Archivio Mensile: giugno 2018

Crimine contro l’umanità

Una nave poteva salvare 120 vite umane, ma non l’ha fatto. Anzi, nottetempo si è allontanata dal punto in cui il gommone alla deriva era stato segnalato perché la Guardia Costiera italiana non le ha dato ordine di intervenire e il capitano non se l’è sentita di fare di testa sua. La mattina dopo, in quelle acque, del gommone non c'era traccia.

A raccontare questa storia è una giovane volontaria imbarcata sulla Seefuchs, Giulia Bertoni. La racconta alla giornalista di Repubblica Caterina Pasolini ed è una storia che in un paese civile dovrebbe far gridare all'orrore.

Orrore per l’ordine non dato dalla Guardia costiera italiana di fare quello che in mare si fa da che esiste il mare e i marinai, cioè salvare chi è in pericolo.

Orrore, se diamo pieno credito alla testimonianza della volontaria, per il comportamento del capitano che non ha obbedito all'unica legge che si dovrebbe davvero seguire in mare, quella, sempre la stessa, di salvare chiunque sia in pericolo.

Un orrore che dovrebbe farci scendere in piazza tutti insieme, andare sotto il palazzo del governo a gridare che queste cose, nel nostro paese, e in nessun paese del mondo, dovrebbero mai succedere.

Invece non accade nulla. Uno dei due vicepresidenti del consiglio italiano, Matteo Salvini, continua a diramare gli stessi ordini e a usare toni sempre più minacciosi fino a quel terribile: "Se Toninelli (il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti da cui la Guardia costiera dipende funzionalmente, Ndr) chiederà alla Guardia costiera di non rispondere agli Sos avrà mio totale sostegno" . E  così accade che un’intervista come questa a Giulia Bertoni diventi quasi un’intervista di routine, il  racconto di qualcosa successo lontano da noi e, in fondo, non così tanto grave.

No, non dobbiamo permettere questo. Se qualcuno che parla anche a nome nostro, come fa un vicecapo del governo italiano, è complice di un simile crimine contro l’umanità, o, a voler essere indulgenti, di una strage, noi dovremmo fare di tutto perché ciò non accada mai più.
Unendoci, coalizzandoci, mettendo da parte tutto il resto e impegnandoci per creare un unico fronte capace di mandare a casa, o in prigione, chi commette, in nome nostro, simili crimini.

Ventotenesi a Torino

Il 17 maggio bella serata a Torino con Non volevo morire così.  Al “Centro commensale Binaria”, del gruppo Abele, il presidente di Acmos Diego Montemagno ha organizzato una particolare presentazione. Nella libreria del Centro, insieme a molti giovani, c’erano alcuni ventotenesi che da tempo vivono e lavorano a Torino. Si è così parlato, oltre che delle storie del libro, degli effetti che il periodo del confino politico ha avuto sulla vita dell’isola. Sia negli anni Quaranta che nel dopoguerra quando dove adesso è il campo sportivo sorgevano ancora i cameroni costruiti per i confinati e rimasti vuoti per anni prima della demolizione.

Lo striscione vietato

172220239-9ead9ecc-8989-4e48-bcdb-807f7c1f2a9eUn piccolo, ma gravissimo episodio che prima dell'insediamento del governo Salvini-Di Maio-Conte (l'ordine non è casuale) forse non si sarebbe verificato.

Siamo a  Ivrea. Parla Matteo Salvini, neo ministro dell'Interno, vice primo ministro e vero leader del governo presieduto da Giuseppe Conte. E' una manifestazione elettorale. A un certo punto appare uno striscione: "Prima gli italiani... Ma Giulio?". E' uno striscione che chiede la verità sull'omicidio, al Cairo, di Giulio Regeni. Un omicidio che il neo ministro aveva liquidato così: "Comprendo bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. Come dire: il "problema Regeni" è una questione della famiglia, l'Italia ha altro a cui pensare.

Quello striscione giallo voleva solo attirare l'attenzione sull'irrisolto caso del ricercatore assassinato e criticare la linea assunta dal governo. Era una normale manifestazione del pensiero, un pacifico esercizio delle libertà sancite dalla Costituzione.

Ebbene, gli attivisti che lo hanno dispiegato sono stati fermati e identificati dai poliziotti presenti.

Sembra una cosa da niente.

Invece è un grave atto di intimidazione verso chi esprime una libera opinione e richiama il governo ai propri doveri. Una cosa che in uno Stato sinceramente e profondamente democratico non dovrebbe proprio accadere, mai. Prendiamone nota e non dimentichiamo.

 

 

Convegni a Ventotene e Latina

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 2018 si è parlato di Non volevo morire così durante due convegni.

Il primo, il 27, il 28 e il 29 aprile, si è svolto a Ventotene. Era il festival dell’Europa solidale e del Mediterraneo, animato da Abdullahai Ahmed, di origine somala, e al quale hanno partecipato numerosi giovani immigrati che hanno raccontato la loro storia durante l’evento organizzato nella piazza del Municipio. La mattina di sabato Pier Vittorio Buffa ha partecipato all’incontro “Europa guarda oltre!” insieme a Diego Montemagno, presidente di Acmos, Roberto Sommella, fondatore de La Nuova Europa, e Chiara Andena di Meridiano d’Europa. Le storie di Non volevo morire così sono servite per raccontare quello che accadde nelle due isole ponziane durante il confino e quando era in funzione l’ergastolo di Santo Stefano. Qui sotto il programma completo della tre giorni ventotenese.

Il secondo, dopo pochi giorni, a  Latina, organizzato dall’Associazione nazionale forense della città, presieduta dall’avvocato Pierluigi Torelli, e dedicato al delicato tema dell’ergastolo con un titolo esplicito: “L’ergastolo e la funzione rieducativa della pena”. Anche in questo caso le storie degli ergastolani di Santo Stefano, raccontate da Pier Vittorio Buffa, sono state un modo semplice e diretto per descrivere che cosa vuol dire un “fine pena mai” e com’era (e com’è) la vita degli ergastolani. Si è parlato a lungo anche della straordinaria esperienza di Eugenio Perucatti alla guida dell’ergastolo ponziano. Al convegno, introdotto dall’avvocato Torelli e moderato dall’avvocato Dino Lucchetti, hanno partecipato la presidente del tribunale Caterina Chiaravalloti, il presidente del secondo collegio penale di Latina e l’avvocato del Foro di Roma Nicola Madia. Il convegno si è svolto nell’aula della Corte d’Assise.

“I fogli te li cerco io”

Replica del presidente del Consiglio Giuseppe Conte durante il dibattito sulla fiducia alla Camera. Roberto Fico, che presiede la seduta, gli da la parola, ma Conte non trova gli appunti. Luigi Di Maio, che è alla sua destra, gli va in aiuto. "Dai va avanti, te li cerco io, hai il microfono acceso". Poi mentre il neo presidente del consiglio inizia il suo intervento parlando molto lentamente e dicendo cose generiche Di Maio scartabella tra i fogli per mettere in vista, sotto gli occhi di Conte, quelli giusti.

Una scenetta all'apparenza innocente, interpretabile come una normale  collaborazione tra membri dello stesso governo.

Ma se la si osserva considerando i reali rapporti di forza al vertice del neo governo Lega-Cinque Stelle sembra la scenetta del compagno di scuola bravo che aiuta il suo amico meno bravo a non fare brutta figura. O quella del capo che aiuta un suo collaboratore. O quella del suggeritore che deve dare la battuta all'attore subentrato all'ultimo momento al protagonista ammalato.

Insomma una scenetta che potrebbe essere la plastica sintesi della debolezza del presidente del Consiglio rispetto ai due azionisti del governo che dovrebbe guidare.

Ecco, c'è da augurarsi che non sia così, che questa sia davvero una scenetta innocente. Perché tra le cose peggiori che potrebbero succedere nei prossimi mesi e anni c'è anche quella di avere un presidente del consiglio dimezzato, palesemente agli ordini dei suoi due vice che sono anche i capi dei due partiti che sostengono il governo.

Sarebbe una grave ferita alle nostre istituzioni e alla nostra immagine nel mondo.