Archivio Mensile: aprile 2019

Il 25 aprile a Sant’Anna di Stazzema

I racconti dei protagonisti di Io ho visto, interpretati da Pamela Villoresi, hanno concluso il Festival La prima cosa bella organizzato dal Parco Nazionale della pace di Sant’Anna di Stazzema per il 24-25 aprile. Nella sala (una tensostruttura allestita sul piazzale della chiesa) c’erano Enio Mancini ed Enrico Pieri a cui ha dato voce Pamela Villoresi ripercorrendo, con le loro parole, quelle terribili ore del 12 agosto 1944. E c’era Adele Pardini, sorella di Cesira, anche lei sopravvissuta e testimone oculare di quella strage. Ecco le pagine del Tirreno con le cronache della due giorni e alcune immagini gentilmente concesse da Claudio Bianchi.

Le cronache del Tirreno

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La giustizia della memoria

Il Tirreno il giorno di Pasqua ha pubblicato un mio articolo in vista del 25 aprile e del Festival organizzato a sant’Anna di Stazzema e al quale partecipo con Pamela Villoresi. Ecco il testo e il link all’articolo del Tirreno.

Sono salito per la prima volta a Sant’Anna di Stazzema esattamente 15 anni fa, il 25 aprile 2004, insieme a Franco Giustolisi, per la presentazione del suo libro L’Armadio della vergogna. Il libro che ha dato il nome al mobile che ha nascosto per decenni la verità sulle stragi di civili compiute in Italia dai nazisti e dai fascisti, il libro che è diventato il simbolo della lotta per avere verità e giustizia su quegli anni bui e sanguinosi.

Ci sono tornato nel 2012 insieme a Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna che il 12 agosto 1944 perse tutta la famiglia. Era il 27 di giugno e stavo iniziando a preparare il mio libro Io ho visto. L’aria era tiepida. C’era silenzio e un verde accecante. Più Enrico mi indicava i luoghi del 12 agosto, più il silenzio e la pace nei quali ero immerso entravano dentro di me. Quando arrivammo sulla piazzetta della chiesa ed Enrico disse del mucchio di corpi e del fuoco ricordo che girai su me stesso come a voler abbracciare tutta Sant’Anna con un unico sguardo.

Com’è possibile arrivare fin lassù armati come se si dovesse combattere contro nemici agguerriti e invece uccidere cento, duecento, trecento, quattrocento, cinquecento civili inermi, uomini, donne, bambini, vecchi? Com’è possibile non aver rispetto di quella pace e di quel silenzio? Com’è possibile coltivare dentro di sé un simile disprezzo della vita umana?

E com’è possibile che un paese abbia nascosto tali ignominie senza sentire il bisogno urgente e assoluto di dare giustizia a chi era morto in modo così brutale?

Sono domande che non avranno mai risposte capaci di placare la rabbia che suscitano. Me ne sono convinto ogni giorno di più durante il viaggio, che ha avuto proprio Sant’Anna come prima tappa, che mi ha poi portato sui luoghi delle stragi nazifasciste. Da Castiglione in Sicilia a Borgo Ticino, da Marzabotto a Pietransieri, da Vinca a Pedescala… Per parlare con chi “aveva visto”, per creare un’ulteriore traccia materiale di quegli ordini criminali che portarono all’uccisione di più di 20.000 civili, per dare un piccolo contributo a quella che si potrebbe definire una “giustizia della memoria”.

Sono sicuro di non essere riuscito del tutto a trasformare in parole scritte tutto il dolore che ho letto negli occhi delle persone che mi hanno raccontato. Dolori profondi e incancellabili. Dolori tenuti dentro di sé per la paura di non essere creduti tanto era terribile quello che si era visto. Dolori vissuti spesso in solitudine assoluta.

Un paio di mesi dopo l’uscita di Io ho visto una protagonista del libro mi disse: “Ho letto tutto quello che hai scritto, con grande fatica, giorno dopo giorno. Pensavo di non riuscire ad arrivare in fondo, invece ci sono arrivata e mi ha fatto bene perché ho capito che non ero stata solo io a soffrire così. E mi è stato di sollievo”.

Le parole dei trentatré protagonisti di Io ho visto sono diventate teatro grazie alla passione e alla sensibilità di una donna straordinaria, l’attrice Pamela Villoresi. Teatro costruito “per non dimenticare” e indirizzato soprattutto ai più giovani. Una volta, a Varese, un migliaio di studenti ha seguito in totale silenzio la performance. Alla fine, uno di loro si è alzato in piedi e ha fatto all’attrice la domanda più ovvia ma anche più difficile: “Ma perché ricordare tutto questo? A cosa serve ricordare cose di più di settant’anni fa?”. Pamela rispose senza pensarci su tanto. “Vedi, se anche uno solo di voi uscisse da questa sala dicendo a sé stesso che nella sua vita farà di tutto perché non accadano più cose simili, vorrebbe dire che quest’ora passata insieme non è stata inutile”.

Il dovere di un ministro

Il 25 aprile sarò a Sant’Anna di Stazzema insieme a Pamela Villoresi. Sulla piazzetta della Chiesa l’attrice interpreterà i racconti dei sopravvissuti alle stragi di civili italiani compiute tra il 1943 e il 1945; dai nazisti e dai fascisti. Racconti tratti dal mio libro Io ho visto.

Su quella piazzetta vennero accumulati e bruciati i cadaveri di decine e decine di persone uccise a raffiche di mitragliatrice. Nel breve filmato un ex soldato tedesco interrogato dai giudici italiani nel 2004 racconta quello che successe su quella piazzetta.

Il 25 aprile non c’è il derby fascisti comunisti di cui parla l’attuale ministro dell’Interno della Repubblica italiana. Non ci sono i fazzoletti rossi, verdi, neri, gialli e bianchi con cui, sempre lo stesso ministro, dice di non voler sfilare.

Il 25 aprile ci sono quei 25.000 morti innocenti massacrati dai nazifascisti. Ci sono le migliaia e migliaia di coraggiosi italiani che hanno imbracciato le armi per combattere a fianco degli Alleati e sconfiggere il fascismo e il nazismo.

E c’è da ribadire che questa in cui viviamo è una Repubblica libera e democratica che ha tratto e trae la sua linfa vitale da quella guerra contro i totalitarismi, dai principi e dagli ideali che la animarono.

Certo. Fa bene il ministro dell’Interno ad andare a Corleone. Ma ogni anno ha 364 giorni per farlo. Il trecentosessantacinquesimo, cioè il 25 aprile, “deve” (non “dovrebbe”) ricordare anche lui da dove viene la sua stessa libertà. Non è un’opzione politica. E’ un dovere istituzionale al quale un ministro della Repubblica, per essere davvero tale, non può venir meno.