Archivio Mensile: aprile 2017

Un 25 aprile per i bambini

Senza titolo-1120630_DSC6928_c_2Una mia amica che insegna alle elementari di un piccolo centro del nord mi ha raccontato che qualche giorno fa dei bambini hanno chiesto perché il 25 aprile è festa e si sta a casa. La mia amica, allora, ha preso l'iniziativa e ha chiesto di poter mettere insieme le due quinte della scuola. "La seconda guerra mondiale", mi ha spiegato, "non rientra nel programma delle elementari, così ho dovuto fare una breve premessa per inquadrare il periodo". Poi ha proiettato sullo schermo il girotondo dei bambini di Sant'Anna di Stazzema (nella foto in alto) e ha letto la storia di uno di quei bambini, la storia di Enio Mancini (nella foto), sopravvissuto alla strage del 12 agosto 1944 grazie  a un giovanissimo soldato tedesco dagli occhi azzurri che non uccise, sparò in aria e fece scappare le donne e i bambini che gli erano stati affidati. "L'ho scelta", mi ha spiegato la mia amica, "perché mi sembrava particolarmente adatta ai bambini perché  non si limita a raccontare la tragedia ma lascia anche un segno positivo sulla speranza di trovare umanità e pietà anche nei nostri nemici".

L'effetto è stato immediato. "Dopo poche righe la classe era come ipnotizzata. Alla fine della lettura è partito un applauso commosso. Credo che questi alunni  abbiano capito perché il 25 aprile è una festa e non lo dimenticheranno tanto facilmente!".

Ecco. Facciamo tutti così, come la mia amica. Scegliamo una storia, un evento particolare, una persona, un gesto... E raccontiamolo. Ai bambini che abbiamo intorno, ai giovani, a chiunque pensiamo possa essere utile.

Utile a dare sempre più sostanza a una festa che rischia di perderla e che sta anche diventando una triste occasione in cui si si divide e ci si conta. Utile a creare una memoria della nostra comunità che sia forte e condivisa. Utile a guardare in avanti sapendo bene il sangue e il dolore che sono serviti per arrivare fin qui.

Le tre Storie

Al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, la scorsa settimana, si è parlato, come sempre, di tante, tantissime cose. Tre le voglio condividere su questo blog perché sono di interesse davvero generale e hanno un forte denominatore comune. Condividere senza tanti commenti, perché non servono.

Due sono Storie molte note: il caso Regeni e il caso Cucchi. Il pubblico ha ascoltato, applaudito, quasi fisicamente abbracciato i genitori di Giulio e la sorella di Stefano con applausi dal ritmo intenso, affettuoso, appassionato. Tutti dovrebbero avere la possibilità di stare a pochi metri dai genitori che hanno visto un figlio ucciso perché faceva il proprio lavoro o dalla donna che ha avuto il coraggio di esporre il corpo martoriato del fratello per avere giustizia. Le loro parole sono semplici, dirette, vanno al nocciolo del problema. Fanno capire come una società civile non possa mai smettere di pretendere giustizia, esigere verità, chiedere il rispetto delle leggi e della persona umana.

La terza  è una Storia di identica gravità, ma meno nota e della quale, proprio per questo, bisogna parlare. E' un'altra drammatica Storia in cui non c'è verità, non c'è giustizia, non c'è rispetto. E c'è una sostanziale inazione del governo italiano.

E' la Storia di Andrea Rocchelli, fotografo di 31 anni ucciso in Ucraina il 24 maggio 2014 insieme ad Andrei Mironov. Tre anni dopo non si sa chi  lo ha ucciso e perché. L'inchiesta è piena di omissioni e falsità. L'oblìo era sembrato scendere su una vicenda in cui, ancora una volta, sono in gioco principi essenziali. L'incontro con i suoi genitori e con William Roguelon, il fotografo francese testimone diretto e mai  ascoltato del duplice omicidio, si è concluso anch'esso con applausi dal ritmo intenso, affettuoso, appassionato. E ha avuto, dichiaratamente, un obiettivo preciso. Spingere il governo italiano a "riaccendere i riflettori", a pretendere risposte dall'Ucraina.

Qui sotto i filmati dei tre incontri di Perugia, per stare a pochi metri dai genitori, dalla sorella, dal testimone. E fare anche noi il nostro applauso, accendere i nostri riflettori.

“Non volevo morire così” in libreria dal 6 aprile

Non volevo morire così, di Pier Vittorio Buffa (Editore Nutrimenti, in libreria dal 6 aprile), è, come si legge nella quarta di copertina, una “Spoon River di Santo Stefano e Ventotene, le due piccole isole del Tirreno culle dell’idea d’Europa e della Costituzione italiana”. Le guide scelte da Buffa sono gli uomini che sulle due isole sono stati segregati. “A Santo Stefano gli ergastolani morti nel carcere e in parte sepolti sull’isola: storie sconosciute di chi ha scontato anni e anni di reclusione e vissuto rivolte, fughe, violenze, ingiustizie. A Ventotene i confinati che hanno lottato contro il fascismo, per la libertà, per la nascita di un’Italia libera e democratica, ma che non hanno potuto vedere il frutto del loro sacrificio”.

Nel libro, al quale Emma Bonino ha scritto la prefazione, si fa la conoscenza con personaggi come il comunista calabrese Rocco Pugliese, ucciso dai secondini dell’ergastolo di Santo Stefano o come il partigiano greco Giorgio Capuzzo che aveva combattuto contro gli italiani. Le loro storie sono precedute dal numero di matricola di ciascuno e da un distico che, come spiega Buffa “racchiude i possibili ultimi pensieri, quelli che nessuno sa se si riescono davvero a fare prima di morire”.

Gli anni del confino di Ventotene, quelli in cui presero forma l’idea di Europa e la futura Costituzione italiana, li raccontano, tra le altre, le storie di Mario Maovaz, il giellista triestino bibliotecario del confino. Dell’anarchico Gigino lo Stipettaio (si narra che nel sottofondo di un suo mobiletto sia uscita dall’isola una copia del Manifesto per l’Europa). Di un altro anarchico poi morto in un lager, Giovanni Domaschi. Uomini che, insieme ai futuri protagonisti dell’Italia democratica, hanno lottato, studiato, fatto politica.

“È per tutto questo”, conclude Buffa, “che a Santo Stefano e Ventotene si incrociano i destini dell’Italia, dell’Europa e delle migliaia di uomini costretti a viverci. Con loro rileggiamo i grandi fatti della storia come in una lente di ingrandimento per cogliere particolari sfuggiti o ignorati, rivedere giudizi stereotipati”.

da “L’Espresso”, 4 aprile 2017

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