dignità.

A quei tempi lo Stato combatté duramente il terrorismo. Ma a mia memoria nessun membro di governo si permise mai di dire che un brigatista doveva marcire in galera. Eppure il terrorismo venne sconfitto e la democrazia resse. Oggi, su Repubblica Gianluca Di Feo ricorda una frase di Sandro Pertini, l’uomo che combatté contro i nazifascisti e che fu tra coloro che decisero la condanna a morte di Benito Mussolini. Disse Pertini: “L’Italia ha sconfitto il terrorismo nelle aule di giustizia”.

Lo spirito di tutto questo è nella dichiarazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Bene l’arresto, ora [Cesare Battisti] venga prontamente consegnato alla giustizia italiana, affinché sconti la pena per i gravi crimini di cui si è macchiato in Italia e che lo stesso avvenga per tutti i latitanti fuggiti all’estero”.

Questo deve dire un uomo di Stato. Niente di meno e niente di più.

Vicenza, cancellata la parola nazisti

A Vicenza hanno cancellato un pezzo di storia del nostro paese. Nell’anniversario dell’Eccidio dei Martiri, dieci uomini fucilati dai nazisti per rappresaglia, la giunta comunale di centro destra ha deciso di non chiamarlo più “eccidio nazifascista” ma “eccidio compiuto dalle truppe di occupazione”. E dal manifesto per l’anniversario è spartita anche la parola “Resistenza”. Questo, dicono, in nome della memoria condivisa. “Abbiamo agito nel rispetto di quello che è accaduto, delle vittime che ci sono state da entrambe le parti”, ha detto il sindaco. Ma lì non c’erano vittime di “entrambe le parti”.
C’erano i soldati con la croce uncinata, SS e non SS, che uccidevano uomini, donne e bambini inermi. Per seminare terrore, per creare il vuoto intorno a sé. Accanto a loro i soldati della Repubblica sociale, che guidavano per le valli e uccidevano con la mascherina in volto per non farsi riconoscere dai compaesani.
Parlare di “entrambi le parti” per creare una memoria condivisa equivale a mettere sullo stesso piano le guardie di un campo di concentramento e i prigionieri che venivano sterminati nelle camere a gas.
La storia non si può adattare a proprio piacimento. E chiamare le cose con il proprio nome serve a non perdere la memoria, a ricordarsi che l’uomo è capace di commettere nefandezze, che la perdita della ragione è sempre dietro l’angolo.
A Vicenza non ci fu una battaglia tra truppe regolari con perdite da “entrambe le parti” ma una rappresaglia a freddo contro 10 detenuti dopo un attentato partigiano che non provocò morti (così L’Atlante delle stragi nazifasciste).
Grazie al Giornale di Vicenza per aver dato la notizia e a Gian Antonio Stella per averne parlato sul Corriere della sera.

Mai più morti in caserma

 “Fu un’azione combinata. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l’equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore. Spinsi Di Bernardo ma D’Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra…”. (Testimonianza del carabiniere Francesco Tedesco , presente al pestaggio che ha poi portato alla morte di Stefano Cucchi).

Dunque fatti del genere accadono davvero nelle caserme delle forze dell’ordine. Non sono frutto dell’invenzione di parenti straziati dal dolore o delle indagini di magistrati “perversi”. Per chi avesse ancora dei dubbi le parole del testimone diretto li spazzano via: Cucchi è stato picchiato a morte mentre era custodito da uomini in divisa. L’epilogo più drammatico di quello che in una democrazia sana non dovrebbe mai accadere, nemmeno nelle sue forme più lievi: chiunque deve potersi fidare ciecamente di chi ha giurato di servire il proprio paese rispettandone le leggi e per difendere i suoi cittadini. Deve poterlo seguire con serenità, non temere di entrare in caserma, sapere che, se è innocente, ne uscirà indenne e, se è colpevole, verrà trattato secondo le leggi.

E quando questo non succede perché un poliziotto o un carabiniere vengono meno ai propri doveri, non dovrebbe essere necessaria la straordinaria tenacia di una sorella perché la verità venga alla luce. Dovrebbero concorrere tutti, dai ministri ai comandanti, ai singoli colleghi dei sospettati, a tutte le forze politiche, ai sindacati di polizia a far sì che la verità emerga con forza e chiarezza.

E invece non è quasi mai così. Si cerca di nascondere, occultare, omettere, sviare, minimizzare. Basti pensare a quello che è successo dopo le violenze commesse durante il G8 di Genova. O al tempo che c’è voluto, trent’anni, perché un funzionario di polizia raccontasse della tortura programmata utilizzata in una particolare fase della lotta al terrorismo. Per non parlare del caso Aldrovandi e degli agghiaccianti applausi ai poliziotti condannati tributati dai membri di un sindacato di polizia.

Eppure la “lezione Cucchi” insegna cose molto semplici.

Di fronte alla denuncia di violenze durante un fermo o un arresto si dovrebbe procedere con la massima fermezza per capire davvero quello che è successo, individuare gli eventuali responsabili, isolarli, mandarli a processo.

Se questo non accade si diffonde, all’interno delle forze di polizia, un clima di supposta impunità che non può che favorire il ripetersi di episodi di violenza. E fuori, nel paese, una sfiducia diffusa che non corrisponde al reale valore di chi ogni giorno rischia la vita per garantire la nostra sicurezza.

Il tutto con una parola d’ordine che ciascuno di noi, a partire da chi ci governa, dovrebbe fare propria: “Mai più morti in caserma”.

Stipendi dimezzati ai parlamentari ovvero le promesse mancate di Di Maio

L’11 luglio scorso ho annunciato la chiusura, dopo 11 anni di vita, del blog “Istantanea” ospitato sui siti dei giornali del gruppo Gedi, già Espresso. Continuo qui, sul mio sito personale, a scrivere quello che mi suggeriscono l’attualità e le cose della vita. In questo sito sono stati anche importati i post di Istantanea degli ultimi anni. Nelle prossime settimane l’import sarà completo.

Ieri sera, dopo aver visto le immagini di Luigi Di Maio che esulta dal balconi di palazzo Chigi, mi è tornato in mente un video di qualche mese fa, esattamente del 2 marzo, il venerdì prima delle elezioni del 4. Di Maio chiude la campagna del Movimento Cinque Stelle strappando alla folla radunatasi in piazza del Popolo, a Roma, applausi e consensi. Eccolo qua quel video:

Il video mi è tornato in mente soprattutto per il primo punto del decreto promesso e mai varato: “Dimezzeremo lo stipendio ai parlamentari”. Una cosa semplice da fare, dice Di Maio prima delle elezioni, bastano pochi minuti.

Di minuti da allora ne sono passati migliaia e migliaia. Lo spread è salito, il debito italiano è più caro ma i parlamentari prendono sempre lo stesso stipendio.

Quanto ai vitalizi tutti sanno che erano già stati aboliti dal 2012 e che quello che è stato fatto per la Camera è solo il ricalcolo dei poco più di mille vitalizi pagati ad altrettanti ex parlamentari in base alle vecchie norme.

E i 30 miliardi di sprechi recuperati dove sono?

Insomma, le promesse, onorevole Di Maio, si dovrebbero mantenere. A comnciare da quelle che riguardano le proprie tasche.

“Non volevo morire così” in libreria dal 6 aprile

Non volevo morire così, di Pier Vittorio Buffa (Editore Nutrimenti, in libreria dal 6 aprile), è, come si legge nella quarta di copertina, una “Spoon River di Santo Stefano e Ventotene, le due piccole isole del Tirreno culle dell’idea d’Europa e della Costituzione italiana”. Le guide scelte da Buffa sono gli uomini che sulle due isole sono stati segregati. “A Santo Stefano gli ergastolani morti nel carcere e in parte sepolti sull’isola: storie sconosciute di chi ha scontato anni e anni di reclusione e vissuto rivolte, fughe, violenze, ingiustizie. A Ventotene i confinati che hanno lottato contro il fascismo, per la libertà, per la nascita di un’Italia libera e democratica, ma che non hanno potuto vedere il frutto del loro sacrificio”.

Nel libro, al quale Emma Bonino ha scritto la prefazione, si fa la conoscenza con personaggi come il comunista calabrese Rocco Pugliese, ucciso dai secondini dell’ergastolo di Santo Stefano o come il partigiano greco Giorgio Capuzzo che aveva combattuto contro gli italiani. Le loro storie sono precedute dal numero di matricola di ciascuno e da un distico che, come spiega Buffa “racchiude i possibili ultimi pensieri, quelli che nessuno sa se si riescono davvero a fare prima di morire”.

Gli anni del confino di Ventotene, quelli in cui presero forma l’idea di Europa e la futura Costituzione italiana, li raccontano, tra le altre, le storie di Mario Maovaz, il giellista triestino bibliotecario del confino. Dell’anarchico Gigino lo Stipettaio (si narra che nel sottofondo di un suo mobiletto sia uscita dall’isola una copia del Manifesto per l’Europa). Di un altro anarchico poi morto in un lager, Giovanni Domaschi. Uomini che, insieme ai futuri protagonisti dell’Italia democratica, hanno lottato, studiato, fatto politica.

“È per tutto questo”, conclude Buffa, “che a Santo Stefano e Ventotene si incrociano i destini dell’Italia, dell’Europa e delle migliaia di uomini costretti a viverci. Con loro rileggiamo i grandi fatti della storia come in una lente di ingrandimento per cogliere particolari sfuggiti o ignorati, rivedere giudizi stereotipati”.

da “L’Espresso”, 4 aprile 2017

http://bit.ly/2o8OAxz

L’armadio della vergogna senza fine

stragi

La morte di Franco Giustolisi

130908_DSC5058Franco è stato per me molto di più di un amico e di un collega.

L’Espresso mi ha chiesto di ricordarlo e io l’ho ricordato così, con un articolo scritto sull’Iphone davanti alla camera ardente, poche ore dopo che se ne era andato. L’ho lasciato così come l’ho scritto in quei minuti

Franco Giustolisi se n’è andato come avrebbe voluto. Combattendo fino all’ultimo per quello in cui ha creduto per una vita. Nella stanza dove lo hanno curato c’erano libri, fogli con appunti, un dizionario e l’inseparabile “Settimana enigmistica”.
Con me, che con lui ho iniziato a lavorare più di trent’anni fa e ho scritto due libri, le sue ultime parole, che sapeva essere di commiato, erano rivolte al futuro. “Pier Vittorio, prendi in mano tu…” Si riferiva a un’iniziativa per parlare della cosa a cui ha dedicato vent’anni di passione professionale, politica e civile…

il testo integrale sull’Espresso

Conclusa la mostra Maremma per terra

Lo scorso sabato 30 giugno si è conclusa, a Magliano in Toscana, la mostra Maremma per terra. Alle foto e alla mostra ho dedicato un sito. Eccolo

Maremma per terra a Magliano in Toscana

Sabato 23 giugno inaugurazione di Maremma per terra, alla Galleria Arti in Corso di Magliano in Toscana (GR).

In un sito dedicato le foto, le informazioni, la rassegna stampa

www.maremmaperterra.it

Sergio Segio e l’intervista a Genova

Domenica 13 maggio 2012 da Lucia Annunziata, nella trasmissione “in 1/2 h” si parla di terrorismo, dei “nuovi terroristi”. Ci sono la figlia di Guido Rossa, la deputata del Pd Sabina, e l’ex leader di Prima Linea Sergio Segio (omicidi di Emilio Alessandrini e Guido Galli). Si analizza il ferimento di Roberto Adinolfi, si cerca di capire chi sono i terroristi del Fai.

Segio a un certo punto (minuto 22:30) fa un lungo inciso citando lungamente l’intervista di Salvatore Genova.  Un po’ ardito tornare a quelle vicende per parlare dell’oggi ed è difficile sintetizzare. Ma mi pare valga la pena ascoltarlo

Al Festival di Perugia

A Perugia per il festival del giornalismo. Modero un workshop su Cronaca dell’emergenza e giornalismo partecipativo

Ecco il programma

Dopo trent’anni la verità sulle torture

Trent’anni fa (a sinistra la copertina del 1982) lo avevo scritto per l’Espresso grazie alla testimonianza di due poliziotti coraggiosi. Il magistrato che mi interrogò più che sapere la verità voleva farci stare zitti e mi mise in prigione per due giorni. Poi i poliziotti che avevano parlato con me confermarono tutto al giudice, ma non servì a niente, l’inchiesta negò tutto, il governo disse che erano falsità giornalistiche, la polizia si chiuse a riccio emarginando i poliziotti che parlando con me con Luca Villoresi, di Repubblica, avevano denunciato il comportamento illegale dei loro colleghi.

Oggi ho incontrato uno dei poliziotti di allora, quello che per le torture fu arrestato. l’ex commissario Salvatore Genova. Ne è nato un lungo articolo per l’Espresso che dimostra una cosa molto semplice. Allora avevano ragione i poliziotti che avevano raccontato le torture ai giornalisti e aveva torto lo Stato che coprì se stesso e i suoi uomini, ordinò e poi avallò la tortura come strumento di interrogatorio di detenuti.

L’articolo per l’Espresso

La videointervista a Salvatore Genova

Rognoni in parlamento nega tutto

Gli articoli dell’Espresso del 1982

Abbattere il porcellum

Firmare per il referendum elettorale è una delle poche cose concrete che possiamo fare in questi giorni tormentati. Il termine ultimo è il 30 settembre. L’obiettivo è abolire il cosidetto Porcellum, l’attuale legge elettorale che ha trasformato il nostro Parlamento dall’assise di “eletti” che era, in un’assise di “nominati”.

Abbattere la legge elettorale non risolve certo i drammatici problemi economici e politici di questi giorni. Ma è il presupposto per iniziare a costruire un’Italia nuova, quella che dovevamo iniziare a costruire dopo Tangentopoli.

Ed è per questo che, nei prossimi giorni, firmerò per il referendum e cercherò di convincere il maggior numero possibile di persone a fare altrettanto.

Qui una mappa dell’Italia dei Valori per individuare i gazebo più vicini

Che gli elettori non dimentichino

31  agosto, ore 11:47. Il governo annuncia che viene ritirata la norma sui riscatti pensionistici che aveva suscitato moltissime proteste.

Una buona notizia per chi aveva pagato i riscatti.

Una pessima notizia per gli italiani in generale. Che fiducia può infondere nei governati un governo che si comporta in questo modo altalenante e incoerente? Che linea politica esprime?

Speriamo che gli elettori non dimentichino…

“Ridatemi i soldi”

Io non ho riscattato la laurea perché’ da giovane non avevo i soldi e quando ho pensato che sarebbe stata una buona cosa costava troppo. Ma tra ieri sera e questa mattina mi hanno telefonato sei-sette amici, più o meno miei coetanei, che quei soldi li hanno spesi per poter andare in pensione prima. Ed erano tutti piuttosto arrabbiati.

Uno di loro mi ha raccontato di aver riscattato la laurea appena diventato dottore e di aver faticato non poco a pagare le rate. Guadagnava poco, arrivò subito il primo figlio e quelle uscite pesavano parecchio sul bilancio familiare. Ma la prospettiva di andare in pensione ancora abbastanza giovane gli aveva reso meno pesante quel sacrificio.

“E adesso salta tutto, quei sacrifici non sono serviti a nulla, soldi buttati. Non è giusto. Proprio non è giusto, quei soldi me li devono ridare con gli interessi”, si è sfogato.

E penso che il mio amico abbia ragione. Perché un conto è modificare regole di carattere generale. Un altro è far cadere diritti per avere i quali la gente ha pagato.  In questo modo viene meno la certezza e la coerenza dei rapporti stato-cittadino. E si mina uno dei pilastri di una democrazia sana.