Archivio Mensile: marzo 2018

La clava del codice penale

open armsSequestro della nave spagnola Open Arms: l'accusa è di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

Ma basta leggere, o ascoltare, le testimonianze su quello che è davvero successo in mare il 15 marzo per mettere almeno un punto fermo. Non c'è legge, o accordo tra stati, o convenienza politica, o quant'altro che possano mettere in discussione uno dei principi cardine della convivenza umana. L'obbligo, e il diritto, di salvare chi è in pericolo di vita. E in mare, come in montagna, questo obbligo-diritto ha da sempre un valore universale. Gli spagnoli hanno fatto questo. Messo in salvo chi era in mezzo al mare, donne e bambini prima di tutto. Per poi dire no ai libici che intimavano la consegna di chi dal loro paese era appena fuggito.

La materia, si sa , è tra le più complesse e delicate. Il governo Gentiloni si è cimentato lungo un percorso difficile ma che qualche risultato lo ha dato. Quello che accadrà con l'esecutivo che avrà la fiducia del nuovo Parlamento lo si può intuire ma andrà verificato alla prova dei fatti.

E' però sicuro che la complessità e la delicatezza dei problemi sul tappeto dovrebbero sconsigliare l'uso del codice penale come una clava. Lo si usi pure, si raccolgano prove, le si vaglino con cura, si proceda con la riservatezza e la cautela che le circostanze impongono e se, alla fine, dei reati davvero ci saranno un pubblico ministero ha l'obbligo di intervenire.

Invece i sequestri, il processo sommario sulla base di informazioni di stampa, il sapore di intimidazione che simili iniziative assumono fanno solo confusione, disorientano l'opinione pubblica, appaiono come la voglia di un magistrato di governare a colpi di codice una questione planetaria. E rischiano addirittura, come qualcuno ha detto, di istituire un nuovo reato, quello del "salvataggio in mare".

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.

Nessuna rassegnazione

Un italiano su tre oggi può dire che sta, come si dice, toccando il cielo con un dito. Sono gli elettori dei Cinque Stelle che chiedono al battaglione di parlamentari che hanno eletto di cambiare l’Italia come promesso. Un altro bel po' di italiani, quelli che hanno dato la loro fiducia a Matteo Salvini, si aspettano che la loro spinta porti la Lega alla guida del paese.

Un italiano su quattro, uno più uno meno, sta invece ricacciando in gola l’acido della sconfitta. Sconfitta dura e amara, storica. Del Pd ma anche di chi pensava di diventarne un'alternativa credibile (Liberi e uguali). Una sconfitta così dura e amara da avere il sapore di una dissoluzione prossima ventura. Un sapore che può generare un sentimento autodistruttivo, quello della rassegnazione.

Ecco. Nessuna rassegnazione. Dovrebbe essere questa la parola d'ordine di questo quarto scarso di elettorato.

Il centro sinistra dovrebbe ripartire dal 4 marzo come si riparte dopo una sconfitta di così grandi dimensioni, con una profonda e spietata autocritica (meglio se Matteo Renzi, annunciando le proprie dimissioni, l'avesse iniziata in modo deciso). Poi, sulla base dei risultati dell'autocritica, andrebbe costruito un gruppo dirigente credibile e capace di gestire il partito in modo opposto rispetto a Renzi.

Unire, non dividere. Aggregare forze e consensi. Cercare e trovare punti d’incontro tra tutte le anime di chi si riconosce in quell’idea di sinistra moderna e giusta che è stata il principio fondante del Partito democratico e del sogno che ha incarnato per milioni e milioni di italiani.

E fare quello che in questi anni è più mancato: tornare in mezzo alla gente, rimettersi in gioco sul territorio, riconquistare gli spazi sociali da troppo tempo abbandonati e mai compresi fino in fondo, occuparsi delle fasce più deboli e sfruttate della nostra comunità, affrontare senza riserve ideologiche la "questione sicurezza", parlare il linguaggio di tutti non solo quello delle elite.