Archivio Mensile: gennaio 2018

Manconi, una cartina al tornasole

Cannabis: presentato Ddl per legalizzazione a fini terapeuticiAlla fine della "guerra delle candidature" del Pd i numeri sembrano abbastanza chiari: secondo calcoli e previsioni ai renziani dovrebbero andare più dei due terzi del pattuglione di deputati. Un risultato raggiunto "facendo fuori" persone che alla sinistra e al paese hanno dato non poco. E molto ancora potrebbero dare.

Un esempio per tutti: l'esclusione di Luigi Manconi.

Non c'è una sola ragione al mondo perché un partito come il Pd non abbia sentito il dovere civile e politico di ricandidare un uomo come lui.

Manconi, per chi non lo avesse chiaro, è impegnato da anni e anni in sacrosante battaglie di civiltà e di difesa dei diritti umani. Battaglie che dovrebbero essere il cuore di una sinistra proiettata verso il futuro.

È stato lui a dare il via all'iter parlamentare che ha portato all'approvazione della legge sulla tortura (un testo che ha però definito "un'occasione mancata"). È stato lui in prima fila nella battaglia persa per approvare lo Ius soli prima dello scioglimento del Parlamento. È stato lui tra i primi a battersi perché non venisse nascosta la verità sull'uccisione di Tullio Regeni... E potremmo continuare: l'elenco sarebbe lunghissimo ed emozionante.

Tenendo fuori Manconi dal prossimo Parlamento è come se il Pd volesse dire, al di là di ogni dichiarazione di intenti, che quelle dell'ormai ex senatore "non sono le nostre battaglie, non sono le nostre priorità...". Una scelta, quindi, che è anche una sorta di cartina al tornasole di quella che viene definita la "mutazione genetica" del Pd. Perché non è stata un'esclusione casuale, magari risultato di tristi giochi di corrente. È stata un'esclusione "politicamente" voluta e decisa. Anche davanti a un appello di decine e decine di persone che chiedevano, invece, la riconferma. Basta scorrere l'elenco dei primi firmatari per capire ancora meglio il peso specifico di questa decisione (qui il testo dell'appello).

 

 

Manconi, una cartina al tornasole

Cannabis: presentato Ddl per legalizzazione a fini terapeuticiAlla fine della "guerra delle candidature" del Pd i numeri sembrano abbastanza chiari: secondo calcoli e previsioni ai renziani dovrebbero andare più dei due terzi del pattuglione di deputati. Un risultato raggiunto "facendo fuori" persone che alla sinistra e al paese hanno dato non poco. E molto ancora potrebbero dare.

Un esempio per tutti: l'esclusione di Luigi Manconi.

Non c'è una sola ragione al mondo perché un partito come il Pd non abbia sentito il dovere civile e politico di ricandidare un uomo come lui.

Manconi, per chi non lo avesse chiaro, è impegnato da anni e anni in sacrosante battaglie di civiltà e di difesa dei diritti umani. Battaglie che dovrebbero essere il cuore di una sinistra proiettata verso il futuro.

È stato lui a dare il via all'iter parlamentare che ha portato all'approvazione della legge sulla tortura (un testo che ha però definito "un'occasione mancata"). È stato lui in prima fila nella battaglia persa per approvare lo Ius soli prima dello scioglimento del Parlamento. È stato lui tra i primi a battersi perché non venisse nascosta la verità sull'uccisione di Tullio Regeni... E potremmo continuare: l'elenco sarebbe lunghissimo ed emozionante.

Tenendo fuori Manconi dal prossimo Parlamento è come se il Pd volesse dire, al di là di ogni dichiarazione di intenti, che quelle dell'ormai ex senatore "non sono le nostre battaglie, non sono le nostre priorità...". Una scelta, quindi, che è anche una sorta di cartina al tornasole di quella che viene definita la "mutazione genetica" del Pd. Perché non è stata un'esclusione casuale, magari risultato di tristi giochi di corrente. È stata un'esclusione "politicamente" voluta e decisa. Anche davanti a un appello di decine e decine di persone che chiedevano, invece, la riconferma. Basta scorrere l'elenco dei primi firmatari per capire ancora meglio il peso specifico di questa decisione (qui il testo dell'appello).

 

 

Il ponte di Antonio

De Maria_AntonioIl presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il 31 dicembre, aveva parlato dei ragazzi del 99, i giovani che nemmeno diciottenni vennero arruolati dopo la disfatta di Caporetto e schierati a difendere la linea del Piave. "In questi mesi di un secolo fa", ha detto Mattarella,  "i diciottenni di allora, i ragazzi del ’99, vennero mandati in guerra, nelle trincee. Molti vi morirono. Oggi i diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica”.

Sono andato a cercare quello che facevano e pensavano i ragazzi del 99 nel prezioso scrigno dell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano che conserva migliaia di diari, lettere, memoriali degli italiani. Ho trovato testimonianze forti e semplici di quegli anni terribili. E una voglio condividerla qui perché, anche se si svolge in una trincea lungo il Piave, non è una storia di morte ma di vita. Il protagonista è Antonio De Maria (nella foto), nato l'11 novembre 1899. Siamo in un giorno dell'aprile 1918, Antonio è di guardia, dall'altro lato del fiume c'è la trincea austriaca.

"Ad un tratto mi sembrò di sentire voci sommesse provenire dall'argine opposto... Adesso punto il fucile al centro dello squarcio del graticcio ed appena si staglia la sagoma di un altro soldato, sparo. Non c'è da sbagliare, lo colpirò senz'altro e lo stenderò morto sulla passerella. In fin dei conti alle ultime esercitazioni di tiro al bersaglio su sei colpi feci sei centri e la distanza era maggiore di questa. Sarà un bel risultato! Forse mi daranno una ricompensa, un encomio, oppure una medaglia, chissà.

Alzai il fucile e lo puntai attraverso la feritoia. Tolsi la sicura e mirai al centro dello squarcio, al punto giusto per colpire un uomo all'altezza del petto. Era quasi chiaro... Un riso fresco e giovane mi giunse all'orecchio. Questo riso è di un ragazzo come me. Perché ride con tanta disinvolta noncuranza a pochi passi dal nemico? Forse è il più spericolato, appunto perché più giovane, e ride di quella strana situazione in cui si trovano lui e i suoi compagni.

Ecco che passa un altro. Si ferma per un attimo al centro della passerella e fa un cenno a qualcuno che è rimasto di là. Lo vedo molto bene. È biondo, giovanissimo. È lui quello che rideva, sento ancora il suo riso sommesso, ma limpido, che ora proviene dall'altra parte del canale, dove è balzato.

Mi sorpresi a rimettere la sicura e a togliere il fucile dalla feritoia.

Perché non ho sparato?

Era giusto, è giusto che spari.

È la guerra, sono i nemici, devo ucciderli. Perché non l’ho fatto? Che cosa è successo?

Pietà per lui, per il suo riso gioioso, per la sua giovinezza, per il suo amore per la vita?

Perché ho abbassato il fucile?

Perché dunque ho voluto prendere parte a questo fatto assurdo e atroce che è la guerra?".

 

Ciascuno, da un piccolo episodio come questo, può trarre la morale che vuole. O anche non trarne nessuna.

A me è venuto di considerarlo una sorta di ponte tra due generazioni distanti un secolo. Un ponte fatto di solidarietà e di pace capace di non fermarsi al 2018 ma portare ancora più in là, molto più in là.